Viva Maria
(Nota: Viva Maria era anche il grido con cui molte persone che partivano per le crociate assaltavano villaggi lungo la strada dandosi a saccheggi e violenze. Da ciò sarebbe derivato il termine mariuolo)
Viva Maria fu un'insorgenza antinapoleonica scoppiata ad Arezzo nel 1799.
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Invasione dell’Italia
Nel 1796 l’esercito francese intraprese una campagna militare per la conquista dell’Italia, inizialmente intesa come diversivo per impedire una concentrazione di forze nemiche nel fronte aperto a Nord, sul Reno. I reparti e i comandanti ritenuti più esperti si dedicavano, dunque, a questo fronte Nord e in Italia, invece, fu inviato a dirigere le operazioni un giovane generale di 27 anni: Napoleone Bonaparte.
Nel 1799 l’esercito francese aveva occupato tutti gli stati italiani, escluso il Granducato di Toscana che aveva dichiarato la sua neutralità e aveva anche cercato di comprarsi l’immunità pagando, in più riprese, la somma di due milioni di lire: uno degli scopi della campagna d’Italia era quello di procurarsi fondi come aveva espressamente ordinato il Direttorio.
Invasione del Granducato di Toscana
Il 23 Marzo 1799 il Granducato pagò l’ultima rata della somma pattuita per la sua immunità. Il giorno successivo i francesi aprirono le ostilità e iniziarono l’invasione. Il granduca Ferdinando III di Lorena si rifugiò a Vienna. Sabato 6 Aprile 1799 i francesi, comandati dal capitano Lavergne entrarono nella città di Arezzo, che in quell’epoca contava circa 8.000 abitanti. Il giorno dopo, domenica, fu piantato nella Piazza Grande l’albero della libertà: si tratta di un simbolo della rivoluzione giacobina composto da un alto palo di legno sormontato da un berretto frigio.
Inizio dell’insurrezione e liberazione di Arezzo
All’inizio di Maggio si diffusero ad Arezzo voci incontrollate che davano per imminente l’arrivo di un esercito liberatore Austriaco o Russo. La notte fra il 5 e il 6 Maggio 1799 si mobilitarono le campagne circostanti Arezzo al grido di “Viva Maria”. La mattina del 6 Maggio insorse la città: una carrozza con le insegne granducali percorse la città incitando alla rivolta. Il popolo scese in piazza: l’albero della libertà fu dato alle fiamme. La guarnigione era poco numerosa e fu messa rapidamente in fuga. Anche le quattro vallate della provincia si liberarono dai francesi. La guida della città fu affidata a una “Suprema Deputazione” composta da Tommaso Guazzasi, Don Benedetto Mancinotti; Luigi Lorenzo Romanelli; Francesco Fabbroni; Niccolò Brillandi; Carlo Albergotti. Il comando militare fu affidato a Angelo Guillichini, Giovan Battista Albergotti, Giovanni Brozzi, i quali riunirono un primo nucleo di un esercito. Fu dichiarata la fedeltà al legittimo regnante, il Granduca Ferdinando III. I combattenti portavano come insegna l’immagine della Madonna del Conforto.
Possibili cause dell’insurrezione
Cause religiose ed ideologiche
L’ultima fase della Rivoluzione Francese aveva decantato un ideale giacobino che i francesi portavano con sé in Italia e trovava diversi tipi di accoglienza, dall’entusiasmo alla freddezza alla contrarietà. Non giovava certo alla pacificazione degli animi la feroce verve anti-cattolica dell’esercito francese: si pensi a Papa Pio VI prigioniero in Francia. Inoltre, nel 1796 era cominciata ad Arezzo una particolare devozione ad un'immagine di terracotta invetriata della Madonna (la già citata Madonna del Conforto) alla quale si tributavano preghiere, processioni e altre funzioni religiose che continuarono anche successivamente all’occupazione francese esacerbando la consapevolezza della distanza fra le rispettive sensibilità.
Cause economiche
L’occupazione francese aveva fra i suoi scopi quello di procurarsi fondi per la madrepatria in guerra e quindi, per essere più efficace in questa attività, doveva anche autofinanziarsi, procurarsi vettovaglie e munizioni. Le popolazioni, soprattutto nelle campagne, erano senza dubbio vessate.
Cause politiche
Il Granducato di Toscana era fra gli stati più civili d’Europa: a quell’epoca aveva già abolito la pena di morte. Inoltre i granduchi Pietro Leopoldo, prima, e Ferdinando III, poi, avevano condotto una politica che favoriva un razionale sfruttamento della campagna che portò beneficio soprattutto ad Arezzo: opere pubbliche di bonifica (si pensi alla Val di Chiana), razionalizzazione dell’agricoltura: si pensi alla costruzione delle “leopoldine”, le tipiche coloniche toscane. Esisteva dunque un ideale di fedeltà al legittimo regnante non soltanto di facciata ma radicato nella popolazione.
Altre concause
Alcuni hanno trovato sospetto che un’insorgenza popolare si sia sviluppata fin da subito con grande ordine e organizzazione e hanno ipotizzato che strutture rivoluzionare esistessero fin dal 1795. In quell'anno vi fu infatti una crisi economica che provocò l’innalzamento del prezzo del grano e, quindi, malcontento popolare. La protesta, che anche allora era avvenuta ad Arezzo, era anche dovuta ad alcuni aspetti della riforma leopoldina, giudicata economicamente troppo liberista e ideologicamente troppo giansenista. Ferdinando, successore di Pietro Leopoldo, aveva apportato modifiche migliorative alla riforma, il prezzo del grano era calato, e la protesta rientrò. Tuttavia le strutture logistiche o anche, semplicemente, la rete di rapporti personali potrebbero essere state sfruttate come base per la conduzione della successiva insorgenza. Inoltre è stato ipotizzato il sostegno occulto delle potenze europee anti francesi. Sicuramente Austria e Inghilterra sostennero l’insurrezione ma non è sicuro che siano state artefici del suo scatenarsi.
La prima reazione francese
L’esercito francese radunò a Perugia un reparto di 4.000 militari, soprattutto polacchi, per soffocare la rivolta. Il comando di questa operazione fu affidato al generale polacco Jan Henryk Dabrowski. I polacchi si erano alleati ai francesi perché speravano di poter riottenere la loro patria, che Russia, Prussia e Austria si erano spartite. Questa colonna procedeva verso Arezzo da Sud. La prima città insorta che si trovò ad affrontare fu Cortona che oppose una fiera resistenza e non fu occupata perché i militari francesi e polacchi decisero di proseguire verso Arezzo. Gli aretini avevano organizzato la difesa schierando a poche miglia dalla città un reparto comandato da Martino Romanelli: Il 14 Maggio 1799 infuriò dunque la battaglia di Rigutino (una località a circa 6 chilometri a sud di Arezzo), che terminò con una clamorosa sconfitta dei francesi e dei polacchi che furono costretti a riparare verso i territori ancora occupati evitando Arezzo.
Liberazione della Toscana
La notizia della vittoria si diffuse in tutta la Toscana. Un gran numero di volontari si arruolò nell’esercito aretino che arrivò a contare 50.000 effettivi. Questo esercito, che prese il nome di Armata Aretina, cominciò ad attaccare i francesi presenti nel territorio del Granducato. Ebbe generalmente il sostegno popolare, fatta eccezione per Foiano, dove l’ideale giacobino era più radicato. Arezzo divenne temporaneamente capitale di un piccolo stato. Per finanziarsi impose una sua fiscalità, s’impossessava del materiale dell’esercito francese, ebbe sicuramente sostegni economici dagli inglesi. Inglese fu anche uno dei capi dell’Armata Aretina che si inserì in questa fase: Lord William Frederic Wyndham, allievo di Nelson. Anche gli austriaci e i russi parteciparono in questo frangente: inviarono a comandare l’esercito Karl Schneider von Arno. L’esercito cambia nome: diviene Austro-Aretino e poi Austro-Russo-Aretino. Una figura carismatica sorse nel Valdarno: Sandrina, la cosiddetta "Pulzella del Valdarno". Si trattava di Alessandra Cini nei Mari, montevarchina, che prese l’incarico di Aiutante Maggiore della Divisione del Valdarno. Il marito Lorenzo Mari divenne consigliere militare della Suprema Deputazione. Vi furono gravi episodi di antisemitismo in questa fase: a Monte San Savino gli ebrei furono maltrattati ed esiliati, a Siena, nel corso dell’assalto condotto per scacciare i francesi, la folla saccheggiò il ghetto e tredici ebrei furono bruciati nel Campo, insieme all’albero della libertà (questo fatto è uno dei più controversi nei resoconti storici e ne diamo conto nella sezione "I giudizi degli storici"). Il 4 luglio i Francesi lasciarono Firenze, assediata dalle truppe aretine. Gli aretini entrarono in città sfilando in parata il 7 luglio, dopo aver atteso il permesso delle autorità cittadine. Fra il 16 e il 17 luglio, con l’ingresso dell’esercito a Livorno e a Portoferraio, si completa l’opera di liberazione del Granducato. Le legittime autorità il 5 settembre decretarono lo scioglimento dell’Armata Austro-Russo-Aretina e il 15 settembre anche della Suprema Deputazione. I decreti furono rispettati disciplinatamente. Il 10 febbraio 1800 il Granduca nominò Arezzo nuova provincia, come riconoscimento alla fedeltà e al coraggio dimostrati.
Il ritorno dei Francesi
Il 14 giugno 1800 Napoleone, quando sembrava ormai battuto, vinse la battaglia di Marengo contro gli austriaci e riprese in pugno la situazione. Da quel momento l’Italia fu sua fino al 1814. La difesa del Granducato doveva essere compito del presidente della reggenza nominata dal granduca: il generale Annibale Sommariva. Questi, probabilmente dopo aver giudicato impossibile l'impresa, fuggì prima da Firenze e poi da Arezzo, che fu lasciata a se stessa. Il 18 ottobre 1800 un reparto di 5000 soldati comandati dal generale Monnier si presentò alle porte di Arezzo che oppose un resistenza disperata. Il 19 ottobre, mentre una delegazione aretina trattava la resa, Monnier fece attaccare all’improvviso la Porta San Lorentino e riuscì ad entrare. Arezzo subì una dura rappresaglia. Fu saccheggiata per 4 giorni; l’esercito francese si abbandonò ad ogni sorta di eccesso e circa 40 cittadini furono uccisi. Di conseguenza vi fu anche una gravissima crisi economica dalla quale la città si riprese veramente solo dopo moltissimi anni. Fu salutata con enorme sollievo la caduta di Napoleone nel 1814 e il ritorno del Granduca Ferdinando III.
I giudizi degli storici
Sul “Viva Maria” è evidentemente difficile restare neutrali.
"Viva Maria": un rigurgito reazionario e bigotto?
Alcuni storici, prevalentemente di orientamento giacobino, massonico o semplicemente anticlericale, danno un giudizio estremamente negativo dell'insorgenza mettendone in evidenza il carattere "reazionario" rispetto alla Rivoluzione Francese, i cui valori di progresso civile erano portati in Italia dall’esercito di Napoleone. I giacobini avevano l’appoggio degli intellettuali e l’opposizione di un clero retrivo e oscurantista.
Si sottolinea il fanatismo religioso nell’aspetto caricaturale, come ad esempio nella figura di Fra’ Bortolo, un religioso zoccolante che precedeva l’armata aretina con un’enorme croce di sughero, sia nell’aspetto politico: si suppone una predicazione del clero che tendeva a plagiare e sobillare il popolo.
Si pone un forte accento negli episodi di violenza incontrollata, soprattutto nei casi di antisemitismo: ad esempio, sui fatti di Siena i resoconti tendono a fornire una versione più cruda, sottolineando che i tredici ebrei furono bruciati vivi, quasi in una tragica rievocazione dei roghi dell'Inquisizione.
"Viva Maria": eroica epopea di una resistenza ante litteram?
Questa impostazione è dovuta ad una storiografia prevalentemente clericale, ecclesiastica o, comunque, cattolica. Gli ideali della Rivoluzione Francese nel 1799, ormai, erano già stati traditi dai francesi stessi (si pensi al Terrore e alla Vandea) e la campagna d’Italia aveva forti connotazioni di rapina. Inoltre la difesa della fede religiosa era contro un pericolo reale e non immaginario in quanto l’esercito francese, giacobino, metteva davvero in pericolo la libertà della Chiesa come istituzione e la libertà religiosa dei singoli. Nessuno giustifica l’antisemitismo ma si sottolinea che gli aretini non furono ideologicamente antisemiti: sui fatti di Siena, ad esempio, si sottolinea che furono dovuti a un moto popolare incontrollato, che i tredici ebrei non furono bruciati vivi, che si cercarono i colpevoli e si tennero i processi. Si trattò quindi di un antisemitismo pratico a cui si cercò di porre un argine da parte delle autorità, dovuto spesso al considerare gli ebrei come collaborazionisti. La predicazione del clero sicuramente vi fu ma non pianificata e coerente. Ad Arezzo, tra l'altro, la sede vescovile era vacante: il vescovo Niccolò Marcacci era morto il primo gennaio 1799 e la Diocesi era retta dal vicario Bernardino Cellesi che invitò più volte i parroci a predicare il viver quieto. Inoltre si sottolinea che Napoleone fu avversato in tutte le nazioni che invase, dalla Spagna alla Russia e anche in Italia avvennero ovunque insorgenze antinapoleoniche per dire che la difesa di una patria da un’occupazione abusiva è normalmente un dovere dei cittadini.
