Un borghese piccolo piccolo (film)
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Un borghese piccolo piccolo è un film diretto da Mario Monicelli nel 1977, basato sul romanzo omonimo di Vincenzo Cerami, pubblicato nel 1976.
Il film rappresenta un momento di grande drammaticità nella produzione del regista toscano, maestro indiscusso della commedia all'italiana. È difficile comprendere questo spunto drammatico se non si inquadra con completezza il gravissimo momento storico e politico che l'Italia vive a metà degli anni '70.
La piccola borghesia urbana vive in quegli anni uno dei momenti più difficili della sua storia a causa di una serie eccezionale di eventi concomitanti che si prolunga nel tempo e che ne scuote alle fondamenta la emotività, la stabilità sociale ed economica e le certezze politiche e morali.
Il terrorismo politico di entrambi le matrici ideologiche intensifica i suoi attacchi sanguinosi. Nel 1976 le elezioni politiche registrano il balzo in avanti delle sinistre. Il partito cattolico di maggioranza relativa, riferimento politico per gran parte della classe media, entra in crisi. Il fermento generale raggiunge le Università, un nuovo movimento studentesco si organizza sotto diverse sigle politiche e sfida apertamente, in taluni casi violentemente, le istituzioni tradizionali.
Al nord e al centro del paese, alcune bande di criminalità organizzata sembrano riuscire nell'intento di imporsi sulle istituzioni nel controllo del territorio, gestendo gli ingenti capitali che vanno accumulandosi grazie ai sequestri di persona a scopo di estorsione e al traffico degli stupefacenti, al sud Mafia e Camorra gestiscono già economicamente e militarmente il territorio.
Contemporaneamente alcuni importanti gruppi industriali proclamano lo stato di crisi, scoppiano le agitazioni sindacali, si assiste ad una drastica contrazione dei consumi, sale il prezzo del petrolio, sale l'inflazione che riduce il potere di acquisto dei salari, il mercato degli affitti nelle grandi città si contrae, gli alloggi diventano un bene rifugio, esplode la disoccupazione giovanile poichè nè la funzione pubblica, nè l'industria, nè i servizi, riescono più ad assorbire la manodopera intellettuale che la scuola pubblica riversa sul mercato.
La classe operaia e la piccola borghesia urbana diventano i soggetti protagonisti di questa crisi senza precedenti, ma mentre la prima puó affidarsi almeno psicologicamente ad una efficiente rete sindacale di solidarietà, la seconda rimane abbandonata a se stessa e deve crearsi autonomamente nuovi meccanismi di tutela e di salvaguardia.
Alcuni principi di diritto vengono messi in discussione: per la prima volta si torna a parlare apertamente di pena di morte.
È in questo contesto generale che Mario Monicelli, confermando la profonda vena politica che permea tutto il suo cinema, abbandona la satira sociale della commedia all'italiana e confeziona un puro film drammatico, ricorrendo all'interpretazione di Alberto Sordi, un'artista che ha impersonificato piu' di altri la inscindibilità del comico dal tragico.
Per certi aspetti si potrebbe definire Un borghese piccolo, piccolo come l'atto conclusivo della commedia che a partire dalla metà degli anni '70 aveva già intrapreso la sua parabola discendente. Stabilendo una proporzione ardita potremmo dire che il film rappresenta il finale tragico della storia della nostra commedia, esattamente come tanti film comici del regista toscano si erano chiusi con la esperienza drammatica o comunque amara dei protagonisti.
Come afferma Gian Piero Brunetta nel suo Guida alla storia del Cinema Italiano (Einaudi, 2003), il film segna una sorta di resa, di sconfitta. Il maestro della commedia all'italiana, comprende che ridere dei vizi degli Italiani, ridicolizzarli e sbeffeggiarli, equivaleva ad una manifestazione di fiducia, ad un atto d'amore e ad una speranza sincera nelle loro capacità umane. Dinnanzi alla trasformazione della società, rappresentata dalla trasformazione subita da Giovanni Vivaldi, il regista peró getta la spugna e afferma l'"irrapresentabilità degli italiani, per perdita irreversibile di tutti i caratteri positivi". In sostanza, non c'è più nulla da sperare, da credere, da ridere.
È discutibile l'opinione di alcuni secondo i quali Un borghese piccolo, piccolo si colloca nel solco di quel genere di B-movie che in quel periodo ebbe un grande riscontro in Italia, rappresentato dai film violenti ispirati a gravi fatti di cronaca nera o alla lotta tra le bande criminali nelle città del nord, genere talvolta definito poliziottesco. Credere a questa ipotesi equivarrebbe a misconoscere la sensibilita' e l'impegno politico e sociale che il regista ha sempre testimoniato. Più ragionevolmente si puó ritenere che film e il genere sopra citato siano risposte cinematografiche diverse alla osservazione di una realtà comune.
Il film segna anche una grande interpretazione di Alberto Sordi e un punto di svolta per la carriera cinematografica dell'attore romano. Da questo momento in poi infatti si atrofizza la qualità delle sue interpretazioni ispirate alla società italiana, e saranno le pure opere comiche in costume, o comunque alcune trasposizioni cinematografiche di importanti opere teatrali che ci regaleranno il miglior Sordi, a riprova del fatto che la commedia all'italiana muore anche per l'esaurirsi dei suoi interpreti e delle sue maschere, alle quali era intimamente legata.
Trama
Giovanni Vivaldi (Alberto Sordi) è un modesto travet alla soglia della pensione in un ufficio pubblico della capitale. La sua vita si divide tra lavoro e famiglia. Con la moglie (Shelley Winters) condivide grandi aspettative per il figlio Mario (Vincenzo Crocitti), neo-diplomato ragioniere, un ragazzo non molto brillante che asseconda volentieri gli sforzi che il padre compie per impiegarlo nello stesso Ministero.
Proprio quando i tentativi del Sig. Vivaldi sembrano volgere al successo Mario rimane ucciso, colpito da una pallottola vagante esplosa nel corso di una sparatoria successiva ad una rapina nella quale padre e figlio si trovano accidentalmente coinvolti.
L'evento tragico e le sofferenze che ne conseguono stravolgono la vita, le convinzioni e la morale dei coniugi Vivaldi. La moglie, colpita da malore, rimane gravemente invalida; Giovanni, accecato dal dolore e dall'odio, si getterà a capofitto in una impresa solitaria che lo porterà da prima a individuare l'assassino del figlio, quindi a sottrarlo alla cattura della Polizia e una volta sequestratolo in una capanna isolata, a sottoporlo ad una violenza cupa e inaudita che lo condurrà lentamente alla morte.
Curiosità
- Si verificarono delle divergenze tra Mario Monicelli e Alberto Sordi nel corso della lavorazione del film. Mentre l'attore romano avrebbe preferito un taglio meno affilato nella personalità e nel comportamento del Vivaldi, il regista toscano insisteva per una rappresentazione feroce e più aderente alla realtà. Fu solo grazie all'ottimo rapporto artistico che i due ormai nutrivano da decenni che il risultato si rivelò eccellente, accogliendo sostanzialmente entrambi le esigenze. Realmente da cineteca a questo proposito la scena dell'affiliazione di Vivaldi alla Massoneria, col leggendario grido strozzato "No, voglio restare!", in cui Sordi gioca il registro del grottesco come implicita mediazione tra le sue velleità di commedia di costume e il taglio registico spietato di Monicelli.
- Crocitti vive qui, purtroppo per lui e per noi, la punta più alta di un talento inespresso che si disperderà, in questo caso sì, in una triste serie di B-movie alla romanesca.
- Il film si differenzia nel finale rispetto al romanzo di Vincenzo Cerami.
- Nel film si fa' riferimento ad una misteriosa loggia massonica interna agli ambienti del Ministero, alla quale il Sig.Vivaldi deve aderire per favorire il concorso e l'assunzione di suo figlio. Quattro anni più tardi le inchieste della Magistratura porteranno a scoprire uno degli scandali piu' inquietanti della storia italiana del dopoguerra: l'affare P2, la loggia massonica segreta alla quale aderirono centinaia tra politici, militari, funzionari, giornalisti e personalità influenti della nostra repubblica.
