Strage del Vajont

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Indice

Il progetto

Il progetto del Vajont viene ideato dalla SADE (Società Adriatica di Elettricità), particolarmente attiva alla fine dell'Ottocento e nella prima metà del Novecento nella distribuzione elettrica (prima della trasformazione dell'ENEL in Azienda Statale) nel Nord Est italiano.

Lo scopo del progetto era quello di creare in mezzo ai monti dolomitici una riserva di acqua che permettesse di sfruttare la potenza idrica per portare energia elettrica a Venezia, anche nei periodi di secca dei fiumi.

La gola del torrente Vajont (che nasce dalle Alpi carniche e si immette nel fiume Piave, costeggiando il Monte Toc, a cavallo della Provincia di Belluno e della Provincia di Pordenone) sembrava essere il luogo più adatto: lungo il corso del torrente, all'altezza dei paesi di Casso e di Erto, il geologo Giorgio Dal Piaz e il progettista Carlo Semenza individuarono il luogo più adatto per costruire la diga più alta del mondo.

Il progetto iniziale prevedeva una diga a doppio arco alta 200 metri con un invaso di 58 milioni di metri cubi. In seguito il progetto fu modificato: la diga avrebbe raggiunto l'altezza di 261,60 metri, con un invaso di 152 milioni di metri cubi. L'invaso della diga fu a tutti gli effetti maggiore di quanto previsto da tutti i progetti.

Il progetto ottenne la completa approvazione ministeriale il 6 luglio 1957.

La storia

Prima del disastro

I lavori progettuali legati alla costruzione del Grande Vajont iniziarono nel 1940, con i primi sopralluoghi di Dal Piaz sul territorio. Qui in rete la cronologia completa del Vajont

Dopo la Seconda guerra mondiale il progetto Vajont, fortemente voluto dalla SADE, inizia a prendere forma e viene quindi presentato per l'approvazione del Genio Civile.

I controlli geologici iniziarono nel 1949 e con essi i primi atti di protesta delle amministrazioni coinvolte dal progetto: la costruzione della diga avrebbe infatti portato gli abitanti dei paesi di Casso e di Erto all'abbandono di abitazioni e di terreni produttivi.

Nonostante le proteste degli abitanti della valle e i forti dubbi degli organi preposti al controllo del progetto, a metà degli anni '50 iniziarono i primi espropri fondiari e la preparazione del cantiere: i lavori per la costruzione della diga iniziarono nel 1956, senza l'effettiva autorizzazione ministeriale.

Avanzamento dei lavori

Nel corso dei lavori si dovette procedere ad aggiustamenti non previsti nel progetto originale: furono rilevate frane della roccia su cui poggiavano le spalle e fu reso necessario l'utilizzo di calcestruzzo di rinforzo.

A lavori ormai iniziati si produssero alcune scosse sismiche, la SADE fece pertanto effettuare ulteriori rilievi geologici rilevando la pericolosità dell'impianto e il rischio di slittamento del terreno verso il bacino artificiale formato dalla diga. Nonostante questo, La SADE non inviò mai i rapporti di questi rilievi agli organi di controllo.

I lavori continuarono: il 2 febbraio 1960 si effettuò il primo invaso a quota 600 metri, successivamente la quota fu portata a 650 metri. Il 4 novembre 1960 si produsse la prima frana: 700 mila metri cubi di terra e roccia franarono nel bacino.

Dopo la prima frana fu commissionata all'Istituto di Idraulica e Costruzioni Idrauliche dell'Università di Padova una simulazione di disastro. Lo studio riprodusse in scala una possibile frana di 40 milioni di metri cubi di ghiaia. In base a questa approssimativa simulazione si determinò come limite di invaso a quota 700 metri.

Dal 1961 al 1963 furono praticati numerosi invasi e svasi per limitare il più possibile le possibilità di smottamento del terreno circostante la diga: il 4 settembre 1963 si arrivò a quota 710. Gli abitanti della zona denunciarono movimenti del terreno e scosse telluriche, inoltre venivano chiaramente uditi boati provenienti dalla montagna.

Le proteste degli abitanti della zona

Fin dal primo arrivo della SADE sul Monte Toc gli abitanti della zona reclamarono il loro diritto alla territorialità, lottando contro gli espropri di terreno e denunciando errori nel progetto. Si formarono due comitati (Comitato per la difesa del Comune di Erto e Consorzio Civile per la rinascita della Val Ertana) le cui richieste e denunce non furono mai ascoltate.

Tina Merlin, giornalista dell'Unità, portò più volte sulle pagine del giornale le denunce degli abitanti della zona: fu denunciata (e in seguito assolta) lei stessa per diffamazione e disturbo dell'ordine pubblico.

Il disastro

Alle 22:39 del 9 ottobre 1963 si staccò dalla costa del Monte Toc una frana lunga 3 km di oltre 270 milioni di metri cubi di rocce e terra. La frana arrivò a valle, generando una scossa sismica e riempiendo il bacino artificiale. L'impatto con l'acqua causò due ondate: la prima si schiantò contro la montagna, la seconda (di circa 50 milioni di metri cubi di acqua) scavalcò la diga precipitando verso la valle e travolgendo Longarone e altri paesi limitrofi, causando la completa distruzione della città e la morte di quasi 2000 persone (dati ufficiali parlano di 1909 vittime, ma non è possibile determinare con certezza il numero).

Dopo il disastro

Il Ministero dei Lavori Pubblici avviò immediatamente un'inchiesta per individuare le cause della catastrofe.

L'ingegner Pancini - uno degli imputati - si suicida la vigilia del processo. Il processo inizia nel 1968 e si conclude in Primo Grado l'anno successivo con una condanna a 21 anni di reclusione per tutti gli imputati coinvolti, per disastro colposo ed omicidio plurimo aggravato.

In Appello la pena verrà ridotta e alcuni degli imputati verranno assolti per insufficienza di prove. Nel 1997 la Montedison (che ha acquisito la SADE) verrà condannata a risarcire i comuni colpiti dalla catastrofe.

La comunità riprese subito a ricostruire non solo il tessuto sociale distrutto, ma anche la città: nel 1971 nacque da zero, su progetto dell'architetto Samonà, il comune di Vajont presso Montereale Valcellina, dove alcuni abitanti sfollati insediarono un nuovo centro urbano. Un altro centro chiamato "Nuova Erto" venne costruito a Ponte nelle Alpi (prov. di Bl), di cui costituisce un quartiere. Infine, sopra il vecchio abitato originale di Erto venne costruito il paese di Erto attuale.

La memoria tradita

Dieci giorni dopo il 41° anniversario (ottobre 2004), il sindaco di Longarone Pierluigi De Cesero sfratta da una stanza comunale il Comitato dei Sopravvissuti del Vajont. Ne fa parte anche lui, sebbene nato sei anni dopo. Il 15 marzo 2005 parte da semplici cittadini una raccolta popolare di firme per la dignità e la Memoria del Vajont finalizzata a ottenere le scuse formali dai responsabili della strage, una medaglia d'oro alla Memoria e l'inclusione nei testi scolastici della VERA storia del Vajont.

Bibliografia

Filmografia

Teatro

Vajont categoria:Regione Friuli-Venezia Giulia categoria:Regione Veneto Categoria:Storia d'Italia

See also: Strage del Vajont, 15 marzo, 1940, 1949, 1956, 1957, 1960, 1961, 1963