Skinhead
La prima e più importante “verità” da sfatare riguardo agli skinheads è la loro unica appartenenza a movimenti d’estrema destra: niente di più falso. Esiste una notevole rivalità ( se non vero e proprio odio ) tra gli skins originals, apolitici o di sinistra, e i naziskins ( termine creato dalla stampa, poiché il nome utilizzato dai ragazzi per questi “finti skins” è “boneheads” - testa d’osso ), questi ultimi accusati di avere rubato e traviato uno stile senza alcun collegamento con la politica.
Le premesse della nascita degli skinheads stanno nella forte immigrazione caraibica verificatasi a Londra a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale: sono i giovani rude-boys indo-occidentali, con la loro passione per l’abbigliamento, la musica ed il divertimento, a creare un retroterra favorevole alla nascita del movimento qui trattato. Per la prima volta nella storia del mondo occidentale giovani di diverse etnie si riuniscono sotto la stessa bandiera, quella a scacchi bianchi e neri della musica Ska, contraddicendo ogni teoria sociologica in merito alla divisione di classe o di zona urbana d’appartenenza. Al pari della cultura giamaicana, la subcultura skinhead trarrà spunto, per definirsi, dalla somiglianza con altri stili giovanili, ( i mods prima di tutti ), e dalla rivalità con altri ( rockers, greasers, hippies, ecc. ).
Un concetto fondamentale per poter comprendere la nascita degli skinheads è quello di working class: lo skin è solo l’ultimo, in ordine cronologico, dei rappresentanti della gioventù proletaria britannica, oggetto di critiche e disprezzo da parte della borghesia e dell’aristocrazia fin dalle sue origini, nel lontano Ottocento; disprezzo che veniva ampiamente ricambiato. Lo skinhead si riconosce totalmente nella classe sfruttata, la working class, svolge lavori manuali, detesta borghesi e poliziotti, al punto da affermare di avere più cose in comune con un nero proletario che con un bianco middle-class, mentre le uniche concessioni alla politica che vengono fatte riguardano un vago sentimento socialista, di stampo laburista, e un discreto sentimento nazionalista, sempre però nella sua variante britannica, e quindi non in chiave razzista. L’immagine stereotipata di questo giovane, caratterizzata da teste rasate e stivali anfibi deriva principalmente da esigenze lavorative: condizioni igieniche e di sicurezza scarse rendono necessarie precauzioni contro infortuni e infezioni; non si tratta, quindi, di una divisa da combattimento, come molti hanno teorizzato, bensì di uno stile strettamente legato alle proprie origini.
La storia del movimento skinhead può essere divisa in due archi temporali: il primo copre poco più di un lustro, dal 1967 al 1972 circa, mentre il secondo, a partire dal 1977, giunge fino ai nostri giorni. Abbiamo visto quindi come l’incontro tra la proletaria e britannica cultura mod ( contrazione di modernist ), e la giamaicana cultura dei rude-boys dia vita alla fine degli anni Sessanta ad un nuovo modello giovanile, fatto di abbigliamento, fede calcistica e passione per la musica nera, da quella caraibica ( Ska e Reggae ) a quella nordamericana ( Rythm’n ‘Blues e Soul ), non a caso molti skinheads amano definirsi dei “negri bianchi”, date le stesse condizioni socio-economiche e gli stessi gusti, sia musicali che di stile. Questa fase, detta degli “originals”, durerà poco, soppiantata presto dall’avvento della cultura hippie e di nuovi e più commerciali generi musicali, come il glam-rock o il progressive-rock, soprattutto nella capitale del Regno Unito. È con la nascita del punk ed il declino dei generi sopra citati che gli skinheads torneranno a nuova vita, riportando però in auge un culto diverso da quello originario: ora la nuova musica eletta è l’Oi! , versione più proletaria e classista del punk, mentre l’abbigliamento estremizza quelli che erano i tratti caratteristici dello skinhead lavoratore: boots, bretelle e testa rasata. Verso i primi anni ’80 partiti dell’estrema destra, come il National Front ed il British Movement, cominciano a fare opera di propaganda ai concerti Oi! della capitale, segnando così l’irruzione della politica nel mondo skinhead, anche se solo una piccola minoranza di questi sceglierà la via del razzismo; tuttavia gli skins, già ripetutamente attaccati dalla stampa per atti di violenza verificatisi nella prima fase del movimento, verranno presto identificati nella loro totalità con gli appartenenti a partiti esplicitamente nazi-fascisti, creando così un clima di panico morale attorno ai ragazzi dalla testa rasata. Sarà il massiccio bombardamento della stampa a dar vita all’ideal-tipo del giovane naziskin.
Così come il punk, anche lo stile skinhead varca i confini del Regno Unito, espandendosi soprattutto nell’Europa continentale, ma facendo proseliti pure oltreoceano, diventando così una realtà su scala mondiale; se, però, in paesi come l’Italia e la Spagna solo verso la fine del decennio si assisterà alla comparsa di veri e propri movimenti skinhead fascisti, in paesi come Francia e Germania questo avverrà già dagli inizi, trovando terreno fertile per la propaganda xenofoba rivolta alla immigrazione extracomunitaria, prevalentemente turca e nordafricana.
Proprio per la massiccia disinformazione svolta dai mass media nei confronti del mondo skinhead nasce nel 1987 negli U.S.A. l’associazione “S.H.A.R.P.” ( Skinhead Against Racial Prejudice ), diffusasi a macchia d’olio nel Vecchio Continente, dove assumerà forme più o meno politicizzate; altra associazione skin rivolta a contrastare l’espansione della destra estremista e la “R.A.S.H.” ( Red & Anarchist Skinheads ); di fatto questi movimenti contano tra le proprie fila molti più iscritti di quanti ne possano vantare gruppi come “Blood & Honour” o il “Veneto Fronte Skinhead”, ma le gesta di questi ultimi risultano le più clamorose, per cui meglio si adattano a rappresentare di fronte all’opinione pubblica la minaccia dei ragazzi con gli anfibi.
