Scuola siciliana
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Federico II organizzò - per la prima volta nel medioevo - uno stato secolare, fortemente accentrato, insolitamente incline alla tolleranza religiosa ed aperto a tutte le esperienze culturali. Il sovrano, uomo di cultura eclettica, poeta e prosatore ("De arte venandi cum avibus") amò circondarsi di studiosi occidentali ed arabi.
Il Minnesang era una lirica cortese in uso dal XII al XIV secolo prodotta da poeti e musici di area germanica, detti Minnesänger, che trattavano d’amore (Minne = "pensiero d'amore" / singen="cantare"). I Minnesänger appartenevano generalmente all’aristocrazia.
La corte di Federico fu il punto di riferimento letterario e culturale in cui si incontrarono tradizioni assai diverse: quella araba (filosofica, letteraria, scientifica), quella bizantina, quella latina, l'eredità dei Minnesänger e quella concernente temi politici e religiosi, i trovatori provenzali e normanni in lingua d'oïl, soprattutto tramite la diffusione dei poemi cavallereschi del XII secolo.
I maggiori poeti della scuola siciliana furono Jacopo da Lentini (probabile ideatore del sonetto), Stefano Protonotaro, Pier della Vigna e gli stessi sovrani. I pochi componimenti rimasti sono stati trasmessi in volgare toscano (eccetto una canzone di Stefano Protonotaro). Infatti poeti provenienti da varie parti della penisola frequentarono la corte sveva e mediarono i modi e le liriche dei poeti della scuola siciliana, servendosi del proprio volgare.
La lirica d’arte dei poeti siciliani fu lo svago intellettuale di un’élite aristocratica che considerò un passatempo elegante il poetare con sapiente virtuosismo sui temi ormai cristallizzati della poesia cortese.
I molteplici stimoli culturali furono raccolti da un gruppo di intellettuali. Importante fu l'esperienza dei poeti provenzali (Trovatori), che ispirarono un gruppo di intellettuali di varia provenienza (non tutti siciliani), funzionari di corte, giuristi, notai, i quali adattarono i modelli e le tematiche della lirica provenzale al volgare illustre di Sicilia, eliminando i riferimenti alla cronaca cortigiana e cercando un'espressione più astratta e teorica.
La dimensione aristocratica di questa esperienza (che nobilitava la corte, la "Magna Curia") è ravvisabile proprio nella scelta linguistica, il siciliano illustre, una lingua lontana dal parlato, su un livello retoricamente alto ("tragico"), modellata sul provenzale e sul latino cancelleresco. Benché dai tratti linguistici prevalentemente siciliani, costituisce il primo standard italiano anche se conosciuto prevalentememte da un'elite di poeti e dignitari. Fu però ripreso da Dante, il quale ne fece il modello del volgare illustre toscano da lui sviluppato e trattato ne De vulgari eloquentia, pur rielaborandolo e arricchendolo sapientemente di apporti toscani, latini, e francesi. Si ponevano così le basi dell'italiano moderno.
Nella poesia della scuola siciliana il rapporto amoroso, presentato da un punto di vista "feudale", in cui la dama è il signore e l'amante il vassallo, è focalizzato sulla donna, anche se gli effetti dell'amore riguardano l'amante, sul quale è studiata la fenomenologia dell'amore. L'amore è fortemente concettualizzato e le sue manifestazioni sono stereotipe e convenzionali: la donna resta, per convenzione, irraggiungibile. Ma diversi componimenti si distaccano già dalla poesia provenzale, presentando già timidi esiti stilnovistici (Segre: 1999). La terminologia cavalleresca francese è tuttavia rivisitata e non copiata pedissequamente, attraverso il conio di nuovi termini italiani mediante anche nuovi sistemi di suffissazione in -za (<fr.-ce) e -ière (< -iera), novità linguistica notevole per quest'epoca.
Importanza linguistica della scuola siciliana
Meno forte dunque nei contenuti, la poesia lirica dei Siciliani (come li chiamava Dante)presenta dunque un linguaggio sovraregionale, qualitativamente e quantitativamente ricco rispetto ai dialetti locali, data anche la sua capacità di coniare parole nuove e assimilare vari apporti dialettali, dai dialetti italiani (è dimostrata la stretta relazione tra i siciliani e la Marca Trevigiana, con cui Federico aveva stretti contatti) alle lingue d'oltralpe. Tale ricchezza fu dovuta anche alle caratteristiche intrinseche alla Magna Curia, che spostandosi al seguito dell'irrequieto imperatore nel corso delle sue campagne politico-militare, non poteva per forza di cose prendere a modello della nuova lingua un singolo dialetto locale. Limitandoci solo al discorso sui dialetti, sono già differenze notevoli tra la parlata catanese e palermitana, e a queste dobbiamo aggiungere alcune influenze continentali soprattutto, ma non esclusive alla zona delle Puglie.
La tradizione posteriore
Alla morte di Manfredi nel 1266, la scuola siciliana cessa di esistere. Grazie alla fama che aveva già ricevuto in tutta Italia e all'interesse dei poeti toscani, tale tradizione venne per così dire ripresa, ma con risultati minori, da Guittone d'Arezzo e i suoi discepoli, con cui fondò la cosiddetta scuola neo-siciliana. A quel punto, però, i poeti toscani lavoravano già su manoscritti toscani e non più su quelli siciliani: furono infatti i copisti locali a consegnare alla tradizione il corpus della Scuola Siciliana, ma per rendere i testi più "leggibili" essi apportarono modifiche destinate a pesare sulla tradizione successiva e quindi sul modo in cui venne percepita la tradizione "isolana".
Non solo vennero toscanizzate certe parole più aderenti al latino nel testo originale (cfr. gloria > ghiora in Giacomo da Lentini), ma per esigenze fonetiche il vocalismo siciliano fu adattato a quello del volgare toscano. Mentre il siciliano ha cinque vocali (discendenti dal latino nordafricano: i, e, a, o, u), il toscano ne ha sette (i, é, è, a, ò, ó, u). Il copista trascrisse la u > o e la i > e. Alla lettura, però le rime risultarono imperfette, e mentre questo errore fu considerato una licenza poetica da Guittone e poi dagli Stilnovisti, alla lunga contribuì purtroppo a svalutare i pregi metrico-stilistici della scuola soprattutto nell'insegnamento scolastico e accademico. Pochi infatti sono i manoscritti siciliani rimastici e la somiglianza fonetica tra italiano moderno e toscano non induce certo a una lettura dei testi originali come sono stati ricostruiti dalle lezioni degli studiosi.
É ormai quasi certa per tutti gli studiosi l'ascrizione della paternità del sonetto vero e proprio a Giacomo da Lentini (e non dello strambotto, come è dato ancora leggere in gran parte della letteratura anglosassone sull'argomento), nella forma metrica ABAB - ABAB / CDC DCD. Possiamo già notare nella sestina quella famosa terza rima che sarà il canone poetico della Divina Commedia, e una notevole somiglianza alla forma "classica" del Petrarca e dei suoi imitatori (ABBA -ABBA / CDC DCD con molteplici variazioni ritmiche nella sestina), fino al romanticismo e al modernismo, quando Dante Gabriel Rossetti ed Ezra Pound tradussero molta della poesia duecento-trecentesca italiana riscuotendo un notevole successo presso il pubblico contemporaneo.
