Risorgimento

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Il Risorgimento è il periodo della storia d'Italia a conclusione del quale i Savoia unificano la penisola italiana, con l'annessione al Regno di Sardegna della Lombardia, di Venezia, del Regno delle Due Sicilie, del Ducato di Modena e Reggio, del Granducato di Toscana, del Ducato di Parma e dello Stato della Chiesa.

La prima fase del Risorgimento (1848-1849) vede lo sviluppo di vari movimenti rivoluzionari e di una guerra anti austriaca, ma si conclude con un completo ritorno allo status quo. La seconda fase, maturata nel biennio 1859-1860, porta molto avanti il processo di unificazione e si conclude con la dichiarazione del Regno d'Italia. L'unificazione viene poi completata con l'annessione di Roma, capitale dello Stato della Chiesa, il 20 Settembre 1870.

Indice

Il contesto storico

Prima del periodo napoleonico, l'ideale di unità d'Italia era stato perso dopo la fine di Roma ed il frazionamento seguito nel periodo feudale e rinascimentale.

Le idee liberali, suscitate dall'illuminismo e dalla Rivoluzione Francese, alimentate da ideali romantico-nazionalisti e mosse dal desiderio di migliorare la situazione socio-economica della penisola approfittando delle opportunità offerte dalla rivoluzione industriale e superando la sua frammentazione in stati illiberali sostenute dalla egemonia austriaca, spinsero anche i rivoluzionari italiani a sviluppare un'idea di Patria e ad auspicare la nascita di uno stato nazionale analogamente a quanto avvenuto in altre potenze europee come Francia, Spagna e Gran Bretagna.

Personalità di spicco in questo processo furono Giuseppe Mazzini, figura eminente del movimento liberale repubblicano italiano ed europeo, Giuseppe Garibaldi, eroico ed efficace combattente per la libertà in Europa ed in Sud America, Camillo Benso conte di Cavour, statista in grado di muoversi nel contesto politico europeo per ottenere sostegni all'espansione del Regno di Sardegna, e Vittorio Emanuele II di Savoia, in grado di concretizzare il contesto favorevole con la costituzione del Regno d'Italia.

Per quanto riguarda il contesto sociale ed economico, esso fu notevolmente influenzato dalla discesa dell'esercito francese in Italia, che dopo i furori rivoluzionari del 1789, avrebbe lasciato un forte segno nella cultura e nella economia italiana.

L'esercito francese rovesciati i deboli stati preesistenti si era stabilmente insediato nella pianura padana, creando repubbliche su modello francese (repubblica cispadana) rivoluzionato la vita del tempo, portando sì idee nuove al suo passaggio, ma facendone anche ricadere il costo sulla economia locale.

In particolare l'arte serica prima molto fiorente al nord subì una battuta d'arresto, ed in generale anche le altre attività economiche a partire dall'agricoltura languivano anche a causa della scarsità di manodopera; infatti i francesi avevano introdotto per primi la leva obbligatoria, rifornendo la Grand Arme e allontanando per anni i giovani più validi dal lavoro dei campi e dalle arti; se a questo contesto aggiungiamo le taglie di guerra, le servitù militari e le altre corvè a carico delle casse comunali possiamo capire lo stato miserevole della vita popolare al nord.

Per fare un esempio lo storico Balletti, parlando di Reggio Emilia capitale della Repubblica Cispadana, indica nell'epoca una popolazione complessiva di 50mila persone, di cui 30mila ufficialmente registrati come "mendicanti". Le spoliazioni a danno delle comunità religiose e lo scioglimento degli ordini religiosi furono un obiettivo costante dei governi giacobini insediatisi, che attraverso i decreti di esproprio alienavano ori, argenti e opere d'arte a titolo di corvee. Altro indicatore del disagio sociale ed economico fu l'inizio dell'emigrazione al nord Piemonte e Veneto in testa (vedi L. Carpi, R. Bacchelli); principali mete furono inizialmente Francia e Svizzera poi le Americhe.

Ma se al nord si piangeva al sud non si rideva; infatti l'esercito francese si spinse anche al sud sotto la guida di Manhes instaurando nel 1799 la Repubblica Napoletana che visse pochi mesi in forza delle repressioni militari, finché la reazione popolare (Sanfedisti) organizzata in nome della difesa della fede cattolica mise fine all'esperimento giacobino.

Successivamente dal 1806 al 1815, il Regno di Napoli, fu nuovamente dominato dai francesi sebbene nelle provincie più lontane il controllo non fu mai totale e le sacche di resistenza non furono mai domate; il clima meridionale e la posizione mercantile più favorevole fecero recuperare in breve tempo i danni della occupazione francese, preservando la popolazione meridionale dalla emigrazione fino all'unificazione.

La discesa dei francesi in Italia aveva quindi creato le premesse di una divisione sociale (maggiore laicizzazione al nord) ed economica (maggiore ricchezza al sud) che vedeva favorito quest'ultimo come dimostrano i primati dell'epoca borbonica.

Con queste premesse, nel quadro degli interessi internazionali di Inghilterra e Francia, divenne appetibile una unificazione politica sotto il controllo del Regno di Sardegna filofrancese, piuttosto che una federazione autonoma di stati italiani che non avrebbe portato vantaggi economici agli stati settentrionali.

I moti rivoluzionari

Dopo il Congresso di Vienna l'influenza francese nella vita politica italiana, lasciò i suoi segni attraverso la circolazione delle idee e la circolazione di gazzette letterarie; fiorirono infatti salotti borghesi che sotto il pretesto letterario crearono veri e propri clubs di tipo anglosassone, che si prestarono a coprire società segrete; in tale quadro gli esuli italiani facevano da tessitori di contatti con potenze straniere; ricordiamo Antonio Panizzi esule a Londra.

In tale panorama sovversivo una delle prime società segrete fu quella dei Carbonari. Nel 1814 questa società organizzò dei moti rivoluzionari a Napoli fino alla presa della città nel 1820, prima della sconfitta da parte dell'Austria intervenuta per tutelare i propri interessi egemonici e a nome della Santa Alleanza tra Austria, Prussia e Russia.

Giuseppe Mazzini, nato a Genova nel 1805, divenne membro dei Carbonari nel 1830. La sua attività di ideologo e organizzatore lo costrinse a lasciare l'Italia nel 1831 per fuggire a Marsiglia, dove fondò la Giovine Italia, un movimento che raccoglieva le spinte patriottiche per la costituzione di uno stato unitario, ponendosi anche una prospettiva europea.

Giuseppe Garibaldi, nato a Nizza nel 1807, partecipò ai moti rivoluzionari in Piemonte del 1834, al seguito del fallimento dei quali fu condannato a morte dal governo Sardo e costretto a fuggire in Sud America, dove partecipò ai moti rivoluzionari in Brasile ed Uruguay.

Prima guerra d'indipendenza

Nel 1848, seguito dei moti sviluppatisi a Palermo, Messina e Milano e sull'onda dei movimenti rivoluzionari sviluppati in molte parti d'Europa, si giunge alla I guerra d'indipendenza dichiarata all'Austria nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia a capo di un'alleanza del Regno di Sardegna con altri stati italiani. Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini rientrano in Italia per partecipare alla rivolta, ma la loro accoglienza da parte dei Savoia è tiepida.

Dopo qualche successo iniziale, con le vittorie di Goito e Peschiera del Garda, il papa richiama le sue truppe, seguito da altri stati. Anche il Regno delle Due Sicilie decide di ritirarsi, ma il generale Guglielmo Pepe si rifiuta di tornare a Napoli e raggiunge Venezia per partecipare alla sua difesa dalla controffensiva austriaca.

In effetti, Ferdinando II di Borbone mutò atteggiamento preoccupato per la piega presa dagli avvenimenti siciliani. Le Reali Truppe avevano mantenuto solo la Piazzaforte di Messina. La Sicilia, resuscitando l'antico Regno (nel 1816 assorbito nella nuova denominazione degli antichi Stati meridionali), aveva inviato una delegazione a Torino per offrire la Corona a un Principe sabaudo. Carlo Alberto, benché l'alleato napoletano fosse per quantità e qualità il principale, mantenne una posizione "attendista" che disgustò profondamente il Borbone.

Nel 1849, il Granduca di Toscana Leopoldo II abbandona Firenze, che viene retta da un governo provvisorio. A Roma viene proclamata la Repubblica Romana, con la guida di un triumvirato comprendente Giuseppe Mazzini; la città, difesa da Giuseppe Garibaldi, viene attaccata dalle truppe francesi, che la circondano. Alla caduta della Repubblica Romana molti rivoluzionari sono di nuovo costretti all'esilio; Garibaldi nel 1850 trova riparo a New York presso Antonio Meucci.

I piemontesi, rimasti soli, vengono sconfitti dall'Austria a Custoza e forzati ad accettare un armistizio col quale sono costretti ad abbandonare la Lombardia e ad accettare i confini precedenti alla guerra, come stabiliti nel 1815 dal Congresso di Vienna. Dopo l'armistizio, solo Brescia resiste a lungo alle truppe austriache e l'intera Lombardia ritorna sotto il controllo austriaco. Anche la città di Venezia, che sotto la guida di Daniele Manin si era ribellata all'Austria nel 1848 proclamando la sua indipendenza, dopo una lunghissima resistenza, stremata dall'assedio austriaco, dalla fame e da un'epidemia di colera, deve alla fine arrendersi.

La guerra riprende nel marzo del 1849, ma l'esercito sardo è nuovamente sconfitto a Novara e Carlo Alberto abdica, lasciando il trono al figlio Vittorio Emanuele II.

Seconda guerra d'indipendenza

Camillo Benso conte di Cavour, primo ministro del Regno di Sardegna dal 1852 avvia una serie di riforme e si avvicina alla Francia e all'Inghilterra al fine di guadagnarsi un posto tra le potenze d'Europa più progressiste. In questa prospettiva nel 1855 invia un corpo di Bersaglieri nella Guerra di Crimea al fianco di Francia e Inghilterra.

Nel luglio del 1858, a Plombières in Francia, Cavour e Napoleone III firmano un trattato segreto con cui la Francia si impegna ad intervenire a fianco del regno di Sardegna in caso di attacco austriaco. Contropartita per questo aiuto sono la cessione della Savoia e di Nizza alla Francia, nonché la messa fuori legge di tutti i movimenti mazziniani.

Si giunge quindi nel 1859 allo scoppio delle ostilità fra gli alleati Regno di Sardegna e Impero francese con l'Impero Asburgico. Ritornano in Italia Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, al quale viene chiesto di organizzare un corpo di volontari, chiamato Cacciatori delle Alpi, che attacchi gli austriaci sulla fascia prealpina. Questi volontari battono gli austriaci a Varese e Como, mentre francesi e piemontesi li battono a Magenta ed entrano a Milano.

Il successo dei piemontesi e dei francesi in Lombardia porta un nuovo impulso all'unità nazionale. Il Granduca di Toscana fugge in Austria, il duca di Parma si rifugia in Svizzera, il duca di Modena trova rifugio nel campo austriaco. A Bologna si costituisce un governo provvisorio ostile allo Stato Pontificio che giunge alla proclamazione dell'unione al Regno di Sardegna, seguita da altri territori sotto il controllo della Chiesa. Il risultato della guerra e delle successive manovre politiche e diplomatiche è l'unione al Regno di Sardegna da parte di Lombardia, Toscana, Romagna, Parma e Modena tramite plebisciti.

Nel Regno delle Due Sicilie, il giovane Francesco II succeduto al padre Ferdinando II, morto prematuramente, diventa facile preda di consiglieri interessati alla causa unitaria e non percepisce la gravità della situazione. In pratica, spera nella politica della moderazione, il che consente ai carbonari di infiltrarsi anche nei ranghi dell'esercito; ma, l'effetto di tale politica sarà di incoraggiare i nemici e scoraggiare i sudditi fedeli.

All'inizio di aprile del 1860 le rivolte a Messina e Palermo benché soppresse, costituiscono la prova generale per un intervento al sud, già tentato con precedenti sbarchi, nel 1844 (Fratelli Bandiera) e nel 1857 (Carlo Pisacane).

Il 5 maggio 1860 Giuseppe Garibaldi salpa su due vapori pagati dal governo sardo all'armatore Rubattino da Quarto con 1033 volontari (da cui il nome di Spedizione dei mille) e, dopo una sosta a Talamone, l'11 maggio sbarca vicino Marsala alle ore 13 circa, fra due navi Inglesi preavvisate che, di fatto, coprono lo sbarco, mentre la diplomazia piemontese si unisce al coro europeo di protesta contro l'atto di pirateria del "bandito Garibaldi", (tale era lo stato giuridico di Garibaldi per il Piemonte).

A Marsala non ricevono l'accoglienza sperata. Le forze a disposizione di Garibaldi aumentano comunque grazie agli sbarchi successivi di soldati dell'esercito sardo, in borghese con regolare licenza, e successivamente con i carcerati liberati. Per sfuggire alle forze borboniche, i garibaldini si dirigono verso l'interno, protetti dalle bande di picciotti del barone Sant'Anna.

Mentre il generale borbonico Lanza, con una decisione disastrosa, frena le truppe nello scontro di Calatafimi, Garibaldi avanza occupando Palermo e impossessandosi dell'oro del Banco di Sicilia. Intanto Alexandre Dumas accorre per organizzare la propaganda della spedizione dirigendo diversi giornali. La marcia dei garibaldini avanzerà sino Salerno. Solo a quel punto, il Re Francesco II, consapevole del tradimento dei suoi generali, si mette alla testa del suo esercito, che è ancora di 50.000 soldati, per una difesa estrema del Regno nella piana del Volturno.

Le truppe borboniche, ormai formate esclusivamente da reparti fedeli, guidate in battaglia dal generale Giosuè Ritucci si battono con molto vigore ed eroismo impegnando pesantemente i garibaldini ma non colgono il successo per il mancato coordinamento tra alcune colonne. Gli scontri, notevolmente cruenti e luttuosi per le due parti, si chiudono con un nulla di fatto che, in pratica, significa per i borbonici la sconfitta. Francesco II, che era uscito da Napoli con l'esercito per salvare la capitale dalla distruzione, ha lasciato le consegne all'ex ministro di polizia, ora primo ministro, Liborio Romano che, in accordo con i liberali, invita Garibaldi in città. Garibaldi entrerà il 7 settembre 1860.

Nel frattempo, due contingenti piemontesi, comandati da Manfredo Fanti e Enrico Cialdini entrano da nord nello Stato Pontificio, scontrandosi con il generale Lamoricière presso Ancona il 29 settembre.

Il 9 ottobre il comando delle truppe piemontesi viene assunto direttamente da Vittorio Emanuele II. Vittorio Emanuele e Garibaldi si incontrano a Teano. Il re di Sardegna scioglie l'esercito garibaldino, mentre Garibaldi si ritira a Caprera. Superato l'ultimo ostacolo con il bombardamento di Capua, le truppe piemontesi si attestano di fronte alla fortezza di Gaeta dove Francesco II, senza aiuto da parte di altre potenze europee, ancora resisteva.

Solo la Francia si schiera a protezione della fortezza dal mare, coprendo da quel lato i borbonici; infatti, Napoleone III contava di convincere Francesco II a una resa, dopo una resistenza simbolica. Dopo che la Francia, convinta da Cavour, allontana le sue navi Cialdini può completare l'assedio con l'intervento di Persano al comando della flotta, (in prevalenza formata da navi ex borboniche).

Negli ultimi giorni d'assedio, durante le trattative per la resa, (avvenuta il 14 febbraio 1861) non ci fu alcuna interruzione nel bombardamento della piazzaforte. Analoga condotta, anzi aggravata da minacce di esecuzioni di massa dei "ribelli", fu tenuta verso le piazzeforti di Messina (resa del 12 marzo 1861) e Civitella del Tronto (20 marzo, tre giorni dopo la proclamazione del Regno d'italia). In quest'ultimo caso, anzi, le minacce furono attuate con la fucilazione degli Ufficiali e Graduati, considerati "briganti".

L'asprezza che ha caratterizzato la fase finale di questa campagna militare si spiega essenzialmente con la frustrazione dei vertici politici e militari del Regno Sardo, che, sino all'ultimo avevano fatto grande affidamento su un sollevamento generale della popolazione, sollevamento che, in realtà, quando si verificò, non fu nel senso sperato ma in quello opposto, qualificato come "brigantaggio".

Con tali operazioni si compie di fatto la prima fase dell'unità d'Italia; rimanevano ancora indipendenti dal Regno di Sardegna Roma e il Veneto.

Il 18 Febbraio 1861, Vittorio Emanuele II di Savoia riunisce a Torino i deputati di tutti gli stati che riconoscono la sua autorità, assumendo il 17 marzo il titolo di Re d'Italia. L'Italia viene governata sulla base della costituzione liberale adottata nel Regno di Sardegna nel 1848 (Statuto albertino).

Terza guerra d'indipendenza

III guerra d'indipendenza - L'esclusione di Venezia e Roma dall'unità d'Italia lasciò insoddisfatti i liberali italiani, che non condividevano l'atteggiamento del governo italiano teso a non complicare i rapporti con le altre potenze europee.

Nel 1862 Giuseppe Garibaldi partì da Genova con dei volontari per sbarcare a Palermo e tentare la liberazione di Roma, confidando sulla neutralità del re. Seguito da 2.000 volontari, s'imbarcò a Catania per sbarcare a Melito il 24 agosto e raggiungere l'Aspromonte. Il generale Cialdini, però, inviò una divisione comandata dal colonnello Pallavicino per fermare l'esercito di volontari.

Nello scontro Giuseppe Garibaldi fu ferito, per poi essere dichiarato prigioniero insieme ai suoi seguaci. Dopo la guarigione, gli venne concesso di tornare alla sua residenza di Caprera.

Nel maggio 1865, la capitale del Regno d'Italia viene portata da Torino a Firenze.

Venezia entra nel regno nel 1866, dopo un conflitto con l'Austria che vede il Regno d'Italia alleato con la Prussia.

Infatti, si era creata un'oggettiva convergenza fra i due Stati che vedevano nell'Austria-Ungheria l'ostacolo ai disegni di unificazione nazionale. Secondo i piani prussiani, l'Italia avrebbe dovuto impegnare l'Austria sul fronte meridionale puntando direttamente su Vienna. Nel contempo, forte della superiorità navale, avrebbe portato una forte minaccia alle coste dalmate, distogliendo ulteriori forze dal teatro di guerra nell'Europa centrale.

In realtà, la situazione militare italiana era fortemente condizionata da fattori negativi:

Date le premesse, gli insuccessi colti tanto sul fronte terrestre che per mare furono quasi inevitabili. Le sconfitte nelle battaglie di Custoza e Lissa segnarono a lungo un momento vissuto come estremamente negativo, anche oltre l'effettiva portata degli eventi.

Roma

I territori sotto il controllo dello Stato della Chiesa rimangono sotto la protezione delle truppe francesi; essi vengono attaccati solo nel 1870, dopo la sconfitta e cattura di Napoleone III a Sedan nella guerra Franco-Prussiana.

Dopo la breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870 ed il plebiscito del 2 ottobre 1870 che sancisce l'annessione di Roma al Regno d'Italia, nel giugno del 1871 la capitale d'Italia viene portata a Roma.

Il papa Pio IX scomunicò Vittorio Emanuele gettando le premesse del "non expedit" che ha regolato la vita politica dei cattolici per circa mezzo secolo.

categoria:storia contemporanea europea

See also: Risorgimento, 11 maggio, 17 marzo, 1805, 1806, 1807, 1814, 1815, 1820, 1830