Pellicola cinematografica

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Una pellicola cinematografica è un nastro di poliestere o di triacetato di cellulosa che contiene una serie di diapositive (fotogrammi), che vengono proiettate in successione tramite un apposito proiettore cinematografico. Ogni fotogramma è fiancheggiato da una o più perforazioni, necessarie affinché i rulli dentati (nonché la croce di malta o la griffa) del proiettore possano agganciare la pellicola e farla scorrere regolarmente.

Indice

L'invenzione di Eastman

La pellicola cinematografica è una invenzione di George Eastman, che nel 1885 inventò la pellicola in celluloide come supporto per il bromuro d'argento (materiale fotosensibile); con il XX secolo, l'avvento delle macchine dei fratelli Lumière e l'esplosione commerciale del cinema nacquero altri formati e altre possibilità, come quella del colore.

Per mettere ordine in un mercato caotico, dove circolavano film "pirata" e macchine contraffatte, fu indetto nel 1909 a Parigi il Congresso degli editori di film, ove si stabilì in via definitiva che la pellicola 35 mm, la più usata, avrebbe avuto quattro perforazioni per fotogramma secondo il progetto di Thomas Edison, che l'aveva usata per primo (in luogo delle due circolari come invece adottato dai Lumière).

Il 35 mm

Si arrivò così a definire il formato 35 mm standard usato ancora oggi, che negli anni 30 venne modificato per accogliere anche le piste per il sonoro. In seguito vennero introdotte migliorie, nuovi formati (16 mm; 8 mm; 9,5 mm, super 8 mm, nonché molti altri formati oggi abbandonati), ma la striscia di pellicola che passa oggi attraverso il proiettore dei cinema non è molto diversa dai film di cent'anni fa.

Ovviamente vi sono stati molti progressi sia rispetto alle emulsioni, sia rispetto al supporto. In ordine alle prime il potere risolvente e la sensibilità sono aumentati in misura tale da rendere impossibile ogni paragone. Per quanto riguarda il supporto, la pericolosa ed infiammabile celluloide è stata abbandonata a favore del triacetato di cellulosa (usato soprattutto per i negativi e le copie lavoro) e del poliestere (tereftalato di polietilene), destinato alla stampa delle copie da proiezione giusta la sua eccezionale resistenza alla trazione ed alla usura.

Negli anni '50 l'avvento della televisione e la crisi del cinema spinsero le case cinematografiche a sperimentare nuovi formati cinematografici della pellicola di proiezione, per ottenere uno spettacolo ancora più coinvolgente e riconquistare gli spettatori: da questi esperimenti nacquero in pochi anni una serie di formati di proiezione diversi, di cui però oggi sopravvivono soltanto il CinemaScope e (in una piccola nicchia) il Todd-AO da 70 mm.

Il sonoro

Il sonoro cinematografico ebbe inizio coi sistemi di suono non perfettamente sincronizzati alla pellicola come ad esempio i pianisti degli anni '10 e '20 che con la loro musica accompagnavano le immagini cinematografiche. In seguito (metà degli anni '20 e primi anni '30) alcuni locali cinematografici erano soliti utilizzare dei dischi a 78 giri suonati da particolari grammofoni che diffondevano la musica in tutta la sala del film.

L'entrata ufficiale dei sistemi sonori, in perfetto sincrono con l'azione, avvenne circa sul finire degli anni '20. Il primo film sonoro ad essere distribuito nelle sale fu "Il cantante di Jazz" con Al Jhonson.

Inialmente il sonoro si avvalse del sistema Vitaphone, che prevedeva la traccia sonora su dischi: questi venivano riprodotti su giradischi collegati meccanicamente al proiettore di modo che avviati pellicola e disco insieme, questi continuassero a marciare accoppiati. Il sistema fu presto abbandonato con l'introduzione del sonoro ottico.

Anche il cinema a passo ridotto fu ben presto arricchito con il sonoro, sia grazie ad ingegnosi sistemi per la sincronizzazione di sorgenti sonore esterne, sia grazie a tracce ottiche e magnetiche presenti sulla pellicola.

Già l'8 mm fu proposto in versione sonora, ma la vera svolta si ebbe con l'introduzione dei caricatori super 8 mm sonori, capaci di registrare il suono in sincrono con le immagini già durante la ripresa. La pellicola inserita in questi caricatori veniva dotata della pista magnetica idonea alla registrazione (cd. pellicola prepistata); nello stesso tempo le cineprese sonore avevano al loro interno una testina di registrazione che incideva la traccia contestualmente alla ripresa delle immagini.

La produzione di caricatori sonori è stata abbandonata dalla Kodak nel 1997, ufficialmente in quanto le norme federali a protezione dell'ambiente avevano messo fuori legge gli inquinanti sistemi di produzione delle pellicole vergini prepistate. La ragione concreta è da ricercasi, invece, nel calo della domanda di questo tipo di pellicola: la riscoperta del super 8 ad opera dei professionisti ha infatti determinato, da un lato, un forte aumento della domanda di pellicole, dall'altro un disinteresse verso la pellicola prepistata, gradita solo al dilettante e non già al professionista che preferisce, invece, adottare sistemi più sofisticati per la registrazione sonora.

Il sistema a traccia ottica

Il sistema sonoro ottico fu il primo ad essere adottato, e tutt'ora resta in uso. I metodi di sonoro ottico sono due:

La colonna sonora a densità variabile non ebbe molto successo e presto i films furono registrati tutti con colonna sonora ad area variabile la quale garantiva maggiore qualità sonora e maggior sicurezza. Basti pensare che se la stampa del film non era perfetta, la colonna sonora a densità variabile poteva essere anche inascoltabile, mentre qualche imperfezione sulla stampa della colonna sonora ad area variabile non pregiudica il sonoro. La posizione della colonna sonora ottica è stata fissata dagli standard sulla destra della pellicola.

Con questo metodo di registrazione, la traccia audio viene impressa sul film (tra il fotogramma e la perforazione): essa si presenta come un sottile percorso trasparente su fondo scuro, i cui bordi sono ondulati (traccia ad ampiezza variabile). Durante la riproduzione del film la traccia ottica transita davanti ad una cellula fotoelettrica e viene illuminata da una lampada eccitatrice. Il fascio di luce viene modulato dalla traccia ottica sì da colpire la cellula con intensità variabile. Questa trasforma la diversa intensità della luce in una debole corrente elettrica che, una volta amplificata, origina il suono.

Ben presto case come la R.C.A. e la Kodak collaborarono per determinare i parametri di registrazione, ma l'evoluzione del suono nel cinema lo si deve all'inglese Roy Dolby che già nel 1966 aveva escogitato un sistema per la riduzione degli inevitabili rumori di fondo.

Il colore

Le pellicole cinematografiche a colori arrivarono ufficialmente negli anni ’30 (anche se nel 1911 venne girato "The Durban Of Delhi", a colori).

I primi sistemi d’inizio secolo furono: il Kinemacolor ed il Chronochromes, poi vennero ideati: il famoso Kodachrome, il Kodacolor, ed in Italia, alla fine degli anni ’40, il noto Ferraniacolor. Inoltre vi furono anche: l’Eastmancolor e l’Ektachrome.

Altri metodi di colore meno conosciuti furono: il Dufaycolor, il Gasparcolor, il Dynachrome, il Keller-Dorian, ed il Trucolor.

Attualmente si usano: il Kodachrome per le diapositive ed il cinema super 8 e 16 mm, l’Ektachrome prevalentemente per le diapositive e l’Eastmancolor (anch’esso Kodak) per il cinema professionale.

All’Ektachrome si affiancano anche altre pellicole simili come il Fujichrome e l’Agfachrome.

Per quanto riguarda il Kodachrome, è opportuno dire che ha una qualità di colori ineguagliabile, perché è una pellicola bianco e nero, alla quale vengono aggiunti i colori durante lo sviluppo, che è piuttosto lungo e complicato. Per questo, il Kodachrome, ha i colori particolarmente resistenti nel tempo.

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See also: Pellicola cinematografica, 16 mm, 1885, 1909, 1911, 1997, 35 mm, 8 mm, 9, 5 mm