Partecipazione politica
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Queste esperienze sono così importanti da aver suggerito ai pensatori politici la possibilità di integrare o addirittura sostituire la democrazia rappresentativa con forme di democrazia diretta, caratterizzate da più ampie e incisive opportunità di partecipazione politica. Tuttavia, molte forme di organizzazione del potere politico, nel mondo occidentale e orientale (come l’assolutismo o il dispotismo), non hanno lasciato spazio alla partecipazione politica per moltissimo tempo. È soltanto con l’emergere delle forme moderne di Stato nel mondo occidentale, e con le prime spinte alla democratizzazione interna, che si può tornare a parlare legittimamente di partecipazione politica. Per quanto si possa affermare che la partecipazione politica è sempre esistita, appare corretto sostenere che il fenomeno ha assunto le sue caratteristiche più specifiche dopo la formazione degli Stati nazionali, in concomitanza con le pressioni per una democratizzazione formale e con consistenti mutamenti culturali e socio-economici [Pasquino 1997].
Ora occorre dunque definire cos’è la partecipazione politica: secondo Pasquino «la partecipazione politica è quell’insieme di azioni e di comportamenti che mirano a influenzare in maniera più o meno diretta e più o meno legale le decisioni nonché la stessa selezione dei detentori del potere nel sistema politico o in singole organizzazioni politiche, nella prospettiva di conservare o modificare la struttura (e quindi i valori) del sistema di interessi dominante» [Pasquino 1997].
Come osservato da Fici, ciò che viene definito “politica” presenta due dimensioni:
- si può parlare di una dimensione verticale della politica, legata alla conquista e all’esercizio del potere e/o del controllo sul potere,
- e una dimensione orizzontale, relativa all’informazione, alla comunicazione e a tutte quelle attività che contribuiscono al raggiungimento, da parte dei cittadini, di libere opinioni e libere prese di posizione.
Ne consegue che tutto ciò che concerne la politica, quindi istituzioni e interazioni, deve essere individuato in relazione a queste due dimensioni. Solitamente, si tende ad istituire un rapporto gerarchico tra le due dimensioni, tale per cui quella orizzontale ha senso solo se è letta alla luce ed in funzione di quella verticale, ossia della dimensione del potere che la tradizione weberiana considera come lo strumento specifico della politica [Fici, 2002]. Una difficoltà che si riscontra nella definizione di partecipazione politica riguarda la doppia valenza semantica che assume il verbo “partecipare” tanto nell’uso politico che in quello comune:
- da un lato significa “prendere parte” ad un determinato atto o processo,
- dall’altro “essere parte” di un organismo, di un gruppo, di una comunità.
Ad un polo abbiamo dunque che la partecipazione consiste in azioni determinate, in un coinvolgimento di tipo decisionale, sia nel senso stretto di decisione su temi che di scelta di persone destinate ad occupare cariche politiche. Al polo opposto abbiamo invece che la partecipazione significa una incorporazione attiva nell’ambito di una solidarietà socio-politica a diversi e possibili livelli (solidarietà statale, di classe, di gruppo, di partito) [Fici, 2002].
Elementi come l’interesse per la politica, la discussione politica o l’informazione politica non possono farsi rientrare tra i comportamenti puramente partecipativi; non basta quindi individuare semplicemente livelli di interesse e discussione politica come indicatori di partecipazione politica. Tuttavia, questi elementi devono comunque essere monitorati in quanto utili predittori di partecipazione politica potenziale, ovvero essi possono indicare una maggiore o minore predisposizione alla partecipazione [Millefiorini, 2002].
