Orlando furioso
L’Orlando furioso è un poema cavalleresco in 46 canti di Ludovico Ariosto; scritto in ottave, è l'ideale continuazione dell’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo.
L’opera ruota intorno a tre motivi: epico (lotta tra pagani e cristiani), amoroso (passione amorosa di Orlando per Angelica), celebrativo (amore di Ruggero e Bradamante dalla cui unione discenderà la Casa d’Este).
| Indice |
Cronologia
- 1516 : prima edizione (40 canti)
- 1518 – 1519: elaborazione di cinque canti che ruotano intorno al traditore Gano di Braganza
- vendetta delle fate contro i cristiani
- tradimento di Gano
- discordia fra Rinaldo ed Orlando
- Ruggero libera i prigionieri di Alcina
- Ruggero e Leone (quest’ultimo episodio fu inserito nell’edizione del 1532, mentre i cinque canti furono pubblicati nel 1545, in appendice ad un’edizione curata dal figlio Virginio)
- 1521: seconda edizione (40 canti) con lievi modifiche strutturali e riveduta linguisticamente (alla revisione collaborò Alessandra Benucci Strozzi, fiorentina) [Ariosto ebbe come ideale linguistico l’idioma fiorentino che evolveva lentamente verso una lingua nazionale.
Ebbe presenti i precetti del Bembo (1525- prose della volgar lingua –costruisce la grammatica - bisogna accettare anche parole non toscane, ma con discrezione .
La lingua del poema, depurata dai particolarismi dialettali, è nitidamente espressiva.
- 1532: terza edizione (46 canti) Ariosto inserisce nuovi episodi, ma nuovamente scarta i cinque canti del 1519, che ritiene troppo cupi, inserisce però l’episodio di Ruggero e Leone (promesso sposo di Bradamante – lotta e reciproche cortesie dei due rivali).
Schema del poema
Prima parte
I cristiani stanno per essere sconfitti dagli arabi.
Nella confusione Angelica, che era stata promessa in premio al più valoroso fra Orlando e Rinaldo, fugge (tema di Orlando drammatico, di Angelica idillico).
Riposo di Angelica; Sacripante, per caso incontra Angelica, Rinaldo si batte con Sacripante, ma Angelica fugge e un negromante fa perdere le sue tracce a Rinaldo. Intanto Bradamante, in cerca dell’amato Ruggero, incontra il perfido Pinabello e viene a sapere che Ruggero è stato rapito dal mago Atlante. Per inganno di Pinabello, Bradamante cade in un profondo burrone, dove giunge alla grotta del mago Merlino. Qui le sfilano innanzi, per volere della buona maga Melissa, le ombre dei suoi discendenti, gli Estensi.
Dopo i prodigi di Atlante, l’Ariosto presenta il furfante Brunello al quale Bradamante ruba l’anello incantato col quale l’eroina sconfigge Atlante e libera dal castello incantato (1°) i cavalieri e le dame ivi rinchiusi. Ruggero e Bradamante si incontrano, il cavaliere è però rapito dall’ippogrifo. Il poema torna a Rinaldo che vaga nella selva Caledonia. Intanto Ruggero arriva all’isola di Alcina. L’ispirazione amorosa è il motivo dei primi tredici canti, dal quattordicesimo al diciannovesimo l’argomento è la lotta tra cristiani e saraceni, il canto diciannovesimo è dominato dagli amori di Medoro e di Angelica, poi comincia una parte ricca di intrecci.
Seconda parte
Inizia la seconda parte del poema, dominata dalla pazzia di Orlando, che si concluderà dopo che il cugino Astolfo salirà alla luna per prendere il senno perduto dell’eroe. Nel trentanovesimo canto Orlando riacquista la ragione. Il poema si conclude con le nozze di Ruggero e Bradamante e con il duello di Ruggero e Rodomonte che è ucciso.
Il Boiardo morendo, nel 1494, lasciò incompiuto il suo “Orlando Innamorato”; anni dopo, l’Ariosto si propose di continuare il poema, (l’intento è l’esaltazione della stirpe estense). Il "Furioso", infatti, comincia dove termina l’"innamorato", le ottave del poema, forse le più belle della letteratura italiana, suonano ricche di una melodia facile e varia. Ariosto iniziò l’opera nel 1505, vi si impegnò per dieci anni e trascorse quel che restava della sua vita ad emendarlo. Tale impegno non veniva da alcun progetto religioso (vedi Tasso), etico o patria, bensì dal puro amore per l’arte e per la bella forma, nonché dal bisogno di dar corpo ai fantasmi creati dalla sua fervida immaginazione.
La stesura definitiva
Il tono della stesura definitiva (1532) è più teso rispetto a quello del “Furioso” del 1516.
Sono gli anni della riforma protestante e delle lotte ingaggiate da Carlo V contro il papato ed i Francesi di Francesco I di Francia| (battaglia di Pavia 1525) ed anche il sereno Ariosto avverte la precarietà dei tempi e, pur accogliendo dei cinque canti del 1519 solo un episodio, tuttavia, inserisce riferimenti ad avvenimenti contemporanei, mentre il "deus ex machina" degli amorosi eventi del primo Furioso, assume toni più angosciosi, cristallizzandosi in mostri e tiranni; pur avendo scartato gli episodi imperniati sul traditore Gano di Maganza, non mancano insidie e tradimenti e si avverte un più accentuato bisogno di moralità, di amori fedeli, di nobili amicizie, però l’idea di inserire episodi di tono più cupo potrebbe anche corrispondere ad un preciso criterio estetico del poeta più maturo, infatti, il primo tentativo è di poco posteriore all’edizione del 1516; nell’edizione definitiva le ombre, come in un dipinto, fanno meglio risaltare le luci ed i toni chiari, dando profondità alla scena.
L'Orlando ariostesco
L’Orlando ariostesco non è espressione di un vagheggiato mondo cavalleresco (come invece è l’Orlando del Boiardo) , dal quale il bonario Ariosto fu assai lontano, ma nemmeno contiene disprezzo per tale idea; esso è, piuttosto, rappresentazione umana del mondo cavalleresco fatto di istinti, vizi, virtù, impulsi e sentimenti perciò esso è poema reale, universale, creato modellando la grezza materia dei poemi epici anteriori. Lo stile è fluido, limpido, armonioso raggiunge l’eleganza classicheggiante invano inseguita dagli umanisti.
Nel suo poema l’Ariosto rappresenta l’uomo di ogni tempo, infatti, i nomi sono quelli che resero illustre l’antica cavalleria, ma le anime sono quelle dei tempi nuovi: non più idealiste come nella commedia di dantesca) o beffarde come nel Decameron di Boccaccio) bensì quelle libere e spontanee dell’umanesimo.
L'ironia ariostesca
Se di ironia si può parlare, nell’Ariosto essa è interamente rivolta a tutta la realtà umana, osservata con occhio solo apparentemente distratto. Il sorriso ariostesco, che assai raramente diviene risata, è intimo, segreto e finissimo, poiché il poeta non si attende grandi cose dagli uomini, e quindi, non ha nei loro confronti alcuna speranza, bensì una tranquilla, rassegnata sfiducia
Voci correlate
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