Odissea (trama)
L'Odissea è - assieme all'Iliade - la maggiore opera attribuita al poeta greco Omero.
Se ne fornisce qui di seguito la sinossi dettagliata.
| Indice |
Libro I
L'opera si apre con la riunione degli dei sull'Olimpo per rievocare la sorte dei capi achei dopo la caduta di Troia.
Atena ha così l'occasione per ricordare a Zeus le tribolazioni subite da Ulisse, che non è ancora tornato in patria. Dopo tante e pericolose avventure, è ancora prigioniero nell'isola di Ogigia, trattenuto da Calipso.
Zeus la informa che il fratello Poseidone è ancora offeso, dopo che egli ha ucciso il ciclope Polifemo. Ma, nonostante tutto, Zeus manderà Ermes ad Ogigia, obbligando Calipso a rilasciare Ulisse.
Intanto Atena si recherà ad Itaca, per sollecitare la ricerca di Ulisse da parte del figlio Telemaco. Atena si presenta travestita da capo tribù con il nome di Mentes. I principi dei regni vicini fanno la corte a Penelope, sperando di salire al trono di Itaca mediante il matrimonio, ma Penelope non vuole ammettere che il marito sia morto.
Telemaco accoglie l'ospite a palazzo, qui gli indica per nome, uno per uno, i proci, gli impudenti che con le loro pretese e i loro vizi stanno impoverendo il regno di Itaca.
Atena convince Telemaco a muoversi alla ricerca del padre. Nestore, re di Pilo, o Menelao, re di Sparta, potrebbero sapere qualcosa. Se Ulisse è morto è meglio averne la certezza. Quindi lo lascia.
Libro II
Telemaco convoca il popolo, rimprovera ai proci la loro cupidigia e la loro ingerenza nel regno. Uno dei proci, Antinoo, gli fa notare che Penelope non ha mai rifiutato chiaramente nessuno dei suoi pretendenti, anzi ha chiesto solo di poter terminare il sudario destinato a Laerte, il padre di Ulisse.
Sono passati quattro anni dall'inizio del suo lavoro, ora si scopre che di notte, Penelope disfa quanto fatto di giorno. Se Penelope fosse tornata dal padre, Icario, avrebbe trovato un nuovo sposo e il problema sarebbe stato risolto.
Ma visto che non l'ha fatto, tutti i proci attendono la sua decisione, visto che il trono è vacante.
Telemaco pronuncia un avvertimento, forse dovranno pagare la loro avidità a caro prezzo.
Atena, mescolata alla gente, arruola venti fedeli compagni, trova una nave e li affida a Telemaco, suggerendogli di comportarsi da principe fra i re.
Libro III
La nave di Telemaco approda a Pilo. Atena fa parte dell'equipaggio vestendo i panni di Mentore, amico di Ulisse. Telemaco viene accolto calorosamente da Pisistrato, figlio di Nestore. Il re è molto vecchio, ma non ha perduto la sua vivacità di spirito.
Nestore rievoca i lunghi anni passati davanti a Troia, loda il coraggio e l'astuzia di Ulisse e da a Telemaco molti particolari sulla sorte dei capi achei: Agamennone, Diomede, Filottete e Menelao. Conclude i suoi ricordi, assicurandolo che Atena non può certo averlo abbandonato, visto quanto spesso abbia dimostrato la proprio benevolenza ad Ulisse.
Proprio in quel momento Atena si manifesta come un'aquila che vola verso Telemaco. Nestore si rallegra per il giovane, rassicurandolo: tutto andrà a buon fine.
Quindi Nestore invita Telemaco e i suoi compagni ad un banchetto in loro onore. Il giorno dopo, Pisistrato accompagna Telemaco a Sparta.
Libro IV
Menelao sta festeggiando il prossimo matrimonio della figlia Ermione con Neottolemo e quello del figlio Megapente con la figlia di Alettore. Telemaco e Pisistrato rimango estasiati di fronte allo splendido palazzo di Menelao.
Il re gli racconta delle ricchezze accumulate durante i sette anni passati dal ritorno da Troia. Elena si unisce a loro. La regina è colpita dalla somiglianza di Telemaco con Ulisse. Gli racconta di come lo riconobbe tra le vie di Troia, travestito da mendicante, per spiare le mosse dei suoi abitanti.
Telemaco supplica Menelao di dargli notizie del padre e questi gli racconta una lunga storia. Mentre le condizioni avverse del tempo lo trattenevano in Egitto, sorprese Proteo addormentato e lo costrinse a rivelargli il modo per allontanarsi da li, dandogli un vento favorevole. Ma per ottenere tutto ciò, dovette lottare con il dio, che aveva la capacità di mutare la propria forma.
Alfine vinse, Proteo lo mise al corrente di molte cose: il destino di Aiace di Locride, dell'assassinio di Agamennone e di Ulisse che era trattenuto nell'isola di Calipso.
Ottenute queste notizie, Telemaco vuole tornare in patria. Ad Itaca, i pretendenti progettano una trappola per togliere di mezzo Telemaco al suo ritorno.
L'araldo Medonte li sorprende mentre complottano ed avverte Penelope. La regina chiede aiuto ad Atena, che le promette la salvezza per Telemaco.
Libro V
Ermes è arrivato ad Ogigia ed ingiunge a Calipso di lasciar partire Ulisse. La ninfa è triste ed adirata: è stata lei a salvarlo dal mare. Ora che ne è innamorata, gli dei vogliono che si separi da lui. Ma Calipso è costretta a cedere.
La ninfa concede ad Ulisse i mezzi per costruirsi una imbarcazione. In cinque giorni, Ulisse è pronto a partire su una zattera. Calipso gli dà i viveri e Ulisse la lascia, felice di poter tornare in patria.
Mentre è in navigazione, Poseidone lo vede e gli scatena contro una violenta tempesta. La dea marina Leucotea interviene in suo soccorso: gli dona il suo velo, che, messo attorno alla vita, gli permetterà di non annegare, a condizione di non avere indosso nessuna altra veste e che una volta arrivato a riva, egli getti il velo in mare.
La tempesta cresce d'intensità, Ulisse ha solo il tempo di togliersi i vestiti e mettersi il velo in vita, quando la zattera si spezza e lui cade in mare.
Tramortito, viene spinto su una costa rocciosa, con le poche forze che gli rimangono, evita di essere sbattuto sugli scogli. Quindi giunge alla foce di un fiume, dove, sfinito, si addormenta.
Libro VI
Nell'isola Scheria, la principessa Nausicaa, figlia del re Alcinoo, sta scendendo verso la spiaggia su un carro carico di panni, insieme alle sue ancelle.
Giunte alla sponda di un fiume impetuoso, le fanciulle scendono e si mettono a lavare i panni, quindi li stendono sul greto per farli asciugare. Ulisse è lì vicino e il rumore lo sveglia. Le fanciulle fanno colazione e quindi giocano a palla.
Ulisse, non ancora ripresosi, crede di vedere un gruppo di ninfe. Chiunque siano, è meglio farsi vedere. Le fanciulle fuggono spaventate alla vista dello straniero nudo. Anche Nausicaa è sorpresa, ma è la figlia di un re e quindi si rivolge ad Ulisse.
L'eroe le risponde come se fosse di fronte ad una dea. Nausicaa prova pietà per lui e richiama le sue ancelle. Lo rifocillano, trovano per lui un vestito e gli danno dell'olio finissimo.
Nausicaa e le ancelle si preparano a tornare. Nausicaa consiglia allo straniero di seguirle a distanza, per evitare che la gente possa pensare male di lei che è la principessa dei feaci.
Ulisse arriva a Scheria da solo, presentandosi al palazzo del re Alcinoo e della regina Arete.
Libro VII
Ulisse viene ricevuto con cortesia, ma non rivela il proprio nome. Ammira la prosperità e la ricchezza dell'isola e racconta loro delle sue avventure, di come Calipso lo avesse tenuto prigioniero, della tempesta e del velo di Leucotea.
Alcinoo gli promette una nave che possa riportarlo in patria, per quanto lontana possa essere.
Libro VIII
Una nave ed un gruppo di marinai volontari viene messa a disposizione di Ulisse, tutto grazie all'aiuto di Atena, che aveva attraversato la città annunciando l'arrivo dello straniero amico del re, uomo così forte e bello da far pensare ad un dio.
Giunge la sera e a palazzo il rapsodo cieco Demodoco, canta le gesta degli eroi davanti a Troia. Ulisse non può nascondere la propria emozione ed il proprio dolore. Vedendo il suo stato Alcinoo lo prega di raccontare tutte le sue avventure.
Libro IX
Ulisse rivela la propria identità, capiscono così il suo dolore al canto di Demodoco.
Il racconto di Ulisse inizia con la partenza da Troia delle sue dodici navi. La flotta si dirige verso i ciconi (tribù della Tracia orientale), per recuperare le provviste necessarie alla traversata.
Gli achei saccheggiano il villaggio di Ismaro, i cui abitanti si sono rifugiati sulle montagne. Ulisse prega i suoi uomini di sbrigarsi, ma questi si attardano a bere e a gozzovigliare. I ciconi hanno il tempo di radunarsi e il loro esercito si scaglia sugli achei.
Sono così costretti a fuggire e puntano la prua a sud, con l'intento di doppiare il capo Malea, risalendo quindi fino ad Itaca. Il vento di settentrione, molto forte, li spinge ben oltre il capo e li fa giungere all'isola di Citera. Le navi di Ulisse rimangono in mare per altri nove giorni, quindi giungono sulle coste della Libia.
Qui incontrano il popolo dei lotofagi, che si nutrono unicamente del frutto del loto. Alcuni compagni di Ulisse, ne mangiano anch'essi, perdendo ogni ricordo della vita passata e delle loro case, perdendo anche ogni preoccupazione per il futuro.
Preoccupato da questo comportamento, Ulisse torna alle navi, ordina al resto dei compagni di ricondurre i suoi uomini a bordo con la forza e di incatenarli alle rispettive navi.
Ulisse riparte ed arriva ad un gruppo di isole fertili, con acqua dolce e capre selvatiche.
Nell'isola non sembrano esservi esseri umani.
Ulisse vede a distanza un'isola più grande e decide di raggiungerla. Così si imbarca con dodici uomini, portando con sé un otre di vino di Ismaro. L'isola è ricca di prati, su cui pascolano grassi armenti.
In una caverna, scoprono dei recinti in perfetto stato di manutenzione, nei quali sono rinchiuse delle pecore. Sui muri, mensole e scansie piene di formaggio. I marinai vorrebbero solo prendere del formaggio ed andarsene, ma Ulisse vuole sapere chi vi abita.
Si nascondono tutti nella caverna e, nell'attesa, uccidono un agnello per cibarsene. Giunta la sera, entra nella caverna un gigante con un solo occhio in mezzo alla fronte, spinge dinanzi a se un gregge e sulle spalle porta dei tronchi di pino.
Egli è un ciclope. Portate le pecore al recinto, chiude l'ingresso della caverna con un pesante macigno.
Il ciclope accende un fuoco e la luce delle fiamme rivelano la presenza di Ulisse e dei suoi compagni. L'eroe risponde con calma alle domande del ciclope, ben sapendo la gravità della situazione ed invoca Zeus, dio dei viaggiatori e protettore degli stranieri, ricordando al gigante le leggi dell'ospitalità.
Ulisse non parla del resto della sua flotta, ma racconta che la loro nave è stata fatta a pezzi da Poseidone. Il ciclope se ne infischia di Zeus e degli altri dei, prende quindi in mano due marinai, spacca le loro teste contro i muri della caverna e li divora.
Ulisse pensa di uccidere il gigante durante la notte, ma così resterebbe intrappolato nella grotta, impossibilitato a spostare la pietra che ne ostruisce l'accesso. Il mattino successivo, il ciclope divora altri due marinai, quindi porta gli animali al pascolo, avendo cura di richiudere l'ingresso.
In sua assenza, Ulisse escogita un piano di fuga. Nella grotta c'è un tronco di olivo. Lo appuntiscono con cura e lo induriscono con la brace che cova sotto la cenere.
Al calar del sole, ritorna il ciclope e pasteggia con altri due marinai. Ulisse gli si avvicina, porgendogli una ciotola con il vino di Ismaro. Il gigante lo beve e ne reclama un'altra ciotola. Quindi chiede ad Ulisse il suo nome per sapere chi deve ringraziare. Mentre gli passa la ciotola, Ulisse dice di chiamarsi Nessuno. Già ebbro di vino, il ciclope dice che lo ringrazierà mangiandolo per ultimo, quindi cade a terra addormentato.
Ulisse e i suoi compagni riscaldano la punta del tronco, rendendola incandescente, e la conficcano nell'unico occhio del gigante.
Il gigante urla di dolore, alle sue grida gli altri ciclopi accorrono e chiedono a Polifemo cosa sia successo. Polifemo grida che Nessuno vuole ucciderlo; gli altri ciclopi ribattono che se nessuno gli sta facendo del male, vuol dire che sono gli dei che lo hanno punito e che quindi non possono fare niente per aiutarlo.
All'alba il gigante apre la grotta per fare uscire le pecore, gli uomini si aggrappano al ventre degli animali, riuscendo a passare davanti Polifemo che ne tasta il dorso una ad una.
Al sicuro sulla propria nave, Ulisse chiama ad alta voce Polifemo e gli rivela il suo vero nome. Polifemo solleva un masso e lo scaglia in direzione della voce, mancando la nave di poco. Quindi lancia loro una maledizione: poiché i ciclopi sono figli di Poseidone, il dio del mare sentirà il suo lamento e gli sarà nemico eternamente.
Libro X
Ulisse piange i compagni morti. Riprendono subito il mare e giungono in un'isola galleggiante dove dimora Eolo, il dio dei venti. Ulisse sale in cima all'isola ed incontra Eolo, che per aiutarlo, chiude tutti i venti contrari al suo viaggio in un otre di cuoio, lasciando libera solo una brezza favorevole.
Ulisse carica l'otre a bordo e riparte, non lascia il timone, né di giorno né di notte. Dopo dieci giorni, avvista finalmente Itaca, sentendosi al sicuro, si addormenta.
Ma i suoi compagni vogliono sapere cosa contiene l'otre, pensano che sia pieno di ricchezze che Ulisse vuole tenere solo per se. Decidono di aprirlo e tutti i venti contrari si scatenano, sospingendo la nave lontano dalla patria, in direzione delle Eolie. Qui, il dio dei venti è adirato con Ulisse, gli rifiuta ogni altro aiuto.
Demoralizzati, Ulisse e i suoi compagni riprendono il mare. Dopo sei giorni, giungono all'isola dei lestrigoni. Undici navi entrano in porto, mentre la nave di Ulisse, sospettoso, attracca in una baia nascosta. Questa sua diffidenza gli salverà la vita, i lestrigoni si nutrono di carne umana ed uccideranno tutti i suoi compagni entrati in porto.
Ulisse vede la scena e fugge appena in tempo. La sua flotta è ora ridotta ad una sola nave, con un equipaggio sopraffatto dal dolore.
Arrivano ad Eea, un'isola coperta da fitta vegetazione. Sembra disabitata. Ulisse sale su uno sperone di roccia e vede una valle con al centro un palazzo. Metà dell'equipaggio viene mandata in perlustrazione, l'altra metà rimane presso la nave. Attorno al palazzo si trovano animali feroci che si comportano come docili cani. Leoni, orsi e lupi, li accolgono come un cane fedele al ritorno del suo padrone.
Dal palazzo risuona una voce melodiosa, dall'ingresso esce una donna dai lunghi capelli scuri. È Circe, la maga figlia di Elio.
Tutti i marinai entrano con lei, tranne Euriloco, preoccupato dal comportamento delle belve che circondano il palazzo. Euriloco vede Circe che offre cibo e vino ai suoi compagni, ma, all'improvviso, questi si trasformano in maiali. Circe li spinge verso la stalle e li rinchiude.
Euriloco torna di corsa alla nave, avverte Ulisse, che decide di dirigersi verso il palazzo per liberare i compagni. Lungo il cammino incontra Ermes. Il dio lo avverte dei sortilegi della maga e gli offre un'erba che annullerà i suoi poteri. Ulisse, poco prima di entrare nel palazzo, mangia l'erba datagli da Ermes ed accetta l'ospitalità di Circe.
Beve il vino che gli offre e sorride allo stupore di lei, quando la sua magia non ha effetto. Ulisse estrae la spada e la punta minaccioso contro la maga. Circe riconosce la propria sconfitta e ridà forma umana ai suoi compagni ed anche tutti gli altri tramutati in bestie feroci. Ulisse rimarrà così un anno in quel soggiorno paradisiaco.
I suoi amici vogliono tornare a casa e quindi Ulisse è costretto a cedere ai loro desideri. Chiede a Circe la strada migliore per tornare a casa: la maga lo consiglia di visitare gli inferi e di consultare l'ombra dell'indovino Tiresia.
La nave riparte, dovendo lasciare uno dei marinai: Elpenore. La notte prima aveva bevuto parecchio e si era addormentato sul tetto, al momento della partenza è caduto di sotto, morendo sul colpo.
Libro XI
Seguendo le istruzioni di Circe, Ulisse arriva al confine del mondo. Tiresia gli annuncia che riuscirà a tornare in patria, ma che dovrà stare attento all'ira degli dei. soprattutto a Trinacria. Prima o poi, Ulisse dovrà placare l'ira di Poseidone e Tiresia gli indica gli opportuni riti. Tiresia gli predice anche che troverà il suo palazzo in preda all'anarchia, ma che morirà in età avanzata e sulla terra ferma. Appare anche l'ombra di Anticlea, madre di Ulisse, che gli racconta delle sventure che opprimono Penelope e Telemaco.
Altre ombre vengono a parlare con Ulisse. Elpenore, Agamennone e Achille gli si avvicinano, mentre Aiace rifiuta di parlargli. Ulisse assiste ai supplizi di Tantalo, di Sisisfo e del gigante Tizio. Ma quando la folla di ombre si accalca presso di lui, fugge in fretta dal mondo delle ombre.
Libro XII
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La nave di Ulisse torna ad Eea, dove può dare sepoltura ad Elpenore. Prima di partire, Circe mette in guardia Ulisse dai sortilegi delle sirene, dai pericoli di Scilla e Cariddi e da quelli dell'isola del Sole.
Per evitare che i suoi compagni vengano attirati dal suono melodiose delle sirene, fa colare nelle orecchie dei suoi compagni della cera. Lui si fa legare all'albero della nave, ordinando ai marinai di non scioglierlo per nessun motivo. Ulisse riesce così ad ascoltare la voce delle sirene senza subire i nefasti effetti. Riescono anche a sfuggire ai pericoli di Scilla e Cariddi, pur perdendo sei uomini dell'equipaggio.
Giungono infine a Trinacria, l'isola dove pascolano gli armenti del Sole. Ulisse vuole evitare l'isola, seguendo i consigli di Tiresia. Ma i suoi uomini sono stanchi e deboli e cede alle loro richieste di approdare. Prima di scendere, si fa promettere che si accontenteranno del cibo che Circe ha dato loro. Una volta a terra, sfinito dal viaggio, Ulisse si addormenta.
Quando si sveglia, sente odore di carne arrostita. Spinti da Euriloco, i suoi uomini hanno ucciso i buoi bianchi di Iperione, il dio del sole.
Un vento violento impedisce di riprendere il mare, e, per sei giorni, Ulisse non può impedire ai suoi uomini di nutrirsi con i buoi sacri. Ormai il loro destino è segnato: Iperione si lamenta dell'atto sacrilego con Zeus.
Quando il vento si placa, gli uomini risalgono sulla nave e ripartono. Arrivati al largo, Zeus scatena un uragano che riduce la nave in pezzi. Tutti muoiono, solo Ulisse riesce a salvarsi, toccando le sponde dell'isola di Calipso.
Libro XIII
Il re Alcinoo e la sua corte sono rimasti affascinati dal racconto. Alla fine il re promette l'aiuto dei feaci, le sue navi lo riporteranno ad Itaca.
Il giorno successivo, Ulisse si congeda e, carico di doni si imbarca sulla nave. Raggiunge Itaca poco prima dell'aurora. Ulisse viene sbarcato in una baia riparata.
Poseidone è adirato per l'aiuto dato dai feaci ad Ulisse. Non appena la nave dei feaci approda a Scheria, la trasforma in una roccia. Alcinoo raccoglie a malincuore l'avvertimento di Poseidone. Per placare il dio del mare, gli offre dodici tra i tori più belli.
Ulisse non sa dove si trovi esattamente, a lui si presenta Atena sotto le sembianze di un pastore. Atena lo ha avvolto in una nube di nebbia, affinché possano concertare insieme un piano d'azione. La dea lo rassicura: si trova proprio ad Itaca. Gli racconta anche della situazione a palazzo e lo traveste da mendicante, affinché possa entrarvi senza essere riconosciuto. Intanto lei tornerà a Sparta per far ritornare Telemaco. Ulisse deve invece andare da Eumeo, il capo dei guardiani dei porci, che gli è rimasto fedele.
Libro XIV
Eumeo sente i cani che abbaiano, si precipita fuori e vede lo straniero, un vecchio stanco per il lungo viaggio. Lo invita ad entrare nella sua capanna per riposare con lui. Ulisse si presenta come vecchio soldato cretese che accompagnò Idomeneo a Troia. L'eroe è commosso dalla bontà del suo servo, quindi passa la notte coperto dal mantello di Eumeo, mentre questi va a sorvegliare gli animali del suo padrone.
Libro XV
Atena arriva a Sparta ed ordina a Telemaco di tornare. I proci hanno progettato una trappola per ucciderlo. Telemaco si congeda da Menelao, mentre si lasciano, vedono un'aquila che tiene tra gli artigli un'oca bianca. Dopo essere passata sopra di loro, l'aquila risale con la sua preda. Menelao interpreta la scena come un felice presagio: Ulisse tornerà al suo regno e si scaglierà come un'aquila sui proci.
Prima di imbarcarsi, Telemaco accoglie a bordo Teoclimeno, un fuggiasco di Argo.
Intanto Ulisse dichiara ad Eumeo la sua intenzione di recarsi in città per trovarvi un lavoro. Eumeo lo dissuade, rischierebbe di venire in contrasto coi servi dei proci. Gli consiglia di attendere il ritorno del principe di Itaca, Telemaco.
Mentre Eumeo prepara il pranzo, racconta ad Ulisse la propria storia. Era ancora bambino, quando fu venduto come schiavo. La sua fortuna fu di essere comprato da Laerte, padre del loro re scomparso.
Telemaco arriva ad Itaca, approda in un punto lontano dalla città, evitando così l'imboscata dei proci. In quel momento un falco si avvicina, stringendo tra gli artigli una colomba. Le piume bianche si agitano proprio sopra la testa di Telemaco: il falco è un messaggero di Apollo che incoraggia il figlio di Ulisse.
Libro XVI
Ulisse ed Eumeo stanno consumando il pasto. Si odono dei passi all'esterno. I cani non abbaiano, quindi deve essere un amico. Eumeo esce e vede i cani che fanno festa a Telemaco. Il vecchio lo fa entrare. Telemaco vede uno straniero all'interno che, cortesemente, si alza al suo arrivo, offrendogli il suo posto. Eumeo lo presenta come soldato cretese che si è battuto a Troia.
Telemaco si mostra mortificato di non poterlo ospitare al meglio, a causa del disordine che regna nella sua casa. Ma finché resterà con Eumeo, gli offrirà cibo e nuove vesti. Eumeo va a parlare con Penelope e Laerte, per rassicurarli sulla sua sorte. Atena indica ad Ulisse che è giunto il momento di farsi riconoscere.
Atena lo sfiora con la mano, Ulisse si trasforma da vecchio coperto di stracci in Ulisse, vestito con abiti di lino, i suoi capelli bianchi si sono trasformati in castani. Telemaco è stupefatto ed Ulisse gli rivela di essere suo padre. I due mettono a punto un piano.
Alla notizia della presunta morte di Ulisse, il numero di pretendenti è aumentato: attualmente sono più di un centinaio. Telemaco tornerà a palazzo e vi farà togliere tutte le armi che vi si trovano, tranne due spade, due lance e due scudi, che nasconderà in luogo sicuro.
Ulisse rassicura Telemaco, il momento di agire lo indicherà Atena. Ulisse si presenterà a palazzo travestito da mendicante, gli raccomanda di mantenere la calma, anche quando sarà soggetto agli sgarbi dei proci: nessuno dovrà immaginare chi è realmente.
I proci sono furiosi. Telemaco è sfuggito all'imboscata. Antinoo ritiene che Telemaco deve essere ucciso, Anfinomo rifiuta di commettere un simile delitto ed anche gli altri sono d'accordo con lui. La discussione viene interrotta dall'arrivo di Penelope.
La regina li rimprovera per il loro comportamento, molti di loro devono la propria vita al re di cui stanno spogliando il regno e di cui vorrebbero disonorare la sposa. Quindi si ritira insieme alle sue ancelle. I proci non osano risponderle, ma non cambiano atteggiamento.
Eumeo ritorna e fa un rapporto della situazione. Al porto è arrivata una nave da cui sono scesi uomini armati. È la nave di Telemaco, che ora ha fatto il suo ingresso ufficiale nel regno di Itaca. Gli uomini armati sono i venti compagni di viaggio di Telemaco.
Libro XVII
Atena ha ridato a Ulisse l'aspetto di un mendicante, così Eumeo ritrova lo stesso uomo che aveva lasciato. Il giorno successivo, Telemaco va dalla madre, per accordarsi con lei. Verso mezzogiorno, viene raggiunto da Eumeo e Ulisse.
Telemaco raccoglie attorno a se altri pochi amici rimastigli fedeli: Mentore, Aliterse e Antifo. A loro si uniscono anche Peireo e Teoclimeno.
Ulisse e Eumeo giungono a palazzo, dove vengono insultati dal capraio Melanzio. Nel cortile, Ulisse riconosce il vecchio Argo, il fedele cane ha solo la forza di sollevarsi per un attimo per festeggiare il ritorno del suo padrone, poi ricade a terra morto.
Telemaco, che attendeva il loro arrivo, abbandona la tavola, riempie un piatto e lo fa portare ai nuovi arrivati. Poi autorizza il vecchio a chiedere l'elemosina a quanti sono nella grande sala.
Tutti i proci gli danno qualche avanzo, tranne Alcinoo, che lo insulta e lo colpisce con uno sgabello.
Penelope viene a sapere che un ospite è stato oltraggiato. Chiede ad Eumeo di condurre lo straniero presso di se. Eumeo le raccomanda la prudenza, i proci potrebbero vendicarsi se venissero a sapere che ella ha ricevuto un mendicante. È meglio attendere il calare della sera.
Libro XVIII
Nel vestibolo entra un nuovo personaggio: è Arneo. I proci lo hanno soprannominato Iros, con allusione a Iris, la messaggera degli dei, perché porta loro i messaggi.
Con un cenno, gli ordinano di cacciare Ulisse dal posto in cui si è seduto. Iros grida ad Ulisse di uscire, altrimenti lo butterà fuori. Antinoo e gli altri proci sono divertiti, e si fanno intorno ai due per osservare la disputa.
Ulisse accetta la sfida di Arneo, Antinoo propone un cosciotto d'agnello come premio per il vincitore. L'unica richiesta di Ulisse è che nessuno si intrometta.
Ulisse si alza e si libera degli stracci. Ora Arneo si rende conto dell'errore, quel vecchio ha le spalle larghe e il corpo muscoloso. Ulisse lo atterra facilmente, quindi lo trascina fuori e gli ordina di fare la guardia, affinché cani e porci non entrino.
A questo punto si fa avanti Anfinomo, che offre del pane e del vino ad Ulisse, e beve alla sua salute. L'eroe si commuove e cerca di avvertirlo del pericolo, ma Anfinomo non capisce l'allusione e il giovane torna a sedere.
Penelope entra nella sala con una sorpresa. Dichiara ai proci, come mai, se le loro intenzioni sono serie, non le abbiano mai presentato dei doni come vuole l'usanza. Seduto in una angolo, Ulisse apprezza l'intelligenza della moglie e ne apprezza i risultati: i proci fanno a gara di generosità e le offrono doni stupendi.
Cala il sole e nella sala vengono accese le torce. Alcune serve del palazzo si accalcano attorno ai proci. Ulisse è adirato da questo comportamento, ordina ad una di queste, Melanto, di servire la propria padrona e non coloro che la perseguitano. Melanto e le altre serve, ordinano ad Ulisse di tacere, se non vuole rischiare di essere colpito.
L’autorità naturale di Ulisse colpisce le donne con la sua voce e le sue minacce, che fuggono rapidamente.
Eurimaco, uno dei più rozzi tra i pretendenti, propone di prenderlo a servizio, ma Ulisse ribatte alla sua sfrontatezza dicendogli che quando il re sarà ritornato, nessuna porta sarà abbastanza grande da permettergli di fuggire. Eurimaco gli scaglia contro uno sgabello, che Ulisse evita. Ne segue un tumulto, presto sedato da Telemaco. I proci tornano alle loro abitazioni, certi sorpresi ed altri furenti.
Libro XIX
Ora Ulisse è solo nella grande sala. Penelope entra e si siede vicino al fuoco. Le domestiche stanno per riordinare la sala e Melanto tratta nuovamente Ulisse in modo scortese. Penelope la rimprovera e chiede allo straniero di sedersi con lei vicino al fuoco e di raccontarle la sua vita.
Ulisse non si rivela, ma fa chiaramente intendere che il suo sposo è ancora vivo. Penelope chiama le sue ancelle e gli fa preparare un bagno e una stanza per il nuovo ospite. Ulisse la ringrazia, ma dice di essere imbarazzato all'idea di spogliarsi di fronte a queste giovani ancelle. Chiede se non vi sia qualcuno che possa occuparsi di lui che abbia la sua stessa età. Penelope manda a chiamare Euriclea, la vecchia nutrice, che arriva con una brocca di acqua calda per lavare i piedi dell'ospite.
Euriclea gli lava i piedi e subito riconosce una cicatrice sulla sua gamba, ricordo di una battuta di caccia al cinghiale. Sul suo viso, gioia e stupore, ma Ulisse la persuade a tacere. Mentre la regina si trattiene con le ancelle, Ulisse le svela il suo piano.
Penelope dichiara allo straniero che, se sarà costretta a sposare uno dei pretendenti, sceglierà colui che dimostrerà di possedere forza e abilità pari a quello del suo sposo scomparso. L'arco di Ulisse è ancora a palazzo, quello con cui si esercitava a scoccare frecce facendole passare attraverso dodici asce a due lame allineate.
Libro XX
Nella notte Atena si presenta ad Ulisse rassicurandolo. L'eroe si sveglia all'alba sentendo piangere Penelope.
Ulisse rivolge una preghiera a Zeus, dal quale riceve immediatamente due risposte indirette: un'ancella, sfinita dal lavoro supplementare datole dai proci, prega Zeus affinché la faccia finita il giorno stesso, quindi dal cielo si sente un rombo di tuono. Fiducioso, Ulisse si appresta ad affrontare la giornata.
Eubeo arriva a palazzo con tre porcellini per il banchetto. Arriva anche Melazio con delle capre e non perde l'occasione di insultare il mendicante. Dopo di lui, Filezio il bovaro, con una giovenca, e dichiara che rimane nell'isola solo perché spera ancora nel ritorno di Ulisse, la vita per un uomo d'onore qui è ormai impossibile.
Anche i proci sono tornati e con l'idea di uccidere Telemaco. Nel venire a palazzo, hanno visto un presagio di sventura, un'aquila teneva una colomba tra gli artigli, e ne sono spaventati.
Entrano nel palazzo e si siedono alla tavola. Ulisse si trova vicino al fuoco e Telemaco dichiara che nessuno dovrà molestarlo. L'autorità mostrata dal giovane li sorprende spiacevolmente.
Ctesippo risponde con insolenza e per dimostrare il suo pensiero, tira uno sgabello al mendicante, Ulisse lo schiva repentinamente. Telemaco freme, ma si trattiene e lancia il suo ultimo avvertimento.
La luce della sala si attenua, si alza Teoclimeno, profetizza l'oscurità sui visi dei proci, i muri imbrattati di sangue, su di loro sta per abbattersi una catastrofe, alla quale nessuno potrà sfuggire.
Telemaco lascia la sala, proprio mentre i proci si prendono gioco degli amici di Telemaco: un vecchio mendicante e un vagabondo che crede di essere un indovino.
Libro XXI
Penelope entra nella sala, porta con se l'arco e le frecce che furono di Ulisse. Dietro di lei le ancelle con le asce a due lame.
La regina consegna l'arco ai proci: che dimostrino ora la loro forza. Nel frattempo Ulisse si rivela ad Eumeo e Filezio, informandoli del suoi progetti.
Nonostante tutti i tentativi, nessuno riesce a tendere l'arco. Per nascondere l'imbarazzo, Antinoo dichiara che non è un giorno adatto per una prova di tiro con l'arco, in quanto consacrato ad Apollo. Ma Ulisse si alza, intende provare a tendere l'arco.
I proci sono indignati. Telemaco chiede alla madre di ritirarsi. Nonostante la sorpresa, Penelope obbedisce.
Tra la collera dei proci, Eumeo allinea le asce, quindi da l'arco ad Ulisse ed esce di scena.
Grande lo stupore dei proci: il mendicante ha teso l'arco, ha incoccato la freccia e, rilasciatala, ha attraversato la fenditura di tutte e dodici le asce.
Ecco Ulisse che parla a Telemaco: «è il momento». Il figlio, con spada e giavellotto, si mette al suo fianco. Un tuono rimbomba in cielo: anche Zeus gli è vicino.
Libro XXII
Ulisse prende un'altra freccia e la scocca precisa nel collo di Antinoo. I proci cercano le loro armi, ma Telemaco le ha fatte nascondere.
Le frecce si stanno esaurendo, Ulisse teme di essere sopraffatto, ma entra in scena Mentore, ma non è il precettore di Telemaco, è Atena che ha preso le sua sembianze.
La dea infonde coraggio in Ulisse e crea lo scompiglio tra i proci, confondendoli e impedendo loro ogni tipo di reazione.
La lotta ha presto fine, unici superstiti sono Frenio, il rapsodo, e Medonte, l'araldo dei proci: nessuno dei due ha partecipato alla spoliazione del regno, né tanto meno hanno insultato Ulisse.
Euriclea ha udito il rumore della battaglia, Telemaco la conduce davanti al padre, in piedi nella grande sala con i suoi due servitori. Euriclea vorrebbe gridare la sua gioia, ma Ulisse la ferma. Le chiede invece di portare tutte le serve infedeli, i tre uomini porteranno via i cadaveri, mentre loro puliranno la sala. Terminato il lavoro, moriranno. Telemaco stesso le impicca. Anche Melanzio sarà ucciso.
Libro XXIII
Euriclea porta la buona notizia a Penelope. La regina non riesce a credere alla sue parole, scende nella sala, ora deserta e silenziosa.
Si siede vicino al fuoco e guarda Ulisse in silenzio. Nonostante Telemaco insista, lei rimane immobile, incredula.
Ulisse si allontana, si ripresenta a lei vestito con gli abiti regali, ma Penelope resta insensibile.
Visto che la sua sposa non vuole riceverlo, Ulisse chiede che gli venga preparato un letto da qualche altra parte. Penelope chiede ad Euriclea di portar fuori il grande letto costruito proprio da Ulisse. Ulisse risponde che non è possibile, il letto è stato ricavato in un albero di ulivo e quindi non può essere spostato.
La regina scoppia in pianto, ora è sicura che Ulisse è tornato.
Libro XXIV
Portata la calma nel palazzo, ora Ulisse deve riportare ordine nel suo regno e far visita al vecchio padre Laerte.
Ulisse e Telemaco, accompagnati da Filezio ed Eumeo, cercano un modo per evitare la vendetta dei parenti dei proci. Una folla rumoreggiante si è già raccolta in città.
Eupite, padre di Antinoo, lo accusa: dopo aver distrutto la gioventù migliore dell'isola di Itaca, torna in patria e compie un'altra strage.
La folla gli da ragione, sono in molti ad aver perduto un parente. Arrivano Medonte e Aliterse, spiegano alla folla che la colpa deve ricadere su quanti hanno autorizzato la spoliazione della casa di Ulisse e quindi su quanti ora li piangono.
Le parole di Eupite hanno la meglio e una folla in armi marcia verso la casa di Laerte. Laerte è adirato per come Eupite ha fomentato la folla, prende un giavellotto e lo lancia, uccidendolo sul colpo.
Ulisse guida il contrattacco, mentre Atena lancia un grido acuto, che atterrisce gli assalitori. Zeus interviene, non vuole un nuovo massacro, lancia un fulmine davanti alla figlia, imponendole di riportare la pace.
Atena placa l'ardore bellico, la battaglia viene evitata e la pace ritorna sul regno di Itaca.
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