Nascita della Repubblica Italiana

La Repubblica Italiana nasce ufficialmente il 2 giugno 1946 in seguito ai risultati del referendum istituzionale indetto per determinare la forma dello stato dopo la fine della seconda guerra mondiale.
E' questo un evento chiave per la storia dell'Italia contemporanea, dopo il ventennio fascista ed il coinvolgimento nella guerra.
Le forze monarchiche, sconfitte, cercarono subito dopo il referendum, di insinuare dubbi di brogli elettorali, nella speranza, risultata poi vana, di ottenere l'invalidazione dei risultati. Prima del 1946, l'Italia era una monarchia costituzionale governata dal casato dei Savoia (re d'Italia e, precedentemente, di Sardegna), anche se a partire dal 1922 le garanzie sui diritti previste nella costituzione in vigore Statuto Albertino erano state in pratica dimenticate dal regime fascista.
Il 2 giugno 1946 insieme alla scelta sulla forma dello stato i cittadini italiani (comprese le donne che votavano per la prima volta) eleggono anche i componenti dell'Assemblea Costituente che deve redigere la nuova Carta Costituzionale e che fino all'elezione del primo parlamento della Repubblica svolge anche le funzioni di assemblea legislativa.

Questo articolo chiarisce come si giunse al referendum sulla forma dello stato e sul suo svolgimento

Indice

Prima del referendum

Lo Statuto Albertino

La costituzione dell'Italia prima del 1946 era lo Statuto Albertino, promulgato nel 1848 da Carlo Alberto, allora re di Sardegna.
Nel 1861, quando il regno di Sardegna divenne il regno d'Italia la costituzione rimase immutata.

L'Italia liberale

Lo Statuto Albertino prevedeva un sistema per cui alla Camera dei Deputati eletta (solo nel 1911 si arriverà, con Giovanni Giolitti, al suffragio universale maschile) si contrapponeva il Senato di sola nomina regia.
L'equilibrio di potere tra Camera e Senato, ossia tra entourage del re e governo, inizialmente molto indirizzato a favore del Senato, si spostò via via a favore della Camera. Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, l'Italia poteva essere annoverata tra le democrazie liberali benchè, le tensioni interne dovute alle rivendicazioni delle classi popolari e la non risolta questione del rapporto con la Chiesa Cattolica, per via dei fatti del 1871 (occupazione di Roma da parte delle truppe italiane), lasciassero ampie zone d'ombra.

Il fascismo

La conclusione della guerra, nel 1918, vide le tensioni all'interno dell'Italia acquietarsi. Da una parte le classi popolari, organizzate dai partiti di orientamento marxista spingevano per l'ottenimento di maggiori diritti, anche sulla spinta della rivoluzione russa, dall'altra le componenti liberali e conservatrici temevano appunto un'evoluzione in tale senso della società italiana.
In questo contesto si inserì il movimento nazionalista fondato da Mussolini dei Fasci di Combattimento che in breve alle tematiche della vittoria tradita unì, sotto la spinta e l'appoggio dell'alta borghesia sia terriera che industriale, quelle della contrapposizione alle idee della sinistra.
Nel 1922, in occasione della Marcia su Roma, azione di forza organizzata dal movimento fascista, il re Vittorio Emanuele III rifiutò, dietro consiglio dei vertici militari e principalmente del generale Diaz, di decretare lo stato d'assedio, azione che probabilmente avrebbe messo fine alle speranze del fascismo, e, violando la prassi parlamentare, designò Benito Mussolini come primo ministro.

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Vittorio Emanuele III

Tale azione, seppur non contraria allo Statuto Albertino, che attribuiva al re il potere di designare il governo, era appunto contraria alla prassi che si era instaurata nei decenni precedenti.
In pochi anni il fascismo cancellò ogni parvenza di democrazia in Italia, vietando tutti i partiti e le associazioni che non fossero da lui controllate (eccezion fatta per quelle controllate dalla chiesa cattolica), giungendo a trasformare la Camera dei Deputati in Camera delle Corporazioni, in aperta violazione dello Statuto.
In tutti questi anni da parte del potere regio non vi fu alcun tentativo di opporsi alla politica del fascismo.

Dal 1943 al 1944

Solo il 25 luglio del 1943, quando ormai la guerra a fianco della Germania, guerra voluta dal fascismo, era ormai persa e gli alleati erano già sbarcati in Sicilia, Vittorio Emanuele III, in accordo con parte dei gerarchi fascisti, revocò il mandato a Mussolini e lo fece arrestare, affidando il governo al Maresciallo Pietro Badoglio.
Il nuovo governo, travagliato da profonde spaccature interne, iniziò i contatti con gli Alleati per giungere ad un armistizio senza preoccuparsi di impedire, attraverso precise disposizioni a ciò che rimaneva dell'esercito italiano, alle truppe tedesche di occupare l'Italia.
All'annuncio dell'Armistizio, l'8 settembre 1943 l'Italia precipitò nel caos. L'esercito, nel suo complesso, privo di ordini si sbandò e venne rapidamente disarmato dalle truppe tedesche; Vittorio Emanuele III, la corte e il governo Badoglio fuggirono da Roma per rifugiarsi presso le truppe angloamericane che occupavano ormai tutto il sud dell'Italia.
Mentre nell'Italia occupata dai tedeschi iniziavano a formarsi i primi gruppi di resistenza, spesso organizzati dai partiti (socialisti, comunisti, popolari, movimento Giustizia e Libertà) che nell'illegalità avevano continuato a mantenere un minimo di struttura durante il periodo di governo del fascismo, paracadustisti tedeschi liberavano Mussolini, che Hitler indendeva usare per creare un governo fantoccio nell'Italia occupata. Al termine del 1943 la situazione si prospettava nel seguente modo: nell'Italia del centro-nord si era costituita la Repubblica Sociale Italiana, guidata da Mussolini e alleata della Germania nazista; nell'Italia del Sud parte del territorio era amministrato direttamente dalle forze di occupazione alleate e parte dal governo Badoglio, in nome di Vittorio Emanuele III, ossia come Regno d'Italia.
Nessuna delle due organizzazioni statali possedeva organi di rappresentanza.
Terza forza che si stava costituendo era il Comitato di liberazione Nazionale (CLN) che riuniva i rappresentanti di tutti i partiti opposti al fascismo e che era in contatto con le forze partigiane della resistenza che si stava organizzando nel centro nord. La maggior parte dei partiti riuniti nel CLN attribuiva alla monarchia, ed a Vittorio Emanuele III in particolare, la responsabilità di aver appoggiato il fascismo e quindi anche la responsabilità di aver coinvolto l'italia in una guerra disastrosa, e quindi rifiutava di entrare a far parte del governo.
La situazione ebbe una svolta nel 1944 quando Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano propose, in un discorso passato alla storia come svolta di Salerno, di accantonare la questione istituzionale fino alla fine della guerra.

La Luogotenenza

Questa proposta permise di formare un governo che era rappresentativo del CLN e quindi, in qualche modo, possedeva un abbozzo di legittimazione democratica.
Sempre in relazione al nuovo clima politico si giunse al compromesso per cui Vittorio Emanuele III non avrebbe abdicato (atto richiesto da più parti e valutato positivamente anche da una parte dei monarchici), fino alla definizione della questione istituzionale, ma i poteri regi sarebbero stati gestiti dal figlio Umberto con il titolo di Luogotenente generale del Regno.

Questione monarchia/repubblica

Anche se temporaneamente accantonata la questione su quale forma avrebbe dovuto assumere lo stato italiano dopo la fine della guerra rimase uno dei maggiori problemi politici aperti. La maggior parte delle forze che sostenevano il CLN erano apertamente repubblicane sia per impostazione politica di fondo sia parchè imputavano alla monarchia, ed in modo particolare a Vittorio Emanuele III, la responsabilità di aver permesso al fascismo di affermarsi, di governare l'Italia per venti anni e di averla coinvolto in una disastrosa guerra di aggressione.
L'idea repubblicana, in Italia, aveva avuto il suo antesignano in Giuseppe Mazzini, uno dei propugnatori dell'unità d'Italia nel XIX secolo e proprio agli ideali mazziniani si ricollegava il movimento Giustizia e Libertà, nato per opera dei fratelli Rosselli nell'ambito dell'opposizione clandestina al fascismo, che rappresentava, nel 1944/1945, la seconda, per rilevanza politica e collegamento con le unità partigiane, forza del CLN (il partito politico collegato al maggior numero di formazione partigiane era il partito comunista italiano)
L'accordo conclusivo fu di indire, al termine della guerra e non appena le condizioni generali lo avessero reso possibile, un referendum sulla forma dello stato. Insieme al questo referendum sarebbe anche stata elette un'assemblea che avrebbe avuto il compito di redigere una nuova carta costituzionale. Una parte dei sostenitori della monarchia premeva affinchè Vittorio Emanuele III abdicasse in modo da poter giungere al referendum con a capo del paese una figura non troppo compromessa con il precedente regime.
Il figlio di Vittorio Emanuele, Umberto, si era tenuto abbastanza defilato durante la guerra e questo faceva sperare che potesse recuperare alla causa monarchica parte del consenso perduto.

Il referendum

Il decreto luogotenenziale n 151 del 25 giugno 1944, emesso durante il governo Bonomi, sancì l'accordo che al termine della guerra fosse indetta una consultazione fra tutta la popolazione per scegliere la forma dello stato ed eleggere un'assemblea costituente.
L'attuazione del decreto dovette attendere che la situazione interna italiana si consolidasse e chiarisse, nell'aprile 1945 (fine della guerra) l'Italia era un paese sconfitto occupato da truppe straniere, possedeva un governo che aveva ottenuto la definizione di cobelligerante ed una parte del territorio (nord) si era di fatto liberata da sola dall'occupazione tedesca.
Solo nella primavera del 1946 fu possibile accelerare l'attuazione del decreto luogotenenziale sul referendum.
La campagna elettorale fu contrassegnata da incidenti e polemiche, sopratutto al nord. Allo scopo di garantire l'ordine pubblico venne creato, a cura del Ministero degli Interni diretto dal socialista Giuseppe Romita, il corpo della Polizia Ausiliaria, che venne accusato, dai monarchici, di favorire apertamente la causa repubblicana.

cronologia

Il Re di maggio

La manovra del fronte monarchico di sostituire, poco prima del referendum, Vittorio Emanuele III, figura gravemente compromessa con il regime fascista, con il figlio Umberto fù una palese violazione degli accordi che avevano portato nel 1944 all'entrata nel governo dei partiti riuniti nel CLN.
Una parte delle forse politiche, sopratutto repubblicani, socialisti e comunisti videro tale azione quasi come un tentativo di colpo di stato e di fatto non riconobbero mai tale atto.
Proprio allo scopo di ridurre le polemiche Umberto di Savoia accettò che tutti gli atti ufficiali fossero emessi semplicemente con la dicitura "Umberto II re d'Italia" e non con la forma prevista dallo Statuto Albertino "Umberto II re d'Italia, in grazia di dio e per volontà della nazione".
Anche la decisione dell'Ammiraglio Raffaele de Courten di distogliere l'incrociatore Duca degli Abruzzi dal rimpatrio dei prigionieri di guerra per trasportare in esilio Vittorio Emanuele III suscitò aspre polemiche e fu censurata dal governo. L'effimero regno di Umberto di Savoia durò solamente quaranta giorni, tra maggio e giugno 1946, e per tale motivo venne coniato l'epiteto di re di maggio, anche con riferimento alle tradizioni popolari del maggio che spesso prevedevano l'elezione di un re della festa. In modo anche più sarcastico circolò anche la battuta re Umberto secondo lui.

I risultati

Gli aventi diritto al voto risulvano essere 28.005.449. I votanti furono 24.947.187 corrispondenti al 89,1%. I risultati ufficiali del referendum istituzionale furono: repubblica voti 12.717.923 pari al 54,3%, monarchia voti 10.719.284 pari al 45,7%; voti nulli 1.498.136. Analizzando i dati regione per regione, si nota come l'Italia si fosse praticamente divisa in due: il nord dove la repubblica aveva vinto con il 66,2% ed il sud dove la monarchia aveva vinto con il 63,8%.

Il voto per regione

I risultati per l'assemblea costituente

I deputati da eleggere erano 556, sui 573 previsti mancando quelli di alcune province. La ripartizione dei voti fu la seguente:

Partito Percentuale voti Seggi
Democrazia Cristiana 37,2% 207
Partito socialista 20,7 % 115
Partito comunista 18,7% 104
Unione Democratica Nazionale 7,4% 41
Fronte dell'Uomo Qualunque 5,4% 30
Partito repubblicano 4,1% 23
Blocco Nazionale Libertà 2,9% 16
Partito d'Azione 1,3% 7
altre liste 2,3% 13

Analisi dei dei risultati

I risultati del voto furono, sia per i vincitori che per gli sconfitti, inferiori alle aspettative.
Molti studiosi sono concordi nell'affermare che se il referendum si fosse tenuto immediatamente dopo la fine della guerra, come richiesto da una parte delle forze politiche, il vantaggio della repubblica sarebbe stato maggiore. In effetti lo spostamento nel tempo, spostamento che i monarchici avrebbero voluto essere ancora maggiore, unito all'uscita di scena di Vittorio Emanuele III recuperarono consensi alla causa monarchica.
Altra tesi sostenuta da alcuni è che la differenziazione tra monarchia e repubblica fosse una differenziazione sociale: i ceti più istruiti sarebbero stati repubblicani mentre quelli dove l'analfabetismo era maggiore avrebbero avuto una preferenza per il campo monarchico. Questa tesi che cercava di fare leva sulla contrapposizione tra città/proletariato industriale (di norma dotato comunque di una istruzione maggiore) e campagna/proletariato contadino non trova ormai sostenitori.
Alcuni analisti del campo monarchico affermarono anche che la repubblica era stata favorita dal voto femminile, fortemente voluto dalla sinistra, in quanto le donne, non avendo preparazione in campo politico (non avevano mai votato), non erano state in grado di scegliere in modo oculato.

Risultati particolari

Il dato del Trentino, ove la repubblica aveva ottenuto una vittoria schiacciante (85%) fu interpretato con l'avversione delle popolazioni di lingua tedesca della regione per la politica nazionalistica del fascismo da loro identificato con la monarchia. Anche il mancato rientro di parte dei soldati inquadrati nei reparti di Alpini venne invocato come concausa della sconfitta monarchica.
Tra le regioni del nord stupì il voto del Piemonte, regione storicamente legata alla casata dei Savoia dove la repubblica aveva vinto con il 56,9%.
La regione dove si ebbe la maggior percentuale di voti nulli fu la Valle d'Aosta.

L'Italia divisa in due

Dai dati del voto l'Italia risultò divisa in sud monarchico ed un nord repubblicano. Le cause di questa netta dicotomia possono essere ricercate nella differente storia delle due parti dell'Italia dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943.
Per le regioni del sud la guerra finì appunto nel 1943, prima con l'occupazione alleata e poi con il progressivo ritorno sotto la giurisdizione del cosidetto Regno del Sud con a capo Vittorio Emanuele III, fuggito da Roma subito dopo l'armistizio.
Per contro il nord dovette vivere quasi due anni di occupazione tedesca e di lotta partigiana contro appunto i tedeschi ed i fascisti della RSI. Le forze più impegnate nella guerra partigiana facevano capo a partiti apertamente repubblicani (partito comunista, partito socialista, movimento Giustizia e Libertà).

L'accusa di frode elettorale

I monarchici, non volendo accettare i risultati, attribuirono la loro sconfitta a brogli elettorali ed a scorrettezze nella convocazione del referendum.
Tra le cause della sconfitta quelle più rilevanti, secondo i monarchici, furono:

Analisi statistiche,fornite sempre dai monarchici, avrebbero evidenziato come il numero dei voti registrati fosse largamente maggiore a quello dei possibili elettori. Nel disordine generale seguito alla guerra pare che un numero consistente di votanti avesse usato documenti d'identità falsi (bisogna dire che se ciò fosse vero potrebbe aver favorito sia uno schieramento che l'altro).

I monarchici presentarono numerosi reclami giudiziari, che vennero però respinti dalla Corte di Cassazione.

Stime monarchiche valutano a circa tre milioni i voti che andarono persi per diverse ragioni, numero questo maggiore della differenza tra l'opzione repubblicana e monarchica.

Ragioni della sconfitta della monarchia

Certamente una cause che portò alla scoonfitta della monarchia fu la figura di Vittorio Emanuele III considerato un debole e non in grado di gestire gli avvenimenti cui si trovò di fronte.
Nel 1922 il comportamento della casa regnate fu determinate per la conquista del potere da parte del fascismo.
Nel 1938, Vittorio Emanuele III promulgò, senza obiezioni, le leggi razziali. Queste leggi furono molto impopolari fra gli italiani che non avevano alcuna tradizione di antisemitismo. Le vicende della seconda guerra mondiale non aumentarono di certo le simpatie verso la monarchia anche a causa degli atteggiamenti discordanti di alcuni membri della casa regnante. La moglie di Umberto, la principessa Maria Josè cercò, nel 1943, attraverso contatti con le forze alleati, di negoziare una pace separata muovendosi al di fuori della didplomazia ufficiale. Queste manovre, anche se apprezzate da una parte del fronte antifascista, furono viste in campo monarchico come un tradimento ed all'esterno come sintomi di profondi contrasti interni alla casata dei Savoia.
Anche la decisione di Vittorio Emanuele III di abbandonare Roma, e con essa l'esercito italiano che venne lasciato privo di ordini, per rifugiarsi nel sud subito dopo la proclamazione dell'armistizio di Cassibile, atto che fu visto come una vera e propria fuga non migliorò certo la fiducia degli italiani verso la monarchia.

Conseguenze del referendum

Pur non riconoscendone la validità e rifiutandone i risultati Umberto di Savoia, pur non rinunciando mai ufficialmente alla corona lasciò l'Italia subito dopo il referendum

La nuova costituzione repubblicana elaborara dall'assemblea eletta in contemporanea al referendum venne anche integrata con alcune didposizioni transitorie tra cui la 13a che prescriveva il divieto per i discendenti maschi di Umberto il divieto ad entrare in Italia.
Questa disposizione è stata abolita nell'ottobre 2002,dopo un dibattito in parlamento, e nel paese, durato molti anni e Vittorio Emanuele, figlio di Umberto, potè entrare in Italia con la sua famiglia nel dicembre successivo per una breve visita.

Bibliografia

See also: Nascita della Repubblica Italiana, 10 maggio, 12 giugno, 12 marzo, 13 giugno, 1861, 1871, 18 giugno, 18 marzo, 1911