Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia

right|200px|Mostra del cinema di Venezia La Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia è un festival cinematografico che si svolge annualmente nella città lagunare (solitamente tra la fine del mese di agosto e l'inizio di settembre) nello storico Palazzo del Cinema, sul Lungomare Marconi, al Lido di Venezia.

Giunta nel 2004 alla sessantunesima edizione, la mostra si inquadra nel più vasto scenario della Biennale di Venezia, festival culturale che include un'esposizione di arte contemporanea. La prima edizione si tenne in concomitanza con la XVIII Biennale.

Il premio principale che viene assegnato - assieme a diversi altri - è il "Leone d'Oro", che deve il suo nome al simbolo della città (il Leone della Basilica di San Marco). Tale riconoscimento è considerato uno dei più importanti dal punto di vista della critica cinematografica, al pari di quelli assegnati nelle altre due principali rassegne cinematografiche europee: la "Palma d'Oro" del Festival di Cannes e l'"Orso d'Oro" di quello di Berlino. Nel loro insieme, si tratta di tre premi ambìti e di grande impatto, spesso in controtendenza rispetto agli "Academy Awards" americani (vale a dire i "Premi Oscar", che temporalmente li precedono, svolgendosi abitualmente a primavera.

Recentemente, nel 2002, è stato istituito un nuovo riconoscimento, il "Premio San Marco", dedicato al miglior film della sezione "Controcorrente", una delle ultime inserite, e che si è accostato ai trofei già esistenti, tra i quali degno di nota è il prestigioso "Leone d'Oro alla carriera".

Indice

Storia della Mostra

Gli anni '30

La prima Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia (denominata 1a Esposizione Internazionale d'Arte Cinematografica) si svolse dal 6 al 21 agosto del 1932. Il festival nasce da un'idea del presidente della Biennale di Venezia, il conte Giuseppe Volpi di Misurata, dello scultore Antonio Maraini, segretario generale, e di Luciano De Feo, il segretario generale dell'"Istituto internazionale per il cinema educativo", emanazione della Società delle Nazioni con sede a Roma, concorde sull'idea di svolgere la rassegna nella città lagunare, e che fu il primo direttore-selezionatore.

La mostra viene giustamente considerata la prima manifestazione internazionale di questo tipo, ricevendo un forte appoggio dalle autorità. La prima edizione si svolge alla terrazza dell'Hotel Excelsior al Lido di Venezia, ma ancora non si tratta di una rassegna competitiva. I titoli vengono solamente presentati al pubblico, ma nonostante questo l'edizione del 1932 vanta titoli di grande valore, divenuti poi veri e propri "classici" della storia del cinema; da ricordare "Forbidden" del grande regista americano Frank Capra, "Grand Hotel" di Edmund Goulding, "The Champ" (Il Campione) di King Vidor, il primo ed inimitabile "Frankenstein" di James Whale, "The devil to pay" di George Fitzmaurice, l'italiano "Gli uomini, che mascalzoni..." di Mario Camerini, "A nous la liberté" (A noi la libertà) di René Clair. Oltre ai film citati, in concorso sono presenti opere di altri grandi registi, quali Raoul Walsh, Ernst Lubitsch, Nikolaj Ekk, Howard Hawks, Maurice Tourneur, Anatole Litvak. Personaggi di spicco di questa prima rassegna sono gli attori che appaiono sul grande schermo attraverso le pellicole proiettate, che garantiscono alla mostra un successo maggiore di quello aspettato, portando nelle sale oltre 25 mila spettatori. Si parla dei maggiori divi dell'epoca, Greta Garbo, Clark Gable, Fredric March, Wallace Beery, Norma Shearer, James Cagney, Ronald Colman, Loretta Young, John Barrymore, Joan Crawford, senza dimenticare l'idolo italiano Vittorio De Sica ed il grande Boris Karloff, passato alla storia per il suo ruolo del mostro nel primo Frankenstein. Il primo film della storia della mostra viene proiettato la sera del 6 agosto 1932: si tratta del "Dr. Jekyll and Mr. Hyde" di Rouben Mamoulian; al film seguì un grande ballo nei saloni dell'Excelsior. Il primo film italiano, Gli uomini, che mascalzoni... di Mario Camerini, venne presentato invece la sera dell'11 agosto 1932. In mancanza di una giuria e dell'assegnazione di premi ufficiali, introdotti solamente più tardi, un referendum indetto dal Comitato Organizzatore presieduto da Attilio Fontana della I.C.E. - Istituto Commercio Estero, svolto tra il pubblico accorso alla rassegna decreta miglior regista il Nikolaj Ekk, sovietico, per il film "Putjovka v zizn" (Il cammino verso la vita), mentre il film di René Clair viene eletto come il più divertente.

La seconda edizione si svolge due anni dopo, dal 1 al 20 agosto 1934. Inizialmente, infatti, la rassegna si trova indissolubilmente legata alla più ampia Biennale di Venezia, rispettandone la cadenza. L'esperienza della prima edizione porta subito, comunque, una importante novità: si tratta della prima edizione competitiva. Le nazioni in gara con almeno un proprio esponente sono ben 19, più di 300 i giornalisti accreditati alle proiezioni. Viene istituita la "Coppa Mussolini", per il miglior film straniero ed italiano, ma ancora non esiste una vera giuria. È la presidenza della Biennale che, consultati alcuni esperti e secondo il parere del pubblico, in accordo con l'"Istituto Internazionale per la Cinematografia Educativa" di Luciano de Feo, ancora direttore della mostra, decreta i vincitori dei premi. Oltre la "Coppa Mussolini" vengono distribuite le "Grandi Medaglie d'Oro dell'Associazione Nazionale Fascista dello Spettacolo" e i premi per le migliori interpretazioni. La miglior attrice è una giovane Katharine Hepburn, premiata per la sua splendida interpretazione in "Little Women" (Piccole Donne) di George Cukor. Il premio per il miglior film straniero va a "The Man of Aran" (L'uomo di Aran), di Robert Joseph Flaherty, un documentario d'autore, genere molto apprezzato all'epoca. Si ripresenta inoltre Frank Capra con uno dei suoi film più celebrati, It happened one night (Accadde una notte) con Clark Gable e Myrna Loy. Alla seconda edizione, la mostra vanta già il suo primo scandalo: durante una sequenza di "Extase" (Estasi), del regista cecoslovacco Gustav Machatý, Hedwig Kieslerová, conosciuta successivamente come Hedy Lamarr, appare sul grande schermo in un nudo integrale.

Già dalla terza edizione, 1935, la mostra diventa annuale, come conseguenza del grande successo di pubblico e di critica riscosso dalle due prime edizioni, sotto la direzione di Ottavio Croze. Col crescere della notorietà e del prestigio della ressagna, cresce anche il numero di opere e dei paesi partecipanti in concorso. A partire da questa edizione, però, e fino al dopoguerra, non parteciperanno più i film sovietici, mentre il prestigioso premio agli attori assume la denominazione di Coppa Volpi, dal cognome del conte Giuseppe Volpi di Misurata, padre della rassegna. Ancora una volta il festival vanta film di grande valore: "The Informer" (Il traditore) di John Ford, "The Devil is a Woman" (Capriccio spagnolo) di Joseph von Sternberg, con Marlene Dietrich, ed il vincitore del premio per il miglior film straniero, "Anna Karenina", di Clarence Brown, con Greta Garbo, presente per la seconda volta al Lido di Venezia.

Nel 1936 è tempo per un'altra "prima volta", quella della "Giuria internazionale", mentre si consolida il prestgio della rassegna, con la presenza ancora una volta di film di registi importanti come Frank Capra, John Ford, Max Ophüls, René Clair, Josef von Sternberg, Marcel L'Herbier. Il maggior successo di pubblico, tuttavia, lo riscuote il divo italiano Amedeo Nazzari.

Proseguono di edizone in edizione le innovazioni della mostra: nel 1937 viene inaugurato il nuovo Palazzo del Cinema, opera dell'architetto Luigi Quagliata, costruito a tempo di record, secondo i dettami del Modernismo, diffusosi all'epoca, e mai più abbandonato nella storia della rassegna, tranne che tra il 1940 ed il 1948. La Mostra così si ingrandisce: aumenta il numero delle nazioni partecipanti e dei film accettati. Questa volta le luci della ribalta sono tutte puntate su Marlene Dietrich, che porta scompiglio al Lido di Venezia, ma anche Bette Davis si afferma fortemente tra il pubblico, vincendo il premio come migliore attrice. La rivelazione di questa edizione è il giovane attore francese Jean Gabin, protagonista de "La grande illusion" (La grande illusione) di Jean Renoir, vincitore del gran premio della giuria internazionale.

Nel 1938, purtroppo, anche la mostra subisce le pesanti pressioni politiche dettate dal governo fascista. I vincitori vengono imposti alla giuria internazionale, e film vincitore risulta il tedesco "Olympia" di Leni Riefenshtal e "Luciano Serra pilota" di Goffredo Alessandrini, due film di esplicita propaganda. Questa edizione è anche l'ultima in cui il cinema americano, finora sempre presente in maniera importante, sia quantitativamente, che qualitativamente, è presente al Lido di Venezia. Si congeda con un premio ad uno dei migliori lungometraggi animati di Walt Disney, "Snow White and the Seven Dwarfs" (Biancaneve e i sette nani)'. Il 1938 è anche l'anno della prima grande restrospettiva, secondo il criterio di continua innovazione del festival, che in questa occasione viene dedicata al cinema francese tra gli anni 1891 e 1933. Le opere del cinema francese degli anni '30 è quello che, tra tutti i film stranieri, la cui selezione fino al 1956 spetterà direttamente ai rispettivi paesi di origine, ha offerto autentici capolavori: "A nous la liberté" (1932) di René Clair, "Un carnet de bal" (Un carnet da ballo, 1937) di Julien Duvivier, "La grande illusion" (1937) e "La bête humaine" (La bestia umana, 1939) di Jean Renoir, "Quai des brumes" (Il porto delle nebbie, 1938) e "Le jour se lève" (Alba Tragica, 1939) di Marcel Carné.

Gli anni '40

Gli anni Quaranta rappresentano uno dei momenti più difficili della rassegna. La conclusione della Seconda Guerra Mondiale divide il decennio in due. Se già dal 1938 le pressioni politiche falsarono e rovinarono il festival, con l'avvento del conflitto la situazione degenerò a tal punto che le edizioni del 1940, 1941 e 1942, successivamente considerate non avvenute, si svolsero ben lontano dal Lido di Venezia. Pochi paesi partecipanti e l'assoluto monopolio delle opere e dei registi appartenenti all'Asse Roma-Berlino, in un clima più propagandistico che artistico, rappresentati fortemente anche dai divi italiani, tra i quali spiccarono Alida Valli, Assia Noris e Fosco Giachetti.

Dopo la triste parentesi, la mostra riprende a pieno regime nel 1946 a seguito della conclusione della guerra, ma le proiezioni si svolgono stavolta al cinema San Marco, a causa della requisizione del Palazzo del Cinema ad opera dagli Alleati. Il nuovo direttore è Elio Zorzi, che con la sua opera vuole recuperare la libertà e la internazionalità che aveva portato la mostra al successo, distrutta dagli anni di guerra precedenti. A caratterizzare questo nuovo percorso sono i molti importanti film del neorealismo cinematografico italiano, uno dei più significativi movimenti nella storia del cinema italiano, quali "Paisà" (1946) di Roberto Rossellini, "Il sole sorge ancora" (1946) di Aldo Vergano, "Caccia tragica" (1947) di Giuseppe De Santis, "Senza pietà" (1948) di Alberto Lattuada, "La terra trema" (1948) di Luchino Visconti; nonostante il loro indiscusso valore e il successo di pubblico, le opere non ottengono il meritato riconoscimento di critica. La mostra torna comunque ad ospitare anche i grandi registi internazionali, Orson Welles, Laurence Olivier, Fritz Lang, John Huston, Claude Autant-Lara, David Lean, Henri-Georges Clouzot, Jean Cocteau, Michael Powell ed Emeric Pressburger, oltre ai già presenti Jean Renoir, Julien Duvivier, Marcel Carné. Con il ritorno alla normalità tornano a Venezia anche le grandi icone del cinema mondiale, Rita Hayworth, Joseph Cotten, Olivia de Havilland, ma la vera protagonista è l'attrice romana Anna Magnani, premiata per la sua splendida interpretazione ne "L'Onorevole Angelina" di Luigi Zampa con la Coppa Volpi per la migliore attrice nel 1947. L'edizione del 1946 per la prima volta si tenne nel mese di settembre, a seguito dell'accordo con il neonato Festival di Cannes, che proprio nella primavera del '46 aveva tenuto la sua prima rassegna.

Nel 1947 la mostra si tenne al Palazzo Ducale, in una splendida ed unica cornice, raggiungendo un record di 90.000 presenze. Sicuramente si può parlare di una delle migliori edizioni della storia del festival, che vide finalmente il ritorno al Lido di Venezia delle opere dell'URSS, accostate alle nuove "democrazie popolari", come la Cecoslovacchia, che all'esordio vinse il primo premio grazie al film "Siréna" del cineasta Karel Stekly. Il 1947 vede anche ripristinata la Giuria internazionale per assegnare il Gran premio internazionale di Venezia. Nel 1949, sotto la direzione del nuovo responsabile Antonio Petrucci, la manifestazione ritorna definitivamente al Palazzo del Cinema al Lido di Venezia. Viene istituito il "premio Leone di San Marco" per il miglior film, vinto per la prima volta da "Manon" di Henri-Georges Clouzot, ma va segnalato l'esordio di Jacques Tati con "Jour de fête" (Giorno di festa), tra i film del sempre presente ed apprezzato cinema francese.

Gli anni '50

Negli anni Cinquanta, finalmente il valore della Mostra viene riconosciuto definitivamente nel campo internazionale, conoscendo un periodo di forte espansione, e concorrendo all'affermazione di nuove scuole di cinema, come quella giapponese e quella indiana, con l'arrivo dei più grandi registi e divi. In questi anni la rassegna cambia più volte direttore, alla ricerca di nuovi spunti e nuove strade da percorrere: Antonio Petrucci (1949-1953), di nuovo Ottavio Croze (1954-1955), Floris Ammannati (1956-1959).

Sono anni importanti, con il mondo del cinema che sembra ormai essersi lasciato definitivamente alle spalle il fantasma della guerra, e la mostra contribuisce ad influenzare le tendenze dell'epoca. Venezia lancia definitivamente il cinema giapponese, che si impone alla ribalta in Occidente grazie al Leone d'Oro vinto da "Rashômon" del grande regista nipponico Akira Kurosawa nel 1951, "bissato" sette anni dopo, nel 1958, da "Muhomatsu No Isshô" (L'uomo del risciò) di Iroshi Inagaki. "Ugetsu Monogatari" (I racconti della luna pallida d'agosto, 1953), "Sanshô dayû" (L'intendente Sanshô, 1954) di Kenji Mizoguchi e "Shichinin no samurai" (I sette samurai, 1954) di Akira Kurosawa vincono il comunque prestigioso secondo premio, il Leone d'Argento, mentre altri film nipponici in concorso, non premiati, riscuotono comunque un buon successo, come "Saichaku ichidai onna" (La vita di O Haru donna galante, 1952) di Kenji Mizoguchi e "Biruma no Tategoto" (L'Arpa birmana, 1956) di Kon Ichikawa. Lo stesso successo riscuote il giovane cinema indiano, che si afferma a sua volta con un Leone d'Oro vinto nel 1957 da "Aparajito" (L'invitto) di Satyajit Ray. La scuola dell'Est europeo, premiata già con il Gran premio della Giuria internazionale ottenuto nel 1947 dall'opera del cecoslovacco Karel Stekly, "Siréna", si impone nuovamente grazie alla presenza di nuovi validi autori, tra i quali meritano una citazione Andrzej Wajda e Andrzej Munk.

Dopo l'exploit negli anni Quaranta dei primi film neorealisti, gli anni Cinquanta segnano l'arrivo sugli schermi del festival di due dei più grandi ed amati registi italiani del dopoguerra, Federico Fellini e Michelangelo Antonioni, che vengono consacrati proprio dalla loro presenza al Lido. Contemporaneamente, ai grandi maestri si affacciano una serie di giovani emergenti, promettenti volti nuovi di un panorama nazionale in grande ascesa, quantitativa e , soprattutto, qualitativa, che daranno vita al periodo forse più brillante del cinema italiano sul piano internazionale. A Venezia si presentano nel 1958 Francesco Rosi, con "La sfida", e soprattutto Ermanno Olmi, con l'opera prima "Il tempo si è fermato", datata 1959. Nonostante la grande fama ed il prestigio ottenuto, il cinema italiano non viene adeguatamente premiato al festival, scatenando roventi polemiche. Due episodi accendono lunghe discussioni: il Leone d'Oro non assegnato a Luchino Visconti né nel 1954 per "Senso", a favore del film di "Romeo e Giulietta" di Renato Castellani, né nel 1960, per "Rocco e i suoi fratelli", questa volta in favore di un film d'oltralpe, "Le passage du Rhin" (ll passaggio del Reno) di André Cayatte. Il massimo riconoscimento gli verrà conferito solo nel 1964, quando "Vaghe stelle dell'Orsa" vince finalmente l'ambito premio. Anche Roberto Rossellini, altro autore di spicco del cinema italiano anni Cinquanta, presenta molti dei suoi film nel corso della rassegna: il 1950 è l'anno di "Francesco giullare di Dio" e "Stromboli", due anni dopo presenta "Europa '51".

Scandali a parte, è il cinema europeo a fare la parte del leone. La scuola del vecchio continente si afferma tanto con autori già noti, quali il danese Carl Theodor Dreyer, premiato con il Leone d'Oro per il suo "Ordet" (1955) e lo svedese Ingmar Bergman, che con "Il volto" conquista il Premio Speciale della Giuria nel 1959, dopo aver già partecipato alla mostra nel 1948, allora completamente sconosciuto e inosservato, con "Musik i mörker" (Musica nel buio), quanto con i nuovi autori. In questo campo si mette ion luce ancora una volta il cinema francese; Robert Bresson si rivela nel 1951 con "Journal d'un curé de campagne" (Il diario di un curato di campagna); Louis Malle presenta, nel 1958 il film scandalo "Les amants" (Gli amanti), che nonostante le polemiche e l'indignazione di molti vince il Premio Speciale; ultimo, solo in ordine di tempo, exploit è quello di Claude Chabrol, presenta nel 1958 "Le beau Serge", considerato successivamente dalla critica come il film che diede inizio alla nouvelle vague. In questi anni, finalmente Venezia può celebrare il ritorno alla mostra del cinema americano, che si presenta con nuovi registi: Elia Kazan, Billy Wilder, Samuel Fuller, Robert Aldrich.

I nuovi divi del panorama cinematografico si fanno conoscere al Lido: il 1954 è il turno di Marlon Brando, con il film "On the waterfront" (Fronte del porto), di Elia Kazan, quattro anni dopo, nel 1958, a monopolizzare l'attenzione di tutti è Brigitte Bardot, protagonista del film "En cas de malheur" (La ragazza del peccato), di Claude Autant-Lara, ma anche i divi e soprattutto le dive italiane si fanno notare: due nomi su tutti sono quelli di Sophia Loren, vincitrice della Coppa Volpi nel 1958 per l'interpretazione in "The black orchid" (Orchidea nera) di Martin Ritt, e Gina Lollobrigida, ma anche Alberto Sordi, Vittorio Gassman e Silvana Mangano, presenti nel film vincitore del Leone d'Oro del 1959, "La grande guerra" di Mario Monicelli, e Giulietta Masina, lanciata dalle sue interpretazioni in vari film di Federico Fellini.

Gli anni '60

Gli anni Sessanta registrano un continuo sviluppo ed ampliamento della mostra, secondo il percorso artistico seguito nel dopoguerra. L'edizione del 1960 viene ricordata come la più contestata della storia del festival, per la mancata assegnazione del Leone d'Oro a uno starordinario film di Luchino Visconti, "Rocco e i suoi fratelli", a favore dell'opera del francese Andre Cayatte. Il pubblico in sala fischiò per tutto il tempo della cerimonia di premiazione e la proiezione del film vincitore. Si trattava della seconda grande delusione per il regista, già beffato nel 1954, quando aveva presentato Senso.

Agli inizi del decennio, il festival si fece promotore di una profonda opera di rinnovamento del cinema. Vennero create mumerose sezioni per diversificare l'offerta ed ampliare il campo d'azione. Vennero presentati importanti film del free cinema inglese, fino ad allora semisconosiuto, come "Saturday night, sunday morning" (Sabato sera, domenica mattina, 1961) di Karel Reisz, "A taste of honey" (Sapore di miele, 1962) di Tony Richardson, o "Billy Liar" (Billy il bugiardo, 1963) di John Schlesinger, mentre trovò piena consacrazione la nouvelle vague francese, presente grazie a Jean-Luc Godard ed Alain Resnais. Alcuni giovani registi italiani si affacciarono per la prima volta davanti al grande pubblico: Pier Paolo Pasolini, Bernardo Bertolucci, Paolo ed il fratello Vittorio Taviani, Vittorio De Seta, Valerio Zurlini, Marco Ferreri, Florestano Vancini, Marco Bellocchio, Giuliano Montaldo, Tinto Brass, mentre alcuni altri si confermarono all'altezza di quanto avessero mostrato agli esordi negli anni Cinquanta, registi del calibro di Francesco Rosi, Ermanno Olmi e Gillo Pontecorvo. Dopo le polemiche del 1960, i premi successivi furono attendibili e non senza coraggio: l'anno successivo vinse "L'année dernière à Marienbad" (L'anno scorso a Marienbad) di Alain Resnais, mentre nel 1962 il premio venne assegnato ex aequo a Valerio Zurlini e Andrej Tarkovskij, rispettivamente con "Cronaca familiare" e "Ivanovo detsvo" (L'infanzia di Ivan).

Dal 1963 il vento delle novità porto il "professore" Luigi Chiarini alla direzione della mostra, aprendo un'era che durò fino al 1968. Negli anni della sua presidenza, Chiarini puntò a rinnovare lo spirito e le strutture della mostra, puntando a una riorganizzazione dalla base di tutto il sistema. Per sei anni, la mostra seguì un percorso coerente, secondo i rigorosi criteri dettati per la selezione delle opere in concorso, opponendosi alla mondanità, alle pressioni politiche e alle ingerenze delle sempre più esigenti case di produzione, preferendo la qualità artistica dei film contro la crescente commercializzazione dell'industria del cinema. Un punto chiave della gestione Chiarini fu il continuo ed utile confronto di diverse generazioni e scuole di registi. Conferme ed emergenti si alternarono sugli schermi della mostra, maestri ed allievi: Jean-Luc Godard, Carl Theodor Dreyer, Ingmar Bergman, Arthur Penn, Pier Paolo Pasolini, Robert Bresson, Akira Kurosawa, Roman Polanski, François Truffaut, Roberto Rossellini, Joseph Losey, Milos Forman, e ancora Carmelo Bene, John Cassavetes, Alain Resnais, Luis Buñuel, vincitore nel 1967 del Leone d'Oro con "Belle de jour" (Bella di giorno), un film decisamente meno d'avanguardia rispetto a quelli del periodo della sua collaborazione con Salvador Dalì. Il cinema italiano è il vero marchio di fabbrica di questo periodo della mostra, grazie anche alla ribalta di nuovi divi emergenti, come Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni e Monica Vitti, ma soprattutto per l'eccezionale serie di quattro vittorie consecutive del premio più prestigioso: 1963, "Le mani sulla città" di Francesco Rosi; 1964, "Il deserto rosso" di Michelangelo Antonioni; 1965; "Vaghe stelle dell'Orsa" la tanto attesa vittoria di Luchino Visconti; infine, nel 1966, "La battaglia di Algeri" di Gillo Pontecorvo.

Le agitazioni sociali e politiche del 1968 ebbero forti ripercussioni anche sulla Biennale di Venezia, retta ancora dallo statuto di epoca fascista, e di conseguenza anche sulla mostra del cinema, da questa dipendente, che subì pesanti e continue contestazioni, portando a rompere con la tradizione secondo le linee di pensiero dell'epoca. Dal 1969 al 1979 la rassegna si tenne, ma non furono assegnati premi e si tornò alla non-competitività della prima edizione. Nel 1973, 1977 e 1978, la mostra addirittura non si tenne. Il Leone d'Oro fece il suo ritorno solamente nel 1980, paradossalmente in doppia copia per la vittoria ex aequo di Louis Malle e John Cassavetes.

Gli anni '70

L'effetto della contestazione sessantottina fu, dunque, l'abolizione della competizione e quindi del relativo conferimento dei premi. Le dieci edizioni tenutesi tra il 1969 ed il 1979 furono dunque non competitive. I primi due anni furono sotto la direzione di Ernesto Laura, direzione che passò successivamente a Gian Luigi Rondi e quindi a Giacomo Gambetti. Come parziale compensazione della mancata competizione, vennero inaugurate nuove sezioni, tese ad ampliare l'offerta della mostra. Un'importante novità fu l'introduzione, nel 1971, del Leone d'Oro alla carriera, che ebbe come primi destinatari due nomi eccellenti: il regista americano John Ford, più volte presente al festival, e, l'anno successivo, Charlie Chaplin, per la sua opera di uomo di cinema completo e poliedrico. Il 1971 viene ricordato anche come l'anno della prima proiezione di un documentario d'autore cinese: "Hung sik laung dje ching"" (Il distaccamento femminile rosso).

Nel 1972 venne organizzata nel centro storico della città una manifestazione cinematografica parallela in aperto contrasto con la mostra "ufficiale" organizzata dalla Biennale di Venezia, le "Giornate del cinema italiano", sotto l'egida dell'ANAC (Associazione Nazionale Autori Cinematografici) e dell'AACI (Associazione Autori Cinematografici Italiani), criticandone aspramente la nuova direzione. L'anno successivo, il direttore in carica, Gian Luigi Rondi, fu costretto a dimettersi. Con lo statuto della Biennale ancora fermo in Parlamento, immutato dal periodo fascista, tutte le manifestazioni legate all'organizzazione saltarono, mostra compresa. Le due associazioni degli autori italiani colsero la palla al balzo, organizzando nuovamente le "Giornate del cinema italiano", che tuttavia non riuscirono ad affermarsi ed a soppiantare il festival ufficiale.

La direzione passò dunque a Giacomo Gambetti, che la mantenne tra il 1974 ed il 1976, il quale tentò una strada nuova, cercando di cambiare l'immagine della mostra. Si inaugurarono omaggi, retrospettive, convegni, proposte di nuovi film, optando per delle proiezioni decentrate rispetto al cuore della città. Nel 1977, all'interno dei progetti della Biennale, si svolse una manifestazione dedicata interamente al cinema dell'Europa dell'Est, integrandosi nel progetto della fondazione sul "dissenso culturale".

L'anno successivo la mostra non ebbe luogo nuovamente.

Nonostante le contestazioni ed il brutto momento attraversato tanto dalla mostra, quanto dalla Biennale di Venezia stessa, le edizioni si caratterizzarono per le opere che mostrarono forti sintomi di un deciso quanto atteso rinnovamento del cinema negli anni Settanta. A questo proposito, vanno ricordate pellicole come "The devils" (I diavoli) di Ken Russel e "Sunday Bloody Sunday" (Domenica, maledetta domenica) di John Schlesinger, o "Warnung vor einer heiligen Nutte" (Attenzione alla puttana santa), l'ennesimo film-scandalo, di Rainer Werner Fassbinder, tutti e tre datati 1971, "Brewster McCloud" (Anche gli uccelli uccidono) di Robert Altman, "Die Angst des Tormannes beim Elfmeter" (Prima del calcio di rigore) di Wim Wenders, entrambi del 1972, poi ancora "Badlands" (La rabbia giovane) di Terrence Malick tre anni dopo, nel 1976 è il momento di "Novecento" di Bernardo Bertolucci e "La dernière femme" (L'ultima donna) di Marco Ferreri. Tra tutti questi film, spicca il capolavoro che Stanley Kubrick presentò al pubblico nella rassegna lagunare del 1972, "A Clockwork Orange" (Arancia meccanica), con protagonista Malcolm McDowell, un film che fece immancabilmente discutere e parlare di sé.

La sperata rinascita vera e propria arriva nel 1979, grazie al nuovo direttore Carlo Lizzani, deciso a rilanciare l'immagine ed il valore che la mostra aveva perso nell'ultimo decennio. Quella del 1979 fu l'edizione che gettò le fondamenta per il recupero del prestigio internazionale, che sarà poi portato a termine a tutti gli effetti solo nel decennio successivo. Con la sua preziosa esperienza di regista, Lizzani diede una svolta che partì dal nome, chiamando la rassegna con un semplice e sobrio "Mostra Internazionale del Cinema", anziché "Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica", la denominazione che mantiene ancora oggi. Deciso a voler offrire un'immagine più moderna e pronta della mostra, il neo-direttore formò un comitato di esperti per aiutarlo a selezionare le opere e a dare ancor più una svolta al festival. Tra i collaboratori figurano personaggi di spicco dell'ambiente culturale italiano, ma non solo, dell'epoca, tra i quali Alberto Moravia, Roberto Escobar, Giovanni Grazzini, Enzo Scotto Lavina e Paolo Valmarana. Come "vice" è più stretto consigliere, Lizzani portò a Venezia Enzo Ungari. Molto interessante fu l'iniziativa che portò un gran numero di divi ed attori di prestigio per una discussione dal titolo "Gli anni Ottanta del cinema", che diede il "la" al dibattito critico sul cinema e sulle nuove tecnologie emergenti, venute alla ribalta soprattutto grazie a "Star Wars" (Guerre Stellari) di George Lucas (non presentato a Venezia), che furono di basilare importanza in quella fase di transizione della cinematografia mondiale, occupando via via sempre un'importanza maggiore sino ai giorni nostri.

Gli anni '80

L'uomo simbolo della rinascita della mostra è sicuramente Carlo Lizzani, direttore della rassegna tra il 1979 ed il 1982, che riesce nell'arduo compito di restituire al festival il prestigio meritato, perso nel decenio precedente. Si intensifica, accanto ad una sempre ampia gamma di pellicole, la presenza delle retrospettive, dedicate ad autori e movimenti importanti, di nuove sezioni dedicate alla ricerca ("Officina") e a film spettacolari ("Mezzogiorno-Mezzanotte"), come il primo film del ciclo di Indiana Jones, "Raiders of the Lost Ark" (I predatori dell'arca perduta) (1981) ed "E.T." (1982), entrambi del genio emergente Steven Spielberg, oltre al secondo episodio della trilogia originale di Star Wars di George Lucas, "The Empire Strikes Back"" (L'Impero colpisce ancora), diretto da Irvin Kershner (1980), "Heaven's Gate" (I cancelli del cielo) di Michael Cimino (1982), l'horror "Poltergeist" di Tobe Hooper (1982), remake di vecchie glorie o film eccentrici, tutte iniziative nate dalla mente del critico Enzo Ungari, collaboratore di Lizzani, una formula efficace, presa a modello per molti anni non solo in Italia.

Nel 1980 la rassegna torna competitiva, dopo una lunga pausa, e viene assegnato un doppio Leone d'Oro, ex aequo tra il francese Louis Malle, con "Atlantic City", e l'americano John Cassavetes, con "Gloria". Venezia gioca un ruolo molto importante nell'affermazione mondiale del cinema tedesco nuovo stile: Margarethe Von Trotta, la prima vincitrice del "Leone d'Oro", nel 1981 stupisce la giuria con "Die bleierne Zeit" (Anni di piombo), mentre Wim Wenders si afferma l'anno successivo con "Der Stand der Dinge" (Lo stato delle cose); il documetario, a puntate, "Berlin Alexanderplatz" di Rainer Werner Fassbinder ottiene un grande successo nel 1980, ma due anni più tardi, nel 1982 la presentazione postuma, a pochi mesi dalla morte del regista, del suo ultimo film, il più controverso, "Querelle", non ottiene, nonostante i pareri favorevoli, il primo premio, spaccando la giuria e scatenando vivaci polemiche.

La mostra vive il suo momento d'oro, dopo la parentesi buia degli anni Sessanta. Lo testimonia la capacità del festival di dare visibilità per la prima volta a grandi registi destinati, negli anni successivi, ad affermarsi come grandi autori del cinema contemporaneo. Tra questi, il giovane Emir Kusturica, vincitore del "Leone d'Oro" per la migliore opera prima nel 1981 con "Sjecas li se, Dolly Bell" (Ti ricordi di Dolly Bell?), e Peter Greenaway, che presenta, l'anno seguente, "The Draughtsman's Contract" (Il mistero dei giardini di Compton House), il film che gli darà la notorietà.

Anche il cinema italiano pare essere sul punto di affrontare un "ricambio generazionale": la mostra propone film di registi quasi esordienti, come Nanni Moretti, Gianni Amelio, Marco Tullio Giordana, Franco Piavoli, Paolo Benvenuti.

Nel 1983, la direzione passa nella mani di Gian Luigi Rondi, che comunque non si discosta dalla precedente linea di pensiero, rientrando, questa volta da vincitore, dopo le meste dimissioni del 1972. Vengono gettate le basi per una maggiore organizzazione della mostra, istituzionalizzando le sezioni e dando spazio ai maestri del cinema del passato e del presente. La giuria internazionale diviene composta da soli autori, secondo l'idea di Rondi di creare una "mostra degli autori, per gli autori", componendola di membri emersi nei favolosi anni '60, nominando primo presidente del suo mandato Bernardo Bertolucci. Vince Jean-Luc Godard con "Prénom Carmen", poi nel 1984 Krystof Zanussi con "Rok spokojnego slonca" (L'anno del sole quieto), nel 1985 Agnès Varda con "Sans toit ni loi" (Senza tetto né legge), nel 1986 Eric Rohmer con "Le rayon vert" (Il raggio verde). Venezia ospita in questi anni molti altri grandi film, non premiati o semplicemente fuori concorso, come "Zelig" di Woody Allen, "E la nave va" di Federico Fellini, "Heimat" di Edgar Reitz, il cyberpunk "Blade Runner" di Ridley Scott, datato 1983 ed il mafia-movie "C'era una volta in America" di Sergio Leone (1984). Proprio nel 1984 nasce la cosiddetta "SIC" (Settimana Internazionale della Critica), un'iniziativa spontanea ed autogestita Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani, e dedicata esclusivamente a opere prime e seconde.

Il 14° direttore della mostra è lo scrittore e critico cinematografico del "Messaggero" di Roma Guglielmo Biraghi, già direttore del Festival di Taormina, nominato nel 1987. Il suo mandato, lungo cinque edizioni, si contraddistingue per una continua ricerca alla caccia di autori ed opere nuove ed inusuali, secondo il gusto e la passione di Biraghi per i viaggi e le culture diverse. Già nella sua prima edizione sotto la guida del nuovo direttore, in concorso erano presenti un film indiano, uno libanese, uno svizzero, uno norvegese, uno coreano ed uno turco. La "prima volta" più eclatante avviene nell'edizione del 1989: Biraghi presenterà "O Recado das Ilhas"" di Ruy Duarte de Carvalho, primo film dell'isola di Capo Verde mai presentato ad un festival internazionale di cinematografia.

La nuova formula, caratterizzata da un programma snello ed incalzante, viene apprezzata sia dagli addetti ai lavori, che avevano sostenuto la nomina di Biraghi, che dal pubblico, e la prima mostra sotto la sua direzione premia un veterano, Louis Malle ("Au revoir les enfants"), al quale si affiancano "nuove scoperte", registi come Carlo Mazzacurati e David Mamet, senza allo stesso tempo rinunciare a pellicole di grande spessore presentate fuori concorso, tra cui "The Untouchables" (Gli Intoccabili) di Brian De Palma e "The Dead" di John Huston.

Nel 1988 la mostra si arricchisce di due nuove ed importanti sezioni, "Orizzonti" e "Notte", e degli "Eventi Speciali", tra i quali figura la proiezione di "The Last Temptation of Christ" (L'ultima tentazione di Cristo), uno dei più controversi film di Martin Scorsese. Il film, basato sui vangeli apocrifi, viene accolto come uno scandalo dall'ambiente religioso, soprattutto in America e quindi in Italia, prima ancora della sua apparizione a Venezia; la pellicola viene proiettata regolarmente, in un Palazzo del Cinema sorvegliato quanto un bunker, e la conferenza stampa nella quale il regista spiegherà le sue ragioni sarà affollatissima ma ordinata. Non sono solo queste le prerogative di questa edizione del 1988, che ha il merito di scoprire il talento dello spagnolo Pedro Almodovar e presenta al mondo uno dei maggiori successi comici della storia, "A Fish Called Wanda"" (Un pesce di nome Wanda) di Charles Chricton, oltre a "Who Framed Roger Rabbit?" (Chi ha incastrato Roger Rabbit?), splendido mix di recitazione ed animazione firmato da Robert Zemeckis. Il Leone d'Oro va a "La leggenda del santo bevitore" di Ermanno Olmi.

Il 1989 vede il trionfo di Krystof Kieslowski e dei suoi "Dieci comandamenti": proiettati al ritmo di uno al giorno, i film polarizzano l'interesse della stampa, italiana ed estera, e del pubblico. Accanto a Kieslowski, si mette in luce anche Nanni Moretti, grazie al discusso "Palombella rossa", escluso dalla rassegna ufficiale, ma inserito nella Settimana della critica, dove riscuote comunque pareri positivi, seppur non manchino le critiche; Il terzo capitolo della saga di Indiana Jones, "Indiana Jones and the last Crusade" (Indiana Jones e l'ultima crociata) , firmato ancora da Steven Spielberg, riscuote un ampio successo, grazie anche alla bravura dei due protagonisti, Harrison Ford e Sean Connery. Il primo premio quest'anno va alla pellicola di Taiwan "Beiqing chengshi" (Città dolente) di Hou Hsiao-Hsien, che getta per la prima volta i riflettori sul poco conosciuto cinema asiatico, destinato a vivere un vero e proprio boom nel decennio successivo, grazie soprattutto ai numerosi premi del festival stesso.

Gli anni '90

L'assegnazione del Leone d'Oro del 1990 a "Rosencrantz and Guildestern Are Dead" (Rosencrantz and Guildestern sono morti) di Tom Stoppard suscita nuovamente delle polemiche. Il giudizio della giuria, presieduta da Gore Vidal, lo preferisce al visionario talento emergente di Jane Campion, suscitando aspre polemiche tanto tra il pubblico, quanto tra gli addetti ai lavori, riportando alla mente le contestazioni degli anni Cinquanta, quando le giurie ignorarono per due volte i film di Luchino Visconti. L'anno successivo, il film che sorprende tutti è Lanterne rosse, del cinese Zhang Yimou, ma anche questa volta il film accolto con maggior calore da pubblico e critica non ottiene il Leone d'Oro; al suo posto sarà premiato Urga di Nikita Michalkov). Le ultime edizioni della direzione di Maurizio Biraghi sono comunque caratterizzate dall'ampiezza della selezione, grazie ad un massiccio inserimento di giovani registi americani: meritano di essere ricordate le apparizioni di Spike Lee e Gus Van Sant. Accanto ai giovani, come sempre, la mostra schiera autori consolidati e riconosciuti, delle conferme come Martin Scorsese, presente nel 1990 con "Goodfellas" (Quei bravi ragazzi) e Jean-Luc Godard (presente l'anno seguente con "Allemagne Année 90 neuf zéro").

Il regista italiano Gillo Pontecorvo diviene il curatore della mostra nel 1992, per diventarne poi direttore nel 1996; da subito la sua impronta si nota sulla riorganizzazione della mostra, ed è chiaro qual è il programma del regista. Tre parole d'ordine: primo, fare della città lagunare la capitale degli autori cinematografici; secondo: riportare al Lido di Venezia i grandi registi e divi del cinema "fisicamente"; terzo ed ultimo, cercare di rivitalizzare la zona del Palazzo del Cinema grazie alla presenza dei giovani. Grazie ad una lunga e notevole serie di iniziative ed eventi, la mostra sembra riacquistare nuovo vigore. Durante il suo mandato, Gillo Pontecorvo sembra riuscire a portare a termine la sua "missione". Venezia ospita le "Assise degli autori" (1993), numerosi convegni e vede la luce l'UMAC (Unione Mondiale degli Autori Cinematografici), nata dalla fusione di AAIC e ANAC. La sezione "Notte" ospita film spettacolari di grande richiamo, ed il Lido torna ad ospitare le superstar hollywoodiane, quali Jack Nicholson, Harrison Ford, Bruce Willis, Kevin Costner, Mel Gibson, Nicole Kidman, Tom Hanks e Denzel Washington. A questi nomi di interpreti di film presenti alla rassegna, vanno aggiunti gli altrettanto prestigiosi Leoni d'Oro alla carriera: Dustin Hoffman, Al Pacino, Robert De Niro, Francis Ford Coppola, che nel 1992 ricevette il premio insieme all'"idolo di casa", Paolo Villaggio, il primo comico a ricevere tale riconoscimento. La zona del Lido torna a nuova vita, ospitando eventi e concerti rock nel piazzale antistante il Casinò, e grazie all'ennesima nuova iniziativa, "CinemAvvenire", la mostra viene visitata dagli studenti delle scuole superiori, invitati a scrivere dei temi sul cinema.

Sono numerosi i giovani talenti e le pellicole lanciate durante questo periodo:i giovani italiani Mario Martone, Aurelio Grimaldi, Carlo Carlei e Paolo Virzì, e poi il neozelandese Peter Jackson, poco conosciuto prima dell'exploit come autore della trilogia cinematografica de "Il Signore degli Anelli", Sally Potter, Neil Jordan, Julian Schnabel, autore di "Basquiat", film biografico sulla vita del pittore americano Jean-Michel Basquiat. Gli anni seguenti al Lido tornano i grandi autori come Robert Altman (con "Short Cuts", Leone d'Oro 1993), Abel Ferrara, Rolf De Heer, Michael Radford (suo "Il postino", con Massimo Troisi), Milcho Manchevski ("Before the Rain", Leone d'Oro 1994), Lee Tamahori, Kathryn Bigelow, Gregg Araki e ancora una volta Jane Campion.

Il cinema orientale fa incetta di riconoscimenti e si afferma come una vera e propria potenza sul mercato mondiale. "La storia di Qui Ju" del cinese Zhang Yimou è il Leone d'Oro 1992, mentre "Vive l'amour" di Tsai Ming Liang riceve il premio nel 1994 (ex aequo con Altman) e "Cyclo" di Anh Hung Tran nel 1995. Per quel che riguarda il cinema d'oltreoceano, spiccano giovani speranze, come Roger Avary (con "Killing Zoe", 1994, prodotto da Quentin Tarantino), James Gray, Henry Selick (con il lungometraggio animato "The Nightmare Before Christmas", 1995), Doug Liman, Andy e Larry Wachowski, James Mangold, Guillermo Del Toro e Bryan Singer.

Tra le innumerevoli che fanno la loro comparsa in questo periodo, la sezione "Finestra sulle immagini", una sorta di laboratorio al lavoro su corti, medi e lungometraggi sempre nel segno dell'avanguardia e della sperimentazione. Nel 1996 nell'ambito di questo progetto, viene presentato al pubblico l'anime "Ghost in the Shell" di Mamoru Oshii, un vero e proprio capolavoro rivoluzionario dell'animazione nipponica, destinato a diventare un cult. Nel 1995, la mostra celebra il ritorno dietro la macchina da presa del regista italiano Michelangelo Antonioni con "Al di là delle nuvole" (assieme al tedesco Wim Wenders).

Finita l'epoca di Gillo Pontecorvo, la mostra passa in mano a Felice Laudadio, e la prima rassegna curata dal nuovo direttore rivela internazionalmente il cinema di Takeshi Kitano, il regista giapponese che vince il Leone d'Oro 1997 con Hana-bi. "Così ridevano" di Gianni Amelio è, nel 1998, il nono Leone d'Oro vinto da un film italiano. Per il cinema italiano si segnalano, oltre ad Amelio, Roberta Torre, Giuseppe Gaudino e Alessandro d'Alatri.

La mostra, nel frattempo, dà inizio ad una politica mirata ad irrobustire ed ampliare le infrastrutture: viene realizzata un'ampia tensostruttura, il "PalaLido" (a partire dal 1999 "PalaBNL"), per ospitare il pubblico sempre più numeroso alle proiezioni e aumentare il numero degli schermi disponibili.

Gli anni 2000

Tra il 2000 ed il 2001, la direzione si concentra su un forte rafforzamento delle infrastrutture, affiancando ai palazzi storici nuove ampie strutture, ristrutturate o create appositamente per il festival, migliorando i collegamenti tra le diverse zone e portando lo spazio totale a disposizione della rassegna ad oltre 11.000 metri quadrati.

Dal 1999 al 2001 il responsabile della mostra è Alberto Barbera. Nel 2001 viene creata la sezione ,competitiva anch'essa, "Cinema del Presente"; accanto al "Leone d'Oro" appare dunque un nuovo premio, il "Leone dell'Anno", teso a dare maggior rilievo ed opprtunità a opere prime e film più "marginali", pellicole con un pubblico di nicchia, orientate all'innovazione e all'originalità creativa, in una corsa continua alla sperimentazione. La mostra continua ad essre un'efficace vetrina per nuovi talenti che desiderano farsi notare all'attenzione internazionale: in questo contesto si inseriscono, per esempio, i nomi di Spike Jonze con "Being John Malkovich" (Essere John Malkovich), David Fincher con "Fight Club", Kimberly Peirce con "Boys Don't Cry" e Harmony Korine con "Julien Donkey-Boy" nel 1999, Christopher Nolan con "Memento" e Tarsem Singh con "The cell" l'anno successivo, Alejandro Amenábar con "The others", Antoine Fuqua con "Training Day" ed Albert Albert e Allen Hughes con "From Hell" (La vera storia di Jack lo Squartatore) nel 2001. Evento clou degli ultimi anni è, senza dubbio, la premiere, postuma, il 13 settembre 1999 dell'ultima opera di Stanley Kubrick, "Eyes Wide Shut", un evento speciale in grado di richiamare al Lido di Venezia una mole enorme di spettatori, grazie soprattutto all'eccezionale presenza della coppia protagonista, Nicole Kidman-Tom Cruise. L'anno successivo, l'evento speciale di maggior importanza e richiamo è sicuramente l'anteprima del film-documentario di Martin Scorsese sul cinema italiano, "Il mio viaggio in Italia".

Alcuni giovani registi italiani si mettono in bella luce durante questi anni, basti ricordare l'exploit di Matteo Garrone con il suo lavoro d'esordio, "L'imbalsamatore", ma i Leoni d'Oro assegnati in questi anni sono attribuiti ad opere provenienti dalle scuole di cinema d'Oriente: "Yi ge dou bu neng shao" (Non uno di meno) del maestro cinese Zhang Yimou, "Dayereh" (Il cerchio) di Jafar Panahi ed infine "Monsoon Wedding" di Mira Nair.

Nel 2002 l'edizione viene organizzata un po' in fretta, in pochi mesi di tempo, sotto la direzione questa volta di Moritz de Hadeln. Nonostante ciò, la rassegna riesce a proporre un programma di grande interesse, uno sguardo completo sul panorama cinematografico mondiale odierno, creaundo ancora una volta un efficace mix tra autori già affermati e giovani emergenti. Ancora una volta è l'Oriente la sorpresa della mostra, rappresentato egregiamente dal regista giapponese Takeshi Kitano, già vincitore nel 1997 con "Hana-bi", che presenta questa volta un film leggermente diverso dal suo solito, "Dolls, un'opera più poetica e riflessiva, e l'esordiente Chang-dong Lee, autore di "Oasis", primo rappresentante del cinema coreano, una realtà in rapida espansione ed una delle più interessanti del panorama mondiale.

"11-09-01 - September 11th" è il film collettivo presentato come evento speciale nel 2002, un'opera che vuole essere un omaggio alle vittime dell'attentato e un monito a ricordare la tragedia. Il film, diviso in 11 episodi girati da Youssef Chahine, Amos Gitai, Alejandro González Iñárritu, Shohei Imamura, Claude Lelouch, Ken Loach, Samira Makhmalbaf, Mira Nair, Idrissa Ouedraogo, Sean Penn, Danis Tanovic, attira l'attenzione dei mass-media, al pari del Leone d'Oro "The Magdalene Sisters" di Peter Mullan.

La 60° edizione della mostra viene inaugurata dal nuovo film di Woody Allen, grande amante della città lagunare, ma per la prima volta al Lido per un'anteprima, "Anything Else". Ancora una volta, l'organizzazione punta molto sulla massiccia presenza di stelle hollywoodiane sulle passerelle della mostra, ottenendo la presenza di divi del calibro di George Clooney e Catherine Zeta-Jones, giunti in Italia per presentare l'ultima opera dei Fratelli Coen, Joel ed Ethan, "Intolerable Cruelty" (Prima ti sposo poi ti rovino), Sean Penn, premiato come miglior attore con la "Coppa Volpi", e Naomi Watts per "21 Grams" (21 Grammi) di Alejandro González Iñárritu, sir Anthony Hopkins, protagonista di "The Human Stain" (La macchia umana) di Robert Benton, Salma Hayek e Johnny Depp con "Once upon a time in Mexico" (C'era una volta in Messico) di Robert Rodriguez, Bill Murray con "Lost in Translation - L'amore tradotto" di Sofia Coppola, Tim Robbins, regista ed interprete di "Code 46", ed infine Nicolas Cage, protagonista dell'ultima opera di Ridley Scott, "Matchstick Men" (Il genio della truffa).

Per quel che riguarda i film in concorso, ancora una volta la mostra è scossa dalle polemiche: il "Leone d'Oro" va a "Vozvrašcenje" (Il ritorno), dell'esordiente russo Andrej Zvjagintsev, che si aggiudica, quindi, anche il riconoscimento "Leone del Futuro", il premio per la migliore opera prima. La polemica viene portata avanti da Marco Bellocchio, autore di "Buongiorno, notte", film sul sequestro di Aldo Moro, ignorato dalla giuria. L'accusa, al di là della delusione personale, punta il dito contro una linea di pensiero tesa a non premiare il cinema italiano, alla ricerca di un rilancio, (l'ultimo "Leone d'Oro" solo nel 1998 a Gianni Amelio) a scapito di altre opere straniere. Critica e pubblico si schierano a favore del regista italiano, chiedendo almeno un premio ex aequo, ed i film italiani presenti raccolgono comunque tutti un deciso successo, a partire dall'ultima fatica di Bernardo Bertolucci, con "The Dreamers".

La selezione dei film presenta ancora una volta un'ampia finestra sul panorama mondiale, andando dall'Europa all'Asia, puntando molto sulla cultura del Mediterraneo, luogo di incontro e scambio culturale da millenni. Tra i registi più noti ancora una volta Takeshi Kitano, che con il premio speciale alla regia porta a casa un'altra statuetta dopo il successo del 1997, poi Amos Gitai, Randa Chahal Sabbaq, Jacques Doillon e Tsai Ming-Liang. Fuori concorso il film "Monsieur Ibrahim et les fleurs du Coran" (Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano), legato al Leone d'Oro alla carriera ad Omar Sharif, premiato insieme al produttore Dino de Laurentiis, uno dei personaggi più importanti della cinematografia italiana.

La sezione "Controcorrente", grande novità dell'edizione 2002, presenta film di particolare vitalità ed originalità, come le opere di Hiner Saleem, "Vodka Lemon" (vincitore del "Premio San Marco"), Sofia Coppola, "Lost in Translation - L'amore tradotto" (poi vincitore di un Oscar), John Sayles, "Casa de los babys", Michael Schorr, "Schultze gets the blues" (Schultze vuole suonare il blues), l'accoppiata di registi danesi Lars Von Trier e Jørgen Leth, "The Five Obstructions" (Le cinque variazioni), ed infine i giovani registi siciliani Daniele Ciprì e Franco Maresco, "Il ritorno di Cagliostro".

I Premi

Albi d'Oro

Le retrospettive

I direttori

Le giurie

I dettagli delle varie edizioni

Vedi anche

Collegamenti esterni

See also: Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, 11 agosto, 1891, 1932, 1933, 1934, 1935, 1936, 1937