Morgante (poema)

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Il Morgante è l’opera maggiore di Luigi Pulci. Si tratta di un poema cavalleresco, ispirato al ciclo carolingio.

L'ispirazione dei poemi di questo ciclo è seria e la cornice è storica, ma ai racconti dei fatti storici sono stati aggiunti elementi meravigliosi, fantastici, avventure meravigliose, elementi amorosi, graditi al pubblico]. Pulci rielaborò profondamente la materia epica.

La sua opera è tutta pervasa da un atteggiamento scherzoso, senza un intento satirico o caricaturale del mondo cavalleresco, che è presentato con un sorridente realismo. Emergono nel poema del Pulci straordinarie avventure, personaggi inusitati, interventi magici, ma tutto trapassa spontaneamente nella rappresentazione di una realtà umana e comune: Morgante, il fedele scudiero di Orlando, è gigantesco e dotato di una forza inusitata , però muore assurdamente per il morso di un granchiolino. Le invenzioni fantastiche sono motivo di divertimento poiché è questo il modo del Pulci di percepire la realtà rifiutando la rappresentazione drammatica e profonda.

Briosamente rinascimentale, il Pulci è ormai lontano per cultura e mentalità, dallo spirito epico – sacrale del ciclo carolingio o da quello aristocratico – feudale di altri cicli e, disinvoltamente, coniuga armi, amori, avventura, colta ironia e riprese parodistiche di inverosimili imprese, sullo sfondo della lotta fra cristiani e saraceni. Di là della parodia immediata, si avverte nel Pulci, colto e smaliziato borghese, un atteggiamento critico innovatore nei confronti della tradizione, del conformismo e dell’indiscriminata esaltazione ed imitazione umanistica dei classici. In tale ottica va letta la comica, negativa professione di fede proferita da Margutte, le cui battute giungono a sfiorare i toni sacrileghi per poi concludersi nell’arguzia e nella risata.

Morgante e Margutte costituiscono uno dei binomi più spassosi della nostra letteratura. Il primo è un gigante ingenuo e bonario, impulsivo ed ingordo, il secondo è un gigante – nano, un astuto e impertinente furfante. La confessione dei propri vizi, con la quale Margutte conquista Morgante, è vanteria volutamente esagerata, ma è anche una istintiva manifestazione di un prorompente bisogno di godere la vita. Margutte esordisce affermando la vanità di ogni credo religioso ed esaltando la soddisfazione di qualsivoglia istinto, ma nonostante le sue parole dissacranti ed apparentemente empie, non v’è in Margutte alcun cinismo, bensì la libera espressione di una vitalità libera, individualistica ed incoercibile.

Nella seconda parte del poema, Pulci introduce Astarotte, un diavolo simpatico ed intelligente, per bocca del quale il poeta esprime la fiducia umanistico – rinascimentale nel raziocinio e nell’ardimento, che si concretizza nella descrizione di terre abitate oltre le fatidiche colonne d’Ercole, simbolo della scienza antica ormai superata. Astarotte, confermando un progetto di salvazione universale per chi è stato sinceramente devoto, qualunque fosse il suo credo, dà voce all’acuta meditazione dell’autore sulle tematiche religiose.

Il Morgante del Pulci rappresenta il passaggio dall’epica seria dei poemi cavallereschi a quella sorridente del Boiardo e dell’Ariosto. Senza alcuna volontà di deridere la cavalleria, Pulci dà vita ad un poema felicemente originale che, a volte, sfiora la parodia del genere. Con lo spontaneo alternarsi di serio e faceto, di tragico e di ridicolo, e con il prepotente stagliarsi dei personaggi e delle loro vicende personali sullo sfondo cavalleresco, il Morgante è il primo esempio di rinnovamento del tradizionale genere epico.


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categoria:classici della letteratura italiana

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