Marxismo
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Partendo dalla filosofia di Hegel, dalla politica economica di Adam Smith, dal socialismo francese, Marx sviluppò una critica scientifica e rivoluzionaria della società moderna. Egli raccolse la critica nella sua opera fondamentale (benché rimasta incompiuta): Il Capitale.
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Il movimento socialista
Il movimento socialista nasce e si sviluppa parallelamente alla Rivoluzione Industriale, vale a dire dal XIX secolo. Il socialismo è caratterizzato dalla messa in discussione del principio di proprietà, conseguentemente al rifiuto dell’individualismo liberale, ed è quindi portatore di un radicale mutamento della società; così il rapporto politico- sociale affermato dalla Rivoluzione Francese viene a trovarsi ribaltato, nel senso che ora è il sociale l’area di discussione. L’obiettivo socialista risulta perciò essere il conseguimento della giustizia sociale: questo concetto richiama a se tre principali elementi, la riflessione settecentesca, grazie a cui era stato elaborato il principio d’uguaglianza, il clima romantico, che ebbe un importante ruolo nella sua elaborazione, e le condizioni sociali della prima rivoluzione industriale, motivo decisivo ai fini dell’uscita della dottrina dall’astrattezza. Così questo termine, “giustizia sociale”, viene ad indicare la ricerca di un possibile equilibrio della proprietà, della fine dello sfruttamento e dell’egoismo individualista, di una morale solidarietà tra gli uomini, … Il secolo liberale aveva creato la sua antitesi: mentre il liberalismo, spazzando via la società rigida e chiusa tipica del medioevo, era il regime della libertà politica e del potere economico della borghesia, il socialismo si rivolgeva alle classi sfruttate, proletariato e contadini, promettendo loro un mondo in cui fosse abolito il potere dell’uomo sull’uomo; in questo senso la radice delle ingiustizie sociali era identificata appunto nel capitalismo. Molteplici sono le correnti d’impronta socialista che si articolarono col tempo: l’anarchismo (Michail A. Bakunin), i vari socialismi nazionali, inglese (Robert Owen), francese (Pierre Proudhon, Louis Blanc, Louis- Auguste Blanqui), tedesco e italiano, e poi il socialismo scientifico di Karl Marx e Friedrich Engels. Tutte queste “varianti” sono accomunate dai fondamentali elementi sopra descritti. Tutte le correnti possono comunque essere incanalate in due grandi gruppi, il socialismo umanitario e il socialismo marxista: il primo si caratterizza dalla ricerca di una progressiva espansione sostanziale dei diritti umani come mezzo per superare gradualmente il capitalismo; il secondo nega la possibilità di una trasformazione endogena del metodo di produzione capitalista, proclamando l’inevitabilità di una rivoluzione violenta per abbattere la società borghese.
Il socialismo marxista
Il termine “comunismo” comparve attorno agli anni ’30 del XIX secolo inizialmente come sinonimo di “socialismo”, in seguito per indicare maggiore radicalità e lo specifico carattere collettivistico delle teorie proposte. Perse nuovamente significato nella seconda metà dell’ottocento, per essere poi ripreso da Lenin per distinguere il socialismo rivoluzionario (marxista- leninista) da quello riformista. Con questo termine si usa oggi indicare le teorie socialiste del filosofo tedesco Karl Marx, capace di compiere una lucida analisi del capitalismo e proporre un cammino per superarlo. Marx nacque il 5 Maggio 1818 in Renania; tra i suoi testi fondamentali troviamo L’Ideologia Tedesca (1845), il Manifesto del Partito Comunista (1848), Il Capitale (1867). In tutte queste opere è fondamentale la collaborazione dell’amico e filosofo Friedrich Engels. Marx svolse inoltre un ruolo attivo nell’organizzazione del movimento operaio, partecipando alla prima internazionale del 1864, scontrandosi in particolar modo con gli anarchici e proponendo una collaborazione internazionale del proletariato che portasse al superamento della nazionalità e del settarismo.
Il materialismo storico
Come tanti altri filosofi dell’ottocento, Karl Marx s’interessò di storiografia, delineando una personale concezione della storia che per la sua originalità prende il nome specifico di “materialismo storico”. Esso è la scienza della storia che, ponendo fine ad ogni tipo di filosofia finalista, ne ricerca le oggettive caratteristiche materiali. Vediamolo nel dettaglio.
Il processo storico
Il filosofo tedesco inizia con il considerare la produzione dei mezzi di sussistenza attività fondamentale dell’uomo, nonché prima azione storica specificatamente umana. Sulla base di questa ne sono individuate altre tre: la creazione e la soddisfazione di nuovi bisogni, la riproduzione (quindi la famiglia), ed infine la cooperazione fra più individui. Sorge solo ora la coscienza: al contrario di tanti altri, Marx non delinea la coscienza come presupposto dell’uomo, seppur riconoscendogli un ruolo fondamentale nella vita, ma come prodotto sociale che si sviluppa in relazione all’evoluzione dei mezzi di produzione e a tutto quello che esse comportano, in una parola alle forze produttive. La coscienza si manifesta quindi in diverse forme a seconda del processo storico. Ma solo con la successiva divisione tra lavoro manuale e mentale la coscienza può automatizzarsi dal mondo, dando luogo alle forme culturali conosciute. La totalità dell’essere sociale va dunque indagata dalla sfera produttiva. Questa separazione fra coscienza e condizioni materiali da luogo all’”ideologia”, l’ideologia svolge un ruolo essenziale, siccome corrisponde all’esigenza delle classi dominanti in un dato periodo storico di presentarsi come classe universale, portatrice quindi di valori universali espressi appunto nell’ideologia. Essa è ogni forma di rappresentazione teorica inconsapevole della propria condizione storico- materiale; le idee sono quindi separate dalle proprie radici storiche e universalizzate. Il materialismo storico si presenta come fortemente anti- ideologico; tutta la dottrina socialista marxista è definita dal suo autore non ideologica, poiché vuole mantenere le proprie radici realistiche e storiche.
La dialettica storica
In chiave marxista la storia procede quindi a partire dalla sfera economica- sociale. Essa è mossa da un processo dialettico, da una contraddizione che genera un conflitto tra forze produttive e rapporti di produzione. Quest’ultimi sono l’insieme dei rapporti in cui gli uomini entrano durante l’attività della produzione (rapporti sociali, di proprietà, giuridici, …); l’insieme di questi rapporti costituisce la struttura, base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura, ovvero tutte le altre espressioni umane, culturali, istituzionali, …Il conflitto tra questi elementi porta al superamento dei vari momenti storici e l’approdo a nuove civiltà, caratterizzate da altri metodi di produzione e da un’altra opposizione dialettica. Questa si manifesta nella lotta di classe tra classe sfruttante e classe sfruttata, altro elemento imprescindibile d’ogni epoca, che porta alle svolte epocali, come la rivoluzione francese, o la caduta dell’impero romano, …La storia procede quindi dialetticamente.
L’analisi del capitalismo
Dopo aver analizzato la sfera storiografica del pensiero marxista, iniziamo ora a trattare argomenti più inerenti alla materia socialista. Con il testo Il Capitale, Marx concentra la propria ricerca sull’economia politica, interessandosi al capitalismo e ai suoi meccanismi e convincendosi di come esso sia per definizione un sistema di sfruttamento. Vediamo come.
La merce e il lavoro
Posta sotto analisi la merce si rivela dotata di un duplice valore: d’uso e di scambio. La merce ha infatti contemporaneamente un’esistenza naturale, in quanto mezzo di soddisfazione di un bisogno, e un’esistenza sociale, perché è scambiata sul mercato. Il valore d’uso e determinato dalle caratteristiche qualitative della merce, e si realizza nel consumo; al contrario il valore di scambio ha un valore che prescinde dalle caratteristiche quantitative e si rapporta ad altri valori di scambio proporzionalmente. Per fare un esempio un vestito si può scambiare con un paio di stivali. Lo scambio presuppone dunque un’astrazione dalle caratteristiche fisiche della merce e dalla sua utilità. Il denaro in questo senso non è altro che la forma in cui tutte le merci si eguagliano. Il valore di scambio è fondamentale nell’analisi del capitalismo, poiché dipende dal lavoro umano in esso oggettivato, che risulta anch’esso sdoppiato come la merce: il lavoro si presenta infatti come azione concreta, ma dal punto di vista del valore di scambio quel che conta è il lavoro astratto, ovvero il tempo di lavoro astrattamente necessario a produrre la merce. In tal modo il lavoro astratto è spogliato d’ogni caratteristica qualitativa e s’identifica unicamente come forza lavoro. Il prezzo della merce è dato dalla quantità di forza lavoro erogata per produrla. Vista da questa prospettiva lo stesso processo di produzione si sdoppia, in quanto è insieme processo di lavorazione per produrre beni di consumo, e processo di valorizzazione attraverso cui il capitale si accresce. È questa duplicità una caratteristica insita della società capitalista, quindi non è universale. La borghesia unifica come una cosa sola questi due processi dichiarandone la loro universalità, mentre “il capitale non è una cosa, ma un rapporto sociale fra persone mediato da cose”. Ciò significa che il capitale presuppone e crea una situazione in cui il nesso sociale fra gli individui si realizza attraverso il mercato e in cui i mezzi di produzione sono di proprietà di una singola classe, mentre l’antagonista è in possesso solamente della propria forza lavoro. Nel capitalismo il rapporto tra lavorazione e valorizzazione è di subordinazione della prima alla seconda e la funzione del lavoro concreto è di valorizzare il capitale, cioè “lavoro cristallizzato”: “Non è l’operaio che utilizza i mezzi di produzione, ma sono i mezzi di produzione che utilizzano l’operaio”. Il capitalismo è dunque dominato da un’inversione. È questo il feticismo delle merci che appaiono alla coscienza come cose di per sé valorizzate; ma alla coscienza sono nascosti i processi e i rapporti della valorizzazione. Avviene perciò una personificazione della cosa e una reificazione della persona.
La valorizzazione del capitale
Se nei sistemi tradizionali il processo di scambio avviene secondo la formula M- D- M, ossia la merce prodotta è venduta per ottenerne altra tramite il denaro, nel moderno sistema la successione diventa D- M- D’, cioè si opera al fine di ottenere più denaro di quanto si possedesse in partenza (D< D’); inoltre nel primo caso c’è una differenza qualitativa tra i due estremi, connessa dal comune valore di denaro, mentre nel secondo la differenza e quantitativa. Questa differenza costituisce il plusvalore. Il plusvalore non si realizza semplicemente aumentando il prezzo della merce, perché il singolo aumento di capitale sarebbe annullato da perdite altrui, e ciò non giustificherebbe il generale aumento di capitale. L’origine di tale surplus và quindi cercata nell’ambito della produzione (D- M- M’- D’), e più precisamente nell’acquisto della forza lavoro dell’operaio: essendo una merce, è anch’essa caratterizzata da un valore di scambio (pari al valore dei mezzi di sussistenza minimi), e da uno d’uso; quest’ultimo, nell’operaio, è diverso dal normale valore d’uso delle altre merci, poiché la forza lavoro, una volta consumata, è in grado di produrre una quantità di lavoro, e quindi di valore, superiore a quello normale, valore misurato in tempo di lavoro. Praticamente questo significa che, poste determinate condizioni, l’operaio può ridurre il tempo di produzione lavorando più velocemente, cioè se per esempio la giornata lavorativa è di dieci ore e l’operaio impiega sei ore a riprodurre il valore dei mezzi di sussistenza, il capitalista estrae un plusvalore di quattro ore dal pluslavoro. È questa la radice stessa dello sfruttamento insito nel capitalismo.
L'aumento del profitto
Grazie al concetto di plusvalore Marx può reinterpretare gli elementi del sistema economico. Si concentra in particolare sul profitto e sugli investimenti. Il profitto deriva dall’estrazione di plusvalore, ossia dal capitale investito. Esso può essere di due tipi: il capitale costante “c” per l’acquisto dei mezzi di produzione, e il capitale variabile “v” (in quanto è in grado di valorizzarsi) usato per assicurarsi la forza lavoro. Il rapporto di questi due elementi è definito dal filosofo “composizione organica del capitale”. Il plusvalore “Pv” proviene dal “v”, e il suo saggio, detto di sfruttamento, sarà dato dal rapporto s= Pv/ v, che rappresenta la misura dello sfruttamento della forza lavoro. Il profitto non è dunque remunerazione del capitale totale, bensì proviene dallo sfruttamento della sua parte variabile. Il saggio di profitto “p” sarà dato dal rapporto p= Pv/ c+ v. L’interesse primario del capitalismo è aumentare quest’ultimo saggio e questo può avvenire in due modi: un semplice aumento della giornata lavorativa (plusvalore assoluto), che però non corrisponde alla realtà dinamica del capitale, poiché soluzione limitata e osteggiata; una riduzione del tempo di lavoro necessario, ovverosia un aumento della produttività (plusvalore relativo). Quest’aumento è stato raggiunto progressivamente con miglioramenti organizzativi, scientifici, tecnici, …; in particolare il capitale ha sottomesso la scienza e la tecnica ai suoi bisogni, così non è più la macchina che media più il lavoro dell’uomo, ma è l’operaio che media il lavoro della macchine. È questo fenomeno, già affrontato, dell’alienazione.
Il destino del capitalismo
L’epoca capitalistica è caratterizzata dal fatto che il bisogno illimitato di plusvalore sorge dal carattere stesso della produzione, così, anche se la ricerca di profitto è stata presente in ogni fase storica, quella contemporanea costituisce una realtà economica e sociale qualitativamente diversa. Essa ha potuto avere inizio grazie ad una serie di condizioni che hanno determinato un’accumulazione originaria di capitale. Marx contesta la tesi borghese che fa risalire quest’accumulazione al semplice risparmio, sostenendo appunto che da solo il denaro non costituisce un capitale. Sono le condizioni economiche, sociali, politiche, culturali che hanno condotto alla dissoluzione del sistema feudale: la separazione dei lavoratori dai mezzi di produzione e quindi la loro necessità di vendere la forza lavoro, l’eguaglianza giuridica che permette la libera disponibilità di tale forza, …Tutti questi presupposti si sono realizzati nel moderno stato liberale borghese, frutto della Rivoluzione Francese, e da allora il capitale ha iniziato a valorizzarsi penetrando sempre più all’interno della società. La proprietà privata dei mezzi di produzione si traduce in quest’ottica in un’incessante appropriazione privata della ricchezza sociale.
Le contraddizioni del capitalismo
A parere di Marx il sistema capitalista è minato da alcune fondamentali contraddizioni che ne determineranno la caduta; la più importante è la legge della caduta tendenziale del saggio medio di profitto. Aumentare la produttività significa fare investimenti tecnologici sempre più massicci, il che porta ad una crescita del valore del capitale organico, ma poiché solo il capitale variabile produce profitto, il saggio tenderà a diminuire. Vi sono comunque alcuni fattori antagonisti alla legge che la tramutano in semplice tendenza, come l’intensificazione dello sfruttamento, la diminuzione dei salari,… questo è possibile principalmente grazie all’esistenza di una massa di proletari disoccupati in concorrenza con gli occupati, il che permette salari portati al livello minimo di sopravvivenza. Rimane il fatto che questa legge tendenziale è da Marx considerata come una necessità logica connessa allo stesso carattere di accumulazione del capitale. Ugualmente connesse a questo sono le crisi cicliche dovute alla saturazione del mercato, che portano ad una concentrazione di capitali in sempre meno imprese; queste, apparentemente superate, si ripropongono continuamente e sempre più violentemente. Marx riconosce al capitalismo la straordinaria funzione storica che ha avuto nell’espandere enormemente le forze produttive e universalizzare i rapporti economici e sociali; tuttavia identifica in esso un contrasto tra la funzione sociale del capitale e il potere privato del capitalista sulle condizioni sociali della produzione. Da questa prospettiva il capitalismo è un punto di transizione verso la società comunista.
La società comunista
Coerentemente con la sua visione non meccanicistica della realtà e la sua volontà di non formulare un’ideologia che preveda il futuro, il filosofo tedesco non teorizza esplicitamente le caratteristiche della futura società comunista, ma da soltanto indicazioni sulla fase di transizione verso essa e la delinea come ipotesi. Egli sostiene che “il comunismo non è uno stato di cose che deve essere instaurato, ma un movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. Innanzitutto Marx definisce l’importanza della rivoluzione del proletariato: se il capitalismo cadesse solo perché contraddittorio la storia si risolverebbe in un processo meccanicista. Invece il proletariato deve prendere coscienza della sua forza e, attraverso una rivolta violenta, deve abbattere il sistema corrente. Con la caduta della borghesia, dovranno essere eliminate tutte le sue espressioni, quindi lo stato liberale, la cultura, la morale e la religione borghese,… Ma prima della nuova società ci sarà un periodo di passaggio durante il quale la classe rivoluzionaria si sostituirà semplicemente a quella capitalista, edificando la dittatura del proletariato, ancora caratterizzata dal dualismo di classe. Durante questo periodo andranno smantellate tutti i residui del precedente sistema, e infine, con la comunità dei mezzi di produzione e l’abolizione della proprietà privata, si avrà il comunismo autentico, e spariranno allora feticismo e alienazione, gli individui non saranno più asserviti ad un lavoro diviso e potranno realizzare uno “sviluppo onnilaterale”, accrescendo insieme le forze produttive sociali. Allora ci sarà il ritorno dell’uomo alla sua realtà sociale.
L’applicazione storica del marxismo
Le internazionali comuniste
Nel 1864 fu fondata la prima internazionale in seguito all’incontro avvenuto due anni prima a Londra tra delegazioni operai francesi e inglesi. L’obbiettivo era creare un legame internazionale tra i lavoratori. L’esperienza delle rivoluzioni del ‘48/ ‘49 aveva dimostrato come solo una comune collaborazione poteva contrastare le unite forze di repressione. Questa prima esperienza fu caratterizzata dalla connivenza di più correnti ideologiche, e quindi da un intenso dibattito, nel quale spiccò subito la discussione marxisti- anarchici, ossia tra Marx e Bakunin. Le posizioni di quest’ultimo si possono riassumere brevemente in quattro punti, tutti antagonisti al marxismo: la causa fondamentale della disuguaglianza tra gli uomini è la tirannia dello stato; all’abbattimento della società borghese conseguirà immediatamente una nuova società anarchica; sottoproletari e braccianti agricoli sono il soggetto rivoluzionario; qualsiasi organizzazione politica, essendo caratterizzata da delega, è autoritaria, invece è necessaria una diretta azione sociale. La discussione si risolse con l’espulsione degli anarchici, e questo fatto, unito al fallimento dell’esperienza della comune di Parigi, alla crisi economica del ’73 e ad un’inadeguatezza organizzativa, portò allo scioglimento della prima internazionale nel 1876. In occasione del centenario della presa della Pastiglia (1889) fu invece fondata la seconda internazionale, definitivamente dominata dal socialismo comunista. Non mancarono comunque i dibattiti, questa volta tra marxisti ortodossi e revisionisti. I primi rimanevano fedeli ai principi della dottrina comunista (Kautsky), arrivando al massimo ad operare una distinzione tra il fine del movimento (la società senza classi) e i contenuti della lotta (programma minimo), tipico del riformismo; gli altri predicavano una revisione delle stesse teorie (Bernstein) sulla base degli avvenuti mutamenti nel sistema non predetti da Marx. Oltre che da questa discussione, l’internazionale và ricordata per essere fondamentalmente una federazione di partiti, cassa di risonanza delle diverse problematiche nazionali. La confederazione entrò in crisi e si sciolse con il voto favorevole alla Grande Guerra dato dal partito socialdemocratico tedesco, che violava il comune rifiuto alla guerra imperialista e borghese accordato precedentemente. La rivoluzione russa del 1917 comportò poi radicali mutamenti nel panorama socialista europeo: nacquero i movimenti comunisti legati alla strategia bolscevica, cioè alla dottrina comunemente nota come Marxismo- Leninismo. La considerazione che la Grande Guerra, a parere socialista massima espressione imperialista del capitalismo, avesse preparato il terreno alla futura rivoluzione mondiale, di cui quella russa era solo il preludio, spinse a riunire i partiti nella terza internazionale, o Komintern (1919). Fu subito egemonizzata dal partito comunista russo, quindi caratterizzata dal rifiuto del parlamentarismo e della social- democrazia riformista. Il carattere rivoluzionario leninista prevalse sul metodo gradualistico, e si scatenò un acceso contrasto tra socialisti riformisti e comunisti rivoluzionari. I primi provvedimenti dell’organizzazione furono quindi la bolscevizzazione dei partiti europei, con l’espulsione degli esponenti che avevano appoggiato la guerra e in generale dei socialisti. In seguito a questi provvedimenti nacque a Berna un’internazionale socialista antagonista, la Seconda Internazionale di Berna. Mentre in Europa nascevano i partiti comunisti tramite scissione da quelli socialisti, nel 1926 iniziò la stalinizzazione del Komintern. Fu solo con la guerra civile spagnola che comunisti e socialisti si riavvicinarono costituendo un fronte popolare. Il Komintern fu sciolto nel 1943 in seguito alla venuta meno di prospettive di rivoluzione mondiale.
I partiti
Se il partito in quanto tale nasce con la rivoluzione inglese del ‘600, è solo con il diffondersi della rivoluzione industriale, e conseguentemente con la formazione di una società di massa e l’allargamento del suffragio elettorale fino ad essere universale, che i partiti si affermarono nel senso specifico della forma attuale, ossia caratterizzati da: un’organizzazione territorialmente diffusa, con un sistema di comunicazione tra centro e periferia; la volontà di ottenere il potere locale e centrale; la ricerca del sostegno popolare. I partiti socialisti e poi i comunisti in particolare nacquero con lo sviluppo industriale, e si assunsero il compito di far sentire la voce dei lavoratori, perseguendo l’obiettivo di cambiare a loro favore la società e il sistema, secondo le direttive generali del movimento socialista. Possiamo distinguerne di due tipi, il partito organizzativo e quello elettorale. I partiti organizzativi di massa si assumevano il compito di preparare le masse lavoratrici ad avere coscienza di sé, assumendosi le proprie responsabilità storiche. Le strutture erano sostenute da funzionari stipendiati grazie a quote regolari pagate dagli iscritti. I partiti di questo tipo furono dunque partiti militanti. I partiti elettorali di massa, pur essendo articolati come i primi, non hanno finalità alternative al sistema vigente, ma si collocano all’interno di esso, ricercando il consenso elettorale che permetta di raggiungere il potere e migliorare così gradualmente la società.
I sindacati
Il sindacato è l’altra storica forma organizzativa dei lavoratori. Come i partiti esistono sindacati di diverse ispirazioni, che nascono tutte dall’esigenza operaia di avere una rappresentanza a livello decisionale; il sindacato si può avvalere dello strumento dello sciopero, e al limite della serrata generale, e si occupa di materia prettamente sociale e lavorativa, non politica. Nell’ambito del marxismo i sindacati sono “centri di raccolta e d’organizzazione dei lavoratori, associazioni difensive contro il capitale, scuole preparatorie al socialismo”, strumenti comunque subordinati al partito politico. È quindi la cinghia di trasmissione tra il partito e le masse operaie. I sindacati di ispirazione marxista si distinguono in questo da quelli socialisti riformisti, che intendono pragmaticamente agire al di fuori della sfera di influenza partitica, convinti che la lotta sindacale debba essere condotta dall’interno al fine di migliorare gradualmente le condizioni di lavoro.
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