Lingua volgare

La lingua volgare non ha una data di nascita precisa, tuttavia dal secolo VIII in poi si possono trovare numerosi documenti che comprovano la necessità, per chi volesse essere compreso al di fuori della cerchia dei chierici, di adoperare, anche per iscritto, la lingua volgare.

Indice

Le origini

La maggioranza della popolazione era a quel tempo costituita da laici letterati che, senza distinzione di condizione sociale, parlavano una lingua volgare che si allontanava sempre più dal latino, finché questo divenne incomprensibile a chi non lo avesse studiato (il latino era sentito come coincidente con la grammatica), mentre un’élite di uomini di cultura (i chierici), quasi tutti appartenenti alla cerchia ecclesiastica, parlava in volgare, ma era capace di leggere e scrivere in latino.

Con il passare del tempo diventò necessario rivolgersi ai laici in volgare, prima oralmente e poi, quando si fu costituito un pubblico di laici avente una certa cultura, anche per iscritto. Tutti coloro che sapevano scrivere, usavano il medio-latino, ossia una lingua che, pur con modificazioni profonde, era una continuazione diretta del latino scritto antico mentre l'analfabetismo tra i laici, nobili e sovrani compresi, era pressoché totale ed essi usavano esclusivamente le parlate locali, ossia i volgari, sempre più lontani dal latino e sempre più differenziati tra loro, ciò incoraggiò l’uso scritto del volgare.

Dall’VIII secolo in poi, l’uso scritto del volgare fu avvertito come necessario per soddisfare le necessità di una larga parte della popolazione. Nell’813 un capitolare impose l’uso del volgare nella predicazione. Per il francese d’oïl ed il tedesco francone il primo documento ufficiale in volgare risale all’842, è il Giuramento di Strasburgo, redatto da Nitardo in lingua colta. Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico, alleandosi, giurarono l’uno nella lingua dell’altro, alla presenza dei rispettivi eserciti (Ludovico il Germanico in romanzo, Carlo il Calvo in germanico).

I primi documenti in volgare

Dall'VIII al XII secolo, il volgare fu adoperato sempre più largamente e scritto con frequenza sempre maggiore. Il documento più antico che si conosca è l’indovinello veronese della fine del VIII secolo o del principio del IX, forse opera di un chierico, in cui l'atto dello scrivere è paragonato a quello del contadino che ara un campo bianco lasciandosi dietro un seme nero. L’indovinello è in una lingua nella quale il latino è al tramonto e il volgare già si delinea:

Se pareba boves, alba pratalia araba
Albo versorio teneba, negro semen seminaba
(spingeva davanti a sé i buoi [dita], arava un bianco prato [pagine]
teneva un bianco versorio [penna] e seminava una semente nera [lettere])

Il volgare appare ormai vitale in quattro placiti cassinesi, ossia quattro testimonianze giurate, registrate tra il 960 e il 963, sull'appartenenza di certe terre ai monasteri benedettini di Capua, Sessa e Teano. Sono importanti soprattutto perché non sono la stesura per iscritto di frasi improvvisate dai testimoni, bensì la ripetizione di formule che il giudice aveva preparate in volgare, perché fossero intese anche da coloro che non erano in grado di comprendere un giuramento in latino.

Documenti simili divennero sempre più frequenti, documentando il diffondersi e rafforzarsi progressivo del volgare e l’intenzione di usarlo con scopi o con caratteri differenti finora usati.

Tuttavia, il latino, grazie al carattere conservatore della chiesa, restò ancora, per tutto il Duecento e oltre, Lingua della cultura ed occorsero parecchi secoli perché il volgare italiano, divenuto ormai lingua letteraria e culturale, raggiungesse tutti i settori del sapere.

Il volgare nel '200 e nel '300

Nel corso del Duecento e del Trecento in latino scrissero regolarmente i teologi, i giuristi, i retori, quasi tutti gli scienziati e molti storici. Dante compose in volgare il Convivio, ossia un'opera culturale e la Commedia, un poema didascalico-allegorico nel quale si tratta anche di teologia, ma, per formulare le leggi retoriche del poetare in volgare, scrisse in latino ed in latino scrisse il de Monarchia che, trattando un problema supernazionale, i rapporti tra Chiesa e Impero, si rivolgeva a un pubblico non solo italiano.

Nel Duecento si sceglieva tra le due lingue, a seconda del genere, dell'argomento e del pubblico, ma chi sapeva il latino e aveva conoscenze scientifiche non leggeva volentieri libri scritti in volgare. Già nel IX secolo le dame amavano la narrativa storico- romanzesca, che più tardi portò alle chansons de geste ed ai romanzi (XI-XII sec.).

Nelle corti alcuni signori ed alcune dame erano in grado di leggere i testi latini, per gli altri i chierici palatini facevano pubbliche letture, traducendo estemporaneamente o riassumendo in volgare. Alla regolamentazione dei volgari contribuì notevolmente il capitolare dell’813, infatti, gli uomini di Chiesa nel tradurre le omelie dal latino applicava alla nuova lingua le regole del latino.
Tra la fine del '300 e l’inizio del '400, si nota un rinascere dell'interesse per i classici, che ben pochi erano ancora in grado di comprendere agevolmente.
Anche i laici si dedicano alla ricerca ed allo studio dei grandi autori latini e a poco a poco emergono dalle biblioteche testi da tempo dimenticati. Dopo il 1450 la diffusione della stampa facilita la circolazione delle idee, dei testi, della cultura.

Differenze tra latino ed italiano

Fondamentali differenze fra latino ed italiano
Latino Italiano
Declinazione neutra Perdita del neutro
casi (declinazioni) Perdita della declinazione, sostituita dalle preposizioni
Forma passiva del verbo Perdita della forma passiva sostituita da quella perifrastica (parte nominale + verbo)
Manca l'articolo Compare l'articolo
Metrica quantitativa (sillabe lunghe e brevi) mancano rime e strofe Metrica accentuativa (accento delle sillabe) rima e strofa

Il volgare nel '400 e nel '500

Libera costruttività dell'uomo, la scienza ha come fondamento solo l'esperienza, libertà morale come regolatrice del mondo (la verità ha valore se discende da una libera scelta morale).

Così, per i letterati del '400 e '500:

  1. Il culmine della civiltà è stato raggiunto in epoca classica
  2. Il latino è stato la lingua della civiltà
  3. La decadenza del latino e della cultura ad esso collegata hanno caratterizzato il medioevo
  4. Il volgare è espressione di barbarie (il latino della Chiesa è impoverito e scorretto)
  5. La conoscenza dei classici è indispensabile all’uomo colto (esclusione dalle cariche di prestigio di chi scrive in volgare o in latino scolastico)
  6. Disprezzo per coloro che senza una precedente cultura umanistica si dedicano a studi d’altro genere

Mentre già Dante aveva auspicato il ritorno al latino classico, il primo umanista realmente inteso come tale fu Petrarca, presto imitato dal Boccaccio. Il movimento fu poi chiamato Rinascimento perché parve agli uomini del '400 e '500 di essere finalmente usciti dalla barbarie. L'umanesimo - nato in Italia - diffuse in tutta Europa lo studio dei classici latini e poi di quelli greci (nel 1453, caduta di Costantinopoli, molti dotti greci giunsero in Europa). Cambiava così anche la concezione del mondo: religiosa nell’uomo medievale, laica nell’uomo del ‘400 –‘500. E con tali cambiamenti nasceva la scienza sperimentale moderna (matematica, fisica, astronomia) ed una nuova coscienza della libertà spirituale ed intellettuale dell'uomo.

La concezione di classico uguale a bello, spinta all’eccesso, porta alla convinzione che non si possa scrivere bene senza usare il latino degli autori classici. Gli umanisti non si resero conto che il latino non poteva essere usato come lingua letteraria, poiché era ignorato dalla maggior parte della popolazione (gli umanisti stessi non lo possedevano intimamente, poiché non pensavano in latino). Ostinandosi ad usare il latino classico, compreso solo da una minoranza, gli umanisti condannarono all’oblio le loro opere.

Tutta la storia della letteratura dimostra che, fin dall'antichità (es. Eneide, Odissea), le opere maggiori furono create nella lingua parlata e compresa da tutti, nella sua forma più bella e corretta, ciò permise una vasta diffusione che ne assicurò la sopravvivenza.

Dante comprese tale verità ed usò un volgare vivo, comprensibile non solo ai fiorentini, ma anche a tutti gli abitanti della penisola. Petrarca, il primo umanista, pur definendo “nugae” (bagattelle) le sue rime in volgare, affidò ad esse la propria fama. Anche Boccaccio scrisse in volgare. Per un centinaio d’anni gli umanisti tentarono di imporre la propria tesi, ma già nel '400 (Poliziano, Lorenzo il Magnifico e Niccolò Machiavelli) e nel ’500 autori come Matteo Maria Boiardo, Ludovico Ariosto e Torquato Tasso usarono il volgare facendone a tutti gli effetti una lingua letteraria.

Voci correlate

Collegamenti esterni


La Biblioteca di Babele - Il Progetto - Al Caffè - Agenda - Scaffale aperto

Autobiografia e Biografia - Cavalleresca - Critica - Epica - Erotica - Fantascienza - Fantasy - Favola - Fiaba - Fumetto e Manga - Giallo -
Horror - Leggenda - Letteratura - Mito - Narrativa - Poesia - Ragazzi - Romanzo - Saggio - Satira - Teatro - Tragedia - Western

La letteratura nel mondo
bulgara - francese e francofona - giapponese - greca - inglese e britannica - italiana - latina - russa - tedesca - ungherese

Categorie afferenti
Classici - Correnti - Critica - Fantascienza - Generi - Letteratura - Linguistica - Opere - Personaggi - Poeti - Premi -
Premi Nobel - Riviste - Riviste del '900 - Scrittori - Scrittori per genere - Storia della letteratura

Wikizionario - Wikiquote - Wikibooks - Wikisource


categoria:letteratura italiana

See also: Lingua volgare, 1450, 1453, 813, 842, 960, 963, Angelo Poliziano, Astronomia