Letteratura latina
L'origine della letteratura latina (o, più in generale, la produzione in lingua latina) veniva fissata dai romani al 240 AC, anno in cui Livio Andronico fece rappresentare un suo testo scenico, presumibilmente una tragedia, ma prima di tale storica data, restava un periodo di circa quattro secoli.
Se si restringe la letteratura alla produzione artistica scritta, si può accettare una data convenzionale precisa, ma gli stessi Romani di età classica erano perfettamente consapevoli che le origini della letteratura non coincidono con quelle delle "forme comunicative" in cui una cultura trova espressione.
Le opere teatrali di Andronico, che i Romani usavano come soglia della cronologia letteraria, sono testi che nascono dalla traduzione di un genere letterario già maturo, la tragedia greca di età classica ed ellenistica.
Questioni indispensabili per la discussione delle origini letterarie sono:
- La cronologia e la diffusione della scrittura
- le forme comunicative non letterarie
- le forme pre-letterarie, ossia i carmina.
Il materiale documentario è vario:
- informazioni tratte da fonti letterarie romane: notizie provenienti da fonti molto più tarde del tempo a cui si riferiscono.
- gli apporti della scienza moderna, basati su elementi storici, archeologici, linguistici, epigrafici, antropologici.
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Influssi greci nella Roma arcaica
Un influsso greco è sempre presente nella storia di Roma. L'Urbe del VI secolo AC è sempre più un crocevia di traffici, di culture, molto prima che i letterati romani aderiscano consapevolmente a modelli letterari greci, un influsso greco è presente in molti aspetti della vita romana e anche il più antico verso romano, il saturnio, che i Romani considerano l'unico loro verso autoctono, potrebbe aver subito antichissimi influssi greci.
Cronologia e diffusione della scrittura
Rimangono graffiti e iscrizioni, mentre mancano documenti di tipo funerario. Ciò che resta documenta l'esistenza di un crogiolo di popoli e di lingue, in cui si affermò progressivamente l'uso del latino e dell'alfabeto latino, derivato da un alfabeto greco occidentale usato nella città campana di Cuma e non esente dall’influsso etrusco. La presenza di iscrizioni su oggetti di uso di quotidiano e domestico sembra provare che nella Roma arcaica la capacità di scrivere era diffusa anche tra persone di media condizione, certamente la scrittura era più diffusa nei ceti superiori, tra i sacerdoti e tra coloro che avevano accesso alle cariche pubbliche.
La nobiltà cominciò molto presto a registrare genealogie, memorie di famiglia e iscrizioni celebrative degli antenati. In questa fase non è invece attestata una vera e propria circolazione libraria. I più antichi "libri" di cui si ha notizia sono i libri Sibillini, testi religiosi, probabilmente scritti in greco, forse portati a Roma ai tempi di Tarquinio il Superbo (534–510 AC). Nella Roma medio-repubblicana, ai tempi di Livio Andronico (240 AC), di Nevio (222 AC) e di Plauto (212 AC), l'alfabetizzazione era assai diffusa. Parallelamente al sorgere di veri e propri testi letterari, è documentata una notevole estensione della capacità di leggere e scrivere. I cittadini impegnati in cariche pubbliche, sacerdotali, o di comando militare usavano tenere documentazioni scritte della propria attività, anche a carattere personale (commentari), ma anche tra il popolo minuto erano diffusi almeno i rudimenti dell'alfabetismo. Inoltre, alla fine del III secolo AC, era ormai pubblicamente riconosciuta una corporazione di scrivani, gli scribae ed i ceti medio-alti della società erano perfettamente alfabetizzati.
Le forme comunicative non letterarie
Alcune forme di comunicazione presuppongono l’uso della scrittura, ma nella coscienza e nell’intenzione di chi le pratica e di chi le recepisce, non costituiscono letteratura. L'uso del latino come lingua ufficiale della comunità romana nelle leggi, nei trattati, nel formulario religioso, nelle iscrizioni pubbliche e nell'oratoria, favorì lo sviluppo della lingua latina. Negli sviluppi della cultura letteraria è possibile ritrovare una eredità di tali forme pre-letterarie. Il tradizionalismo tipico della cultura romana d’età repubblicana favorì il perpetuarsi di certe formule di cui resta una traccia anche in autori immersi nella nuova cultura grecizzante, e non solo in Nevio o in Plauto, ma anche nel latino di Catullo e di Virgilio.
Leggi e trattati
L'uso della scrittura fu legato, sin dai tempi più antichi della città-stato Roma, alla necessità di avere precise registrazioni ufficiali: di trattati e patti internazionali e di leggi. Tali esigenze contribuirono a modellare la prosa latina delle origini. Di trattati (foedera) della Roma arcaica restano solo testimonianze indirette, ma nessun frammento.
Enorme fu l'importanza storica, sociale e culturale delle prime leggi di Roma. Rimangono tracce di remotissime leges regiae, risalenti alla fase monarchica dei primi secoli e dominate da un'impostazione rigidamente sacrale. Il diritto più antico era basato soprattutto su norme consuetudinarie, costituì perciò una forte conquista civile e politica la composizione delle "Leggi delle XII tavole", affidate a dodici tavole dì bronzo esposte nel Foro Romano. Soprattutto gli strati più deboli della popolazione trovarono in tali leggi scritte e pubbliche un baluardo contro lo strapotere delle grandi famiglie.
Le leggi sarebbero state stilate da un'apposita commissione fra il 451 e il 450 AC, ne resta una versione rimaneggiata, ma che conserva un forte carattere di lingua arcaica. Nelle dodici tavole, probabilmente sono state trascritte, almeno in parte le leggi più antiche, fino a quel momento tramandate oralmente, a ciò è dovuta la caratteristica prosa ritmata, propria dei testi della tradizione orale. Secondo Livio le dodici tavole erano la fonte del diritto pubblico e privato, i ragazzini le imparavano a memoria, i dotti continuavano a commentarle e ad analizzarle. Le leggi trovano nelle monumentali assonanze, nelle allitterazioni, nella scansione in cola (parte del periodo costituente una sequenza ritmica) ritmici paralleli e staccati, un sicuro effetto di sanzione inappellabile, inoltre, tale prosa ritmata ne rendeva più agevole la memorizzazione in un iniziale contesto di tradizione orale.
I fasti e gli annales
Un antichissimo uso della scrittura riguardava i calendari. La comunità romana aveva sviluppato un suo calendario ufficiale, regolato e sancito dalle autorità religiose. I giorni dell'anno erano divisi in fasti e nefasti, a seconda che fosse permesso, o vietato, il disbrigo degli affari pubblici. Garanti pubblici di tale ordinamento erano i pontefici. Ben presto il termine "fasti" cominciò a designare anche le liste dei magistrati nominati anno per anno (fasti consulares; fasti pontificales), e anche la registrazione dei trionfi militari riportati dai magistrati in carica (fasti triumphales).
La quantità di informazioni depositate nei fasti si arricchì progressivamente. I magistrati li usavano per registrare i loro atti ufficiali. Avvenimento assai importante fu l’adozione della tabula dealbata: il pontefice massimo usava esporre pubblicamente una "tavola bianca" che riportava oltre ai nomi dei magistrati dell'anno in corso, anche avvenimenti di pubblica rilevanza, come date di trattati, dichiarazioni di guerra, fatti prodigiosi o cataclismi naturali. Tali registrazioni ufficiali, depositandosi anno per anno, presero il nome collettivo di annales e cominciarono a formare una memoria collettiva dello Stato romano. In età graccana (131–121 AC) il pontefice Publio Muzio Scevola si incaricò di riunire in volumi gli annales degli ultimi 280 anni: la raccolta prese il nome di Annales Maximi.
Queste scheletriche raccolte di dati, poste in ordine cronologico, assunsero col tempo una importanza rilevante per gli storici che si occupavano dei primi secoli di Roma (come Catone).
Tali storici usavano fare riferimento a questa documentazione per appoggiare l'autorevolezza dei loro resoconti. Gli annales ufficiali dei pontefici contribuirono alla formazione di una storiografia letteraria peculiarmente romana, scevra di influssi di origine greca, tracce della quale sussistono ancora in Tito Livio o in Tacito. Il filone degli annales, preservò l'intelaiatura cronologica di queste registrazioni, basando sullo schema "anno per anno" la narrazione della storia di Roma.
I commentarii
Il termine commentarii può indicare "appunti", "memorie", "osservazioni", a carattere privato, però, il termine è stato anche usato da Cesare per indicare le proprie narrazioni della guerra gallica e della guerra contro Pompeo. Il de bello gallico e il de bello civili sono opere di attentissima cura letteraria e di meditata impostazione politica, ma con questa designazione Cesare voleva sottolineare che non si trattava di letteratura storiografica, bensì di una rievocazione personale, ossia di memoriali. L'origine di questa accezione risale ad una pratica dei magistrati di età repubblicana che usavano raccogliere in una sorta di diario i provvedimenti e gli eventi principali del periodo di carica.
I commentarii potevano assumere un carattere di documentazione ufficiale, venendo depositati presso i collegi sacerdotali. Gli stessi pontefici curavano documentazioni della loro attività nei libri pontificum. Di questa produzione abbiamo però solo notizie indirette. É presumibile che l'uso dei commentarii abbia favorito lo sviluppo di una produzione in prosa, legata all'attualità politica e affine a una vera e propria memorialistica: una tradizione della prosa latina che rimase separata dal grande filone (sempre più soggetto ad elaborazione retorico-letteraria) dell'oratoria giudiziaria e pubblica.
La retorica
Prima della profonda grecizzazione che la cultura romana conobbe nel secolo tra la guerra con Taranto (280-271 AC) e l'invasione della Grecia (nel 146 AC tutta la Grecia passa sotto l’amministrazione romana) lo scrivere era considerato una tecnica, assai utile, ma l’eloquenza era ben più importante, infatti i Romani consideravano l'abilità oratoria come una forma di potere e una fonte di successo. Non a caso, il primo nome che compare nella storia delle lettere latine è quello di un oratore, Appio Claudio Cieco. Sino all'età scipionica, l'oratoria fu considerata dai Romani l'unica attività intellettuale veramente degna di un cittadino di elevata condizione, mentre i primi poeti furono per lungo tempo (sino ad Accio e Lucilio) dei liberti, oppure degli italici di modesta condizione. La capacità di convincere era base necessaria della carriera politica e i Romani si limitarono in seguito ad affinare, con l'aiuto dei rhetores (professori di eloquenza di formazione greca) le loro attitudini di oratori. A differenza della vera e propria "letteratura", che rientrava negli otia, cioè nel "tempo libero", l'oratoria era considerata parte indispensabile della vita attiva.
Le forme pre-letterarie: i carmina
Gli effetti prodotti da certi accorgimenti formali sono importanti anche al di fuori della letteratura. Lo stile delle leggi è volutamente solenne, energico, monumentale, nelle preghiere e nelle formule rituali, le parole che compongono la frase mirano a conferirle una struttura ordinata e devono favorire specifici comportamenti e l’apprendimento mnemonico per essere ripetute con esattezza (legare fra loro le parole, come fanno il ritmo e la rima, in modo che l'insieme sia memorizzabile).
Nello stesso modo sono redatte formule magiche, ricette mediche, precetti e norme di saggezza, regole della vita agricola. Quanto alla comunicazione politica, l'importanza dei discorsi pubblici e delle iscrizioni celebrative rende necessario l’uso di determinate forme. Esiste un'ampia base di carattere formale comune a manifestazioni culturali che i Romani tenevano nettamente separate. Tale substrato comune è legato al concetto carmen.
Il significato più usuale di carmen (da cano, «cantare, suonare») è poesia, tuttavia il poeta Ennio definisce il proprio lavoro con la parola greca "poema" sia per evidenziare la propria originale predisposizione a poetare alla "greca", sia per sottolineare il suo rifiuto di una tradizione antichissima, nella quale carmen significa ben di più che versi o poesia: nella Roma arcaica carmen è un vocabolo di significato estremamente generico e per questo non piace a Ennio. Parlando delle XII Tavole, Cicerone le definisce un carmen, riferendosi a formule magiche, le XII Tavole le indicano come carmina. Il testo di un antichissimo trattato è per Tito Livio un carmen, la stessa parola si applica a preghiere, giuramenti, profezie, sentenze del tribunale, cantilene infantili.
Infatti, un carmen non è tale per il suo contenuto o per il suo uso, bensì per la forma. Nella Roma arcaica, la distinzione tra "poesia" e "prosa" era molto meno netta di quanto sia nella attuale cultura o in quella romana di età classica. La prosa romana più antica è marcata da una fortissima stilizzazione, ha una struttura ritmica molto percepibile, caratterizzata da ripetizioni foniche e morfologiche, soprattutto da corrispondenze fra i membri (cola) della frase costruiti in modo che abbiano uguale lunghezza e uguale composizione sintattica.
Inversamente, la poesia arcaica ha una struttura metrica "debole" in quanto legata a regole non rigide. Quindi versi e prosa sembrano avvicinarsi. La tradizione stilistica dei carmina non sparì mai del tutto e distinse lo stile letterario latino anche da quei modelli greci che i latini assiduamente imitarono. E’ un modo di scrivere che non pratica nette distinzioni tra versi e prosa, ma si oppone allo stile casuale e informale della conversazione quotidiana.
Poesia sacrale
Le più antiche forme di carmina pervenute (escluse le iscrizioni funebri) hanno carattere religioso e rituale. I canti religiosi, dei quali restano tracce, erano strettamente legati all'esecuzione di pubblici riti annuali. Le principali testimonianze che restano riguardano due importanti carmina rituali, il Saliare e l'Arvale.
Il carmen Saliare era il canto del collegio sacerdotale dei Salii, forse istituito da re Numa Pompilio. Dodici sacerdoti del dio Marte, ogni anno, nel mese di marzo, recavano in processione i dodici scudi sacri. Uno degli scudi era il famoso scudo caduto dal cielo, sacro pegno della protezione divina su Roma. I Salii, formulavano i loro carmina avanzando in un ballo rituale scandito in tre tempi (tripudium). Per i Romani di età storica il linguaggio dei Salii era ormai incomprensibile, le tracce che restano sono assai scarse.
Il Carmen Arvale, o Carmen Fratrum Arvalium. Nel mese di maggio i Fratres Arvales, un collegio di dodici sacerdoti levavano un inno di purificazione dei campi (in latino arva), implorando protezione da Marte e dai Lari (gli antenati, intesi come spiriti "buoni" e propizi dei defunti). Del testo resta una riproduzione piuttosto attendibile, ma di difficile interpretazione. Come il tripudium Saliare, anche il carmen Arvale era scandito su un ritmo ternario. Nonostante la lingua assai arcaica, il carme dev’essere opera di un artista, un "vate" non digiuno di letteratura e di cultura greca.
Alcune caratteristiche di questi inni, come le ripetizioni e certe figure retoriche, ebbero duratura influenza sulla letteratura latina profana, mentre la Roma di età storica non conobbe una vera e propria letteratura religiosa. D'altra parte, Roma non aveva una vera e propria casta separata di sacerdoti e tanto più efficace risultò, quindi, la penetrazione della religione e della mitologia greca, con tutta la sua carica di creatività letteraria e figurativa.
Poesia popolare
Un vasto patrimonio relativo ai carmina è perduto; canti di lavoro, canzoni d'amore ninne-nanne etc. Le testimonianze più consistenti riguardano una produzione, orale e improvvisata, che aveva caratteri di motteggio e comicità, i Fescennini versus. Il termine sarebbe una traccia dell’influsso etrusco. I Fescennini avevano forse una funzione apotropaica (di allontanamento del malocchio), durante le feste rurali e, secondo Orazio, avrebbero dato origine ad una tradizione di arguti motteggi. Versi "fescennini" circolavano in numerose occasioni sociali dell'antica Roma: lazzi tipici delle feste nuziali, la "giustizia popolare", ossia una forma di pubblica diffamazione ed i carmina triumphalia, quando, in occasione del trionfo, i soldati improvvisavano canti in cui alle lodi del vincitore si mescolavano liberamente le beffe.
Tale comicità popolare ha avuto notevole influsso su alcuni filoni comici della produzione letteraria: la commedia plautina, lo sviluppo della satira e dell'epigramma satirico, ma l'impulso maggiore alla formazione del teatro comico venne dal contatto col teatro di lingua greca della Magna Grecia e dalla circolazione di testi letterari, attici ed ellenistici. Anche l'origine della satira deve essere valutata in questo quadro. Il "comico popolare" italico trovò riflessi più immediati nel successo dell'atellana (farsa simile alla commedia dell’arte)
Canti eroici
Catone (riportato da Cicerone) e Varrone accennano alla diffusione dei carmina convivalia, poemi epici cantati in occasione di banchetti, ma anche Catone (nato prima della Seconda Guerra Punica (fine del III secolo AC) li cita per tradizione indiretta, mancano indizi di una tradizione scritta di tali carmina, gli storici non citano fonti poetiche, inoltre non risultano cantori di mestiere, bardi, aedi, cantastorie ed è improbabile che una vera forma letteraria potesse svilupparsi senza la loro opera. Probabilmente, tale poesia era limitata all'ambiente, piuttosto ristretto, delle grandi famiglie, ma, alla fine del III secolo AC, non aveva più alcuna risonanza, infatti, nelle grandi famiglie urbane, tra il III e il II secolo, (tra la guerra contro Taranto 282 AC-275 AC e l'espansione romana verso Oriente 168 AC) si affermò rapidamente una cultura grecizzante.
Gli ambienti aristocratici furono i primi ad abbandonare alcune tradizioni per assimilare la grande cultura artistica e letteraria dell'ellenismo. All'ombra delle grandi famiglie comparvero figure di letterati di professione, che, da Livio Andronico in poi, praticarono forme letterarie "colte" e profondamente plasmate dall'influsso greco, ma la funzione celebrativa della poesia non scomparve e divenne un mezzo per eternare la gloria degli uomini e delle famiglie illustri. Piuttosto diversa fu l'evoluzione di generi popolari, come la farsa, che restò molto più a lungo impregnata di caratteri originalmente "italici", tuttavia, già all'inizio del II secolo AC, Plauto portò al successo, anche tra il popolo minuto, una forma letteraria come la palliata, organizzata sui canoni della "regolare" commedia ateniese.
La questione del saturnio
Le testimonianze più antiche sulla poesia romana comportano l'uso di un particolare verso, chiamato saturnio. Di saturni sono composti i due primi testi epici romani: la versione dell'Odissea di Livio Andronico, e il Bellum Poenicum di Nevio e in saturnio sono testi forse ancora più antichi, gli elogi funebri ritrovati sui sepolcri di due illustri personaggi appartenenti alla famiglia degli Scipioni. I due componimenti più antichi si riferiscono a Lucio Cornelio Scipione, console nel 259 AC, e al padre di questi, suo omonimo, console nel 298 AC. Sono testi di notevole fattura letteraria, che rivelano una certa familiarità con la cultura greca e con le tradizioni della poesia funeraria greca. Uno degli epitaffi elogia non solo le virtù militari, ma quelle intellettuali dello scomparso e associa in modo caratteristico bellezza fisica e valore individuale.
La stessa etimologia del termine "saturnio" è prettamente italica, come il dio Saturno, ma tutte le attestazioni parlano di un'epoca già imbevuta di cultura greca. Gli epitaffi degli Scipioni presuppongono un ambiente colto e grecizzante. Lo stesso carmen Arvale, più antico di qualche secolo, non è immune da influssi greci e sembra possibile ritrovarvi cadenze saturnie. Andronico e Nevio, non composero esclusivamente in saturni infatti, nella loro produzione teatrale, si dimostrarono perfettamente padroni di una metrica organizzata a norma della poesia scenica greca. Non è quindi possibile collocare il saturnio in un'età priva di interferenze greche.
L'interpretazione metrica di questo verso è problematica: la sua struttura, incredibilmente fluida, non si lascia ricondurre a nessun verso canonico della poesia greca. È persino dubbio che i principi costitutivi del saturnio siano gli stessi della metrica classica greca e latina, ossia che sia basato sull'alternanza quantitativa, però, il saturnio non può essere posto completamente "fuori" dell'unità culturale greco-latina, ma la sua vistosa irregolarità rispetto alle forme metriche regolari della letteratura greca finì per decretarne la scomparsa.
La letteratura romana arcaica conobbe subito, fin dai suoi inizi noti, una metrica grecizzante "pura", come l'esametro di Ennio, che fu importato dalla poesia epica greca e forme "impure", riadattate, come gran parte dei versi usati da Plauto e dagli altri comici, che, pur avendo precise contropartite in greco, rispondono tuttavia a una serie di norme del tutto nuove. Una caratteristica fondamentale della poesia romana arcaica è proprio la convivenza di questi due distinti codici metrici, anche se, logicamente, si affermò la metrica "pura".
Nascita della traduzione poetica
L'iniziativa di tradurre in lingua latina e in metro italico (il saturnio) l'Odissea di Omero ebbe una portata storica enorme. Prima dell'opera di Livio Andronico, erano stati tradotti testi giuridici o politici, ma, nell'antichità, non era mai stata tradotta un'opera letteraria da una lingua straniera.
L'iniziativa di Livio ebbe insieme finalità letterarie e più genericamente culturali, infatti Livio rese disponibile ai Romani un testo fondamentale della cultura greca, anche se i Romani più colti già leggevano Omero nell'originale. L’Odusia ebbe fortuna come testo scolastico. Andronico stesso era maestro di scuola e con il suo lavoro riuscì insieme a divulgare cultura greca a Roma e a far progredire la cultura letteraria in lingua latina, infatti l'Odusia non era solo un testo per le scuole.
L'importanza di Livio nella storia letteraria è di aver concepito la traduzione come operazione artistica: costruzione di un testo che stia accanto all'originale e sia fruibile come opera autonoma, pur sforzandosi di conservare, attraverso un nuovo mezzo espressivo, non solo i contenuti, ma anche la qualità artistica del modello (operazione simile a quella del Monti per la traduzione dell'Iliade). I problemi che Livio Andronico affrontò furono enormi. Non avendo una tradizione epica alle spalle, Livio cercò per altre vie di dare solennità e intensità al suo linguaggio letterario. Alcuni termini e forme sono non solo arcaici rispetto ai tempi di Orazio, ma volutamente arcaizzanti rispetto alla lingua in uso ai tempi di Andronico.
Comincia così la tendenza arcaizzante e conservatrice della poesia latina, mentre la lingua letteraria si stacca dal linguaggio quotidiano. Andronico attinge al formulario della tradizione religiosa, per conferire dignità al suo linguaggio e rende l'omerica Musa con l'antichissima Camena, divinità italica delle acque, puntando sull'etimologia allora corrente, da Casmena/Carmena da carmen (poesia). Gli scarsi frammenti mostrano una notevolissima volontà di aderenza all'originale e di chiarezza: tradurre significa tanto conservare ciò che può essere recepito, quanto modificare ciò che è intraducibile, o per limiti del mezzo linguistico, o per differenza di cultura e mentalità.
La ricerca del pathos, della forza espressiva, e della tensione drammatica è tipica della poesia romana arcaica, rispetto ai modelli greci. La capacità di "drammatizzare" il racconto omerico fa pensare che Andronico fosse anche un abile drammaturgo. Nel campo teatrale i Romani furono, sin dall'inizio, alquanto liberi nel trasformare i modelli, infatti furono adattatori, non propriamente traduttori. Uno dei pochissimi frammenti di cui possiamo controllare l'originale greco, l'Aiace di Sofocle, modello dell' Àiax mastigophorus, contiene una massima amareggiata: "si dà lode al valore: ma la lode si scioglie più rapida del gelo a primavera"; il personaggio sofocleo diceva solo "come veloce svanisce tra i mortali il favore".
La ricerca del patetico è una costante in quasi tutta la poesia latina arcaica, e si apprezza meglio quando è presente il modello greco. I modelli tragici a cui si ispirò Livio Andronico furono, verosimilmente, i testi attici del V secolo AC, in preferenza Sofocle ed Euripide. Per il rapido sviluppo letterario che seguì alla sua opera, Andronico passò molto presto dì moda: non solo Cicerone e Orazio trovano primitiva la sua arte, ma già Ennio sembra polemizzare contro il suo predecessore. La lettura scolastica di Andronico durò probabilmente più della sua fortuna letteraria.
Rapporto tra palliata e modelli greci
A differenza di autori successivi come Terenzio, Plauto si preoccupa assai poco di comunicare il nome e l’autore della commedia greca alla quale si è ispirato, anche perché, a differenza di Terenzio, il suo teatro non presuppone un pubblico abbastanza ellenizzato da apprezzare il riferimento a certi famosi modelli. I titoli di Plauto non sono quasi mai trasparenti traduzioni di titoli greci, inoltre, l'uso dei nomi degli schiavi come titolo (Pseudolo, Epidico) ha ben poco a che fare con la consuetudine greca.
Plauto, pur attingendo soprattutto ai grandi maestri della commedia attica, non ha una marcata preferenza per nessuno di essi e ricorre anche ad autori minori. Lo stile di Plauto è vario e polifonico all’interno delle singole opere, ma varia assai poco da commedia a commedia, e nelle sue opere la coerenza di stile è pronunciata, infatti Plauto non si lascia condizionare troppo dallo stile dei suoi molteplici modelli attici, non dipende dallo stile di nessuno di loro in modo dominante e tanto meno ricalca una ad una le sue commedie sui modelli. I tratti costanti e dominanti dello stile plautino hanno ben poco di attico, sono giochi di parole, bisticci, metafore e similitudini, bizzarri paragoni mitologici, enigmi, doppi sensi, neologismi, allusioni scherzose alle istituzioni e al linguaggio militare di Roma.
Le trasformazioni sono meno profonde per quanto riguarda le linee generali dell'intreccio delle singole commedie, aspetto per il quale Plauto aderiva volentieri ai suoi modelli, ma sono significative la ristrutturazione metrica e la cancellazione della divisione in atti, la completa trasformazione del sistema onomastico. Infatti Plauto non dà quasi mai a un personaggio il nome che l'originale gli attribuiva e introduce un gran numero di nomi di persona non attestati sulla scena attica, inoltre, pochissimi nomi riappaiono da commedia a commedia, sono nomi greci, ma non gli stessi dei modelli e non i nomi fissi che portavano le "maschere" della farsa italica.
Plauto ha assimilato i singoli modelli attici ed il loro codice formativo: convenzioni, modi di pensare, personaggi tipici, drammaturgia, espressività, ma ha eliminato molte qualità fondamentali dei modelli: coerenza drammatica, sviluppo psicologico, realismo linguistico, motivazione, caratterizzazione, serietà di analisi, senso della sfumatura e del limite.
L'età delle conquiste
Dopo la Seconda Guerra Punica (219 AC - 201 AC), alla cultura ed alla letteratura si pose il problema del rapporto con il modello culturale greco, la cui importazione fu interpretata dai tradizionalisti come uno dei fattori scatenanti della corruzione dei costumi. Si accese la polemica fra i tradizionalisti contrari alla penetrazione della cultura greca a Roma ed i sostenitori di una oculata accettazione di una cultura assai più antica, complessa e raffinata di quella romana.
La progressiva affermazione del dominio romano sulla Grecia, aveva intensificato i contatti fra le due culture, intellettuali greci giunsero a Roma come ambasciatori, come ostaggio o come prigionieri, inoltre i Romani si impadronirono di intere biblioteche greche (Emilio Paolo trasferì a Roma quella del re di Macedonia Perseo, dopo averlo sconfitto nel 168 AC a Pidna). Per circa cinquant'anni la cultura e la politica furono dominate dalla figura di Catone e dalla sua battaglia in difesa del mos maiorum, contro la penetrazione degli elementi eticamente e politicamente più pericolosi della cultura greca e contro il modello ellenistico dell'uomo politico "carismatico", che sembrava minare la solidità del ceto aristocratico.
In realtà, nonostante la veemenza della polemica, Catone non proponeva ai Romani un totale ripudio della cultura greca, bensì un’attenta selezione, che arginasse le spinte "illuministiche" e "relativistiche" che rischiavano di intaccare la morale tradizionale.
Il filosofo greco Carneade, giunto a Roma nel 155 AC come membro di un'ambasceria, mentre attendeva di essere ricevuto dal Senato romano tenne lezioni sullo scetticismo, ma suscitò i sospetti di Catone e del senato asserendo che la conoscenza certa è impossibile e che non esiste un criterio assoluto di verità, inoltre, insinuò che il "giusto" dominio di Roma, in realtà si basava sulla violenza.
L'ambasceria fu immediatamente espulsa. Ennio accolse alcune delle nuove idee e osò proporre al pubblico romano la teoria evemeristica (Evemero, IV-III secolo AC: gli dei erano in origine esseri umani eccezionali, divenuti leggendari e poi divinizzati), l'Ambracia, celebrazione di Fulvio Nobiliare, suscitò vivaci polemiche, anche gli Annales, pur concordando con l'ideale catoniano nella celebrazione dei rnores antiqui come fondamento dello Stato, lasciavano spazio a elementi ellenistici cedendo all'esaltazione delle grandi personalità.
Tale atteggiamento spiega l'allontanamento di Ennio da Catone, e il suo avvicinamento all'ambiente scipionico. Nello stesso periodo le istanze ellenizzanti furono sostenute dal "circolo degli Scipioni", un gruppo di intellettuali formatosi intorno a Publio Cornelio Scipione l'Emiliano. Tra il 150 AC ed il 130 AC il circolo influenzò in maniera determinante la letteratura e la cultura contemporanee determinandone il successivo sviluppo.
Il rinnovamento culturale propugnato dagli intellettuali dell'ambiente dell'Emiliano era, comunque, assai equilibrato e quindi non in radicale contrasto con l'ideale catoniano di conservazione degli antichi valori romani. Il "circolo degli Scipioni" non fu, in realtà, un movimento letterario con un preciso programma culturale, bensì un gruppo di intellettuali accomunati dall’interesse per la cultura greca. (l'Emiliano, conosceva le opere classiche Greche della biblioteca reale di Macedonia, portata a Roma dal padre Paolo Emilio, vincitore a Pidna).
Il gruppo scipionico vedeva nell'apertura alla cultura ellenistica un mezzo irrinunciabile di sprovincializzazione della classe dirigente romana. Il filosofo Panezio di Rodi (185 AC – 109 AC), appartenente al circolo degli Scipioni, aderì a tale progetto fornendo un modello di comportamento agli aristocratici romani (sul conveniente) ed elaborando una teoria per giustificare l'imperialismo romano, mentre la storico Polibio, anch'egli legato all'ambiente scipionico, introdusse lo schema della costituzione mista che giustificava il regime aristocratico, mentre l'interpretazione razionalistica della religione tradizionale romana come strumento di dominio ne riconosceva l'importanza per la stabilità dello stato.
Al circolo scipionico appartenne anche il poeta Lucilio (162 AC – 102 AC), che fu non solo primo letterato di origine aristocratica, ma anche il primo aristocratico a rifiutare l'attività pubblica. Lucilio è legato al gusto aristocratico, ma propone modelli di comportamento innovativi, rifiutando i meccanismi di ascesa sociale e politica fondati su valori "falsi" come il denaro. A tratti riecheggiando toni e ideali catoniani, ma il Censore, con la sua polemica contro la degenerazione del costume e contro l'abuso privato della ricchezza, si proponeva di salvaguardare i tradizionali principi della politica, mentre Lucilio difende la scelta individualistica dì non farsi coinvolgere in una realtà quotidiana fatta di personaggi spesso ambiziosi, corrotti e volgari. Lucilio cerca una sintesi tra gusto raffinato e morale tradizionale che è indizio dei nuovi tempi.
Lo sviluppo della tragedia
La lezione di Ennio tragico fu ripresa e sviluppata dai due maggiori tragici del II secolo AC, Pacuvio ed Accio, rispettivamente nel periodo scipionico e nell'età dei Gracchi e di Mario. Le tragedie di Pacuvio e di Accio, ebbero risonanza immediata e continuarono ad andare in scena almeno fino all'età augustea, il loro influsso si avverte anche in poeti ben lontani per gusto e tendenza, come Virgilio, Publio Ovidio Nasone e in Seneca tragico.
I titoli delle tragedie confermano modelli greci, rielaborati in piena autonomia. Anche per la tragedia era usuale la pratica della contaminatio. La penetrante consapevolezza critico-letteraria manifestata da Terenzio nei suoi prologhi trovò un corrispettivo nella poetica di questi raffinati tragediografi, però, Pacuvio ed Accio, affrontano temi religiosi, politici, morali e filosofici, utilizzando i miti tragici in modo assai libero, toccando temi e problemi sentiti nella società romana contemporanea. Ai modelli greci si sovrapponevano ormai i modelli latini, perché la tragedia aveva ormai una tradizione latina e vasta diffusione aveva la pretesta, che continuava a trattare in linguaggio tragico temi e vicende romani.
Pacuvio ed Accio vivevano in una società ricca di contrasti e di fermenti ideologici e culturali. In tale contesto i miti della tragedia attica assunsero nuovi significati ed il tema della tirannide tornò attuale nella Roma repubblicana, turbata da profondi contrasti di fazioni politiche e dalla crescita dei poteri personali. Nella cultura romana dell'epoca si era ormai creata una ricca stratificazione, che abbracciava i culti religiosi di Stato, le tradizioni della religione popolare italica, i nuovi culti di origine greca ed orientale, la diffusione di nuove forme di pensiero e di morale. La tragedia si prestava a mettere in scena contraddizioni ideologiche e dibattiti ideali, mentre il crescente gusto per il patetico e il romanzesco contribuiva al successo popolare.
Le trame delle tragedie, infatti, aderivano al diffuso gusto per il pittoresco e per l'orrido ed indugiavano su episodi romanzeschi. Naufragi, spettri, sogni, follia, inganni, equivoci, tradimenti, fatti soprannaturali, sangue ed ossessioni rispondevano adeguatamente alle aspettative del pubblico. Pacuvio ed Accio furono i principali esponenti della linea "anticlassica".
Nella tragedia del II secolo AC è crescente il peso della retorica, infatti, l'eloquenza romana conobbe uno sviluppo senza precedenti. Accio, durante la visita a Pergamo, fu sicuramente influenzato dalla moda retorica del ridondante asianesimo (contrapposto al più severo atticismo). Le tragedie, sono intessute di discorsi atti a commuovere e convincere.
A livello stilistico sia Pacuvio, sia Accio furono spesso criticati per il loro latino impuro: costruzioni forzate, neologismi, giochi di parole. Tali impurità dello stile sono frutto di uno sperimentalismo che continua la tradizione enniana. Accio fu ancora più di Ennio un poeta filologo. Molte ricercatezze o stranezze linguistiche hanno causato la conservazione dei frammenti pervenuti. Le innovazioni linguistiche di Pacuvio e di Accio sono passate con successo nella lingua poetica di epoca cesariana ed augustea, i due poeti contribuirono allo sviluppo di un linguaggio poetico sempre più ricco e specializzato.
La tragedia si innalzò stilisticamente e la pratica di tale genere divenne sempre più "cosa da gentiluomini". Scrivere una tragedia divenne una tipica occupazione privata per signori colti ed eccellenti oratori. Dopo le polemiche di Lucilio, i poeti d’avanguardia abbandonarono il genere tragico. Nell'età di Catullo e delle bucoliche di Virgilio, si preferirono generi poetici meno roboanti, più intimi e personali. Prima di Ovidio o di Seneca la tragedia romana non trovò più una grande ispirazione e la scena fu accaparrata dalla farsa, dal mimo e dal pantomimo.
La crisi della repubblica (107 AC – 27 AC)
L'importanza di eserciti ormai divenuti quasi personali emerse nei conflitti fra mariani e sillani, che seguirono la disastrosa vicenda della Guerra Sociale (91 AC-89 AC), innescata dall'ostinata resistenza della classe dirigente alla pressione dei membri più influenti dell'aristocrazia della penisola per partecipare al governo di Roma. Dopo il duplice bagno di sangue della guerra sociale e dei conflitti civili, Silla assunse la dittatura alla fine dell'82 AC per deporla nel 79 AC, nel frattempo aveva varato un’efficace riforma costituzionale che mirava a eliminare le cause della debolezza dell'aristocrazia e che, in parte, resse fino a Cesare, senza tuttavia eliminare le cause profonde della crisi politica e sociale.
In un'epoca segnata da aspri conflitti, l'oratoria ebbe una rigogliosa fioritura. A Cicerone (Brutus) si deve un felice tentativo di delineare l'evoluzione dell'eloquenza romana. La resistenza ai progetti graccani fu uno dei tratti determinanti dell'azione di Scipione Emiliano e della sua cerchia: l'oratoria di Scipione e del suo amico Gaio Lelio (che Cicerone celebra nel De amicitia) non può essere trattata separatamente da quella dei Gracchi.
All’oratoria di Scipione Emiliano Cicerone riconosceva una gravitas ("solennità") che contrapponeva alla lenitas, lo stile garbatamente pacato di Lelio. L'azione sociale dei Gracchi conferì accenti veramente nuovi all'eloquenza romana. Niente resta dei discorsi di Tiberio, mentre quella di Gaio, è il primo "classico" dell'oratoria romana.
I fratelli avevano ricevuto una solida educazione da ottimi maestri greci nella casa della madre Cornelia, figlia dell'Africano Maggiore. Di Gaio, Cicerone ricorda la ubertas, la florida esuberanza dello stile di stampo asiano. La generazione successiva ebbe i più grandi oratori in Marco Antonio e Lucio Licinio Crasso. Cicerone, che li udì ambedue in gioventù, ne fece i protagonisti del De oratore, giudicando che con essi l'eloquenza romana avesse raggiunto la maturità. L'oratoria di Antonio faceva appello alle emozioni, mentre quella di Crasso era più varia e sapeva graduare abilmente tonalità ed effetti. Nel 92 AC Crasso esercitò la censura insieme a Gneo Domizio Enobarbo.
I due censori furono concordi nell'emanare un editto che ordinava la chiusura della scuola di retorica aperta in Roma da Plozio Gallo, un cliente di Mario. La scuola aveva tendenze democratiche, filograccane, non richiedeva dai suoi allievi la conoscenza del greco, né il pagamento di rette elevate ed era pertanto accessibile alla gioventù non abbiente. Con la sua chiusura, i censori ottenevano lo scopo di annientare un centro dal quale sarebbero potuti uscire capi popolari ben versati nell'arte della parola. L'insegnamento della scuola di Plozio Gallo probabilmente aderiva ai dettami della Rhetorica ad Herennium, un manuale composto da autore ignoto probabilmente negli anni ottanta e attribuito nel medioevo a Cicerone.
L'opera mostra tendenze graccane e mariane ed influenzò il giovane Cicerone, è basata sulla manualistica greca, ma lo schematismo scolastico è assai attenuato dall'inserimento di copiosi materiali tratti dalla cultura e dall'oratoria romane.
Asianesimo e atticismo
Alla fine del II secolo AC, si delineò, nell'eloquenza romana, la contrapposizione di gusti e di stile fra asianesimo e atticismo. L'eloquenza "asiana" era nata, forse, a Pergamo in Asia Minore, fra la fine del IV e gli inizi del III secolo AC. Essa ricercava, soprattutto, il pathos e la musicalità, ricorrendo a uno stile fiorito ridondante e ad un'actio istrionicamente affettata. Cicerone distingueva due tipi di asianesimo: il primo usava frasi sofisticate, ricche di metafore e giochi di parole e strutturate secondo artificiosi schemi ritmici. Il secondo era invece caratterizzato dalla sovrabbondanza di parole colorite. Ovviamente i due tipi potevano combinarsi.
L'asianesimo romano fu sviluppato soprattutto da Quinto Ortensio Ortalo, che morì nel 50 AC, dopo un'intera vita dedicata all'oratoria. Ortensio fu rivale e poi amico di Cicerone, del quale influenzò profondamente lo stile giovanile. Più tarda è l'affermazione a Roma della corrente atticistica, reazione di un gruppo di giovani che si schierarono contro Cicerone, allora massimo oratore, accusandolo, di asianesimo. Gli "atticisti" erano così soprannominati perché privilegiavano lo stile semplice e scarno dell'oratore attico Lisia. Ricercavano, nell'eloquenza, l'ideale di un periodare nitido e conciso. Fra gli atticisti, oltre a Marco Bruto, emerse in modo particolare Gaio Licinio Calvo, che fu per un certo periodo rivale di Cicerone nel foro. La sua eloquenza era impetuosa e vibrante, ma sorvegliatissima. Quintiliano ne esalta l'austera purezza.
Calvo evitava accuratamente il pathos grandioso, ciò, secondo il giudizio di Cicerone, era indizio di un eccessivo autocontrollo, e conferiva all'eloquenza un carattere troppo raffinato e poco accessibile. Cicerone attuò una sintesi mirabile per equilibrio delle due tendenze, creando una prosa ineguagliata per espressività, incisività ed eleganza, dopo aver studiato a Rodi, presso il retore Molone (stile rodiense). Nello stesso periodo, l'eco delle dispute che contrapponevano le scuole filologiche di Alessandria e di Pergamo influenzò gli studi grammaticali latini. La scuola di Pergamo riconosceva la lingua come libera creazione dell'uso (consuetudo), ammettendo le anomalie (irregolarità rispetto ai modelli costituiti), consuete nel sermo cotidianus.
La scuola di Alessandria rappresentava invece una tendenza purista e conservatrice. Appellandosi all'autorità dei classici, voleva una lingua fondata sulla norma (ratio) sulla analogia e sulla regolarità e, quindi, rifiutava i neologismi. Convinto analogista fu Giulio Cesare, autore di un perduto trattato De analògia.
La commedia dopo Terenzio: la fabula palliata e la fabula togata
I grandi classici continuarono ad essere rappresentati, letti e imitati, almeno sino all'età di Cicerone. Risultano per tutto il II secolo AC nomi di autori e titoli di opere, inoltre restano parecchi frammenti di Turpilio, un autore un po' più tardo (morto nel 103 AC). Di Turpilio possiamo affermare che continuò, come Plauto e Terenzio, ad imitare Menandro, ma scrisse anche qualche commedia mitologica, sull'esempio dell' Amphitruo di Plauto.
Lo stile è antiquato e arcaizzante, caratteristico del periodo. La palliata (commedia di ambiente greco) cominciò a essere sentita, sempre più, come un genere "all'antica". Nell'età di Cesare e Cicerone, lo stile tradizionale della commedia plautina suonava arcaico, la metrica dei cantica risultava sempre meno godibile, perché sempre meno comprensibile e la metrica delle parti recitate sembrava assurdamente irregolare.
Lo spazio dello spettacolo comico, nel corso del I secolo AC, fu invaso gradatamente da generi alternativi, quali l'atellana ed il mimo. Rispetto alla palliata, retta da rigidissime convenzioni scenico-letterarie e legata a un ambiente grecizzante, questi generi rispondevano all'esigenza di un maggiore "verismo", di una libera flessibilità strutturale. Esigenze simili si rispecchiano nel successo della commedia "togata" (d’ambiente e costume romano o italico), che si sviluppò nel II secolo AC.
La togata rispondeva al bisogno di una drammaturgia più vicina alle realtà quotidiane e locali, tuttavia, gli autori di togata non condussero nessuna programmatica "battaglia per il realismo". I pochi frammenti rimasti documentano l’uso di cantica (parti cantate o declamate con accompagnamento musicale) polimetrici, trascurando l'esperienza terenziana e tornando all'uso di Nevio, Plauto e Cecilio Stazio. Una conseguenza importante nella scelta di ambientazione romana o italica della togata è una certa moderazione dei toni.
La libertà fantastica della commedia plautina era legata alla scelta di tenersi "fuori" dalla realtà sociale romana, se non per occasionali battute di spirito, ma un teatro che mettesse in scena direttamente personaggi romani doveva essere ancora più misurato e prudente. Mentre nella palliata era possibile mettere in scena schiavi più abili e intelligenti dei padroni, nella togata questo non era concesso. Tale smorzatura nei toni comici non contribuì certo al successo di massa della togata.
L'atellana nella Roma della tarda repubblica
Nella prima metà del secolo, l'atellana, ossia la farsa popolare, conobbe un ritorno di fortuna, legato però ad un cambiamento di livello culturale. In seguito alla maturazione di gusto questo tipo di farsa, acquisita l'autonomia di rappresentazione a sé, fu "regolarizzato" e affidato a testi scritti più elaborati e dettagliati dei semplici canovacci o repertori di battute, pur mantenendo l'atellana gli aspetti popolareschi e di umorismo triviale, che rispondevano alle esigenze del pubblico, non necessariamente solo del pubblico popolare. Nell'età sillana (88 AC - 79 AC) ebbero fama alcuni autori di atellane "letterarie".
Delle loro opere restano solo titoli e frammenti di Pomponio, e di Novio. Lucio Pomponio era nativo di Bologna e fiorì nell'89 AC, del suo contemporaneo Novio si sa ancora meno. Pomponio compose anche testi di livello più elevato, come palliate e tragedie. I titoli tramandati conservano chiaramente l'impronta di un repertorio di maschere, ma presentano, talora, commistioni con titoli tipici della palliata. Sono conosciuti anche titoli alti e solenni o anche greci, che fanno pensare a di parodie della tragedia o del mito.
La palliata era stata in origine influenzata dalla farsa popolare italica e restò il genere comico dominante nella Roma repubblicana. L'atellana sopravvisse anche in età imperiale, ma con uno spazio senz'altro decrescente, il suo stile cominciava a essere sentito come arcaico, in un'epoca che vedeva un rinnovamento sia dello stile letterario sia dei gusti del pubblico. Il successo del mimo come forma di intrattenimento popolare, dall'età di Cesare in avanti, creò un nuovo polo di interesse, a tutto svantaggio dei generi comici tradizionali.
Il mimo
Il termine greco "mimo" indica l'imitazione della vita reale, ma tale etichetta copre sia forme di letteratura piuttosto sofisticata, non sempre destinata alla recitazione, sia generi di spettacolo più simili all'avanspettacolo e al music-hall, con "numeri" slegati fra loro, non sempre basati su veri e propri testi, con componenti di improvvisazione e largo spazio a musica, danza e a quella che oggi è intesa specificamente come "arte mimica".
L'imitazione di scene di vita quotidiana si risolveva o in effetti grotteschi di crudo realismo, o in parodie dei generi letterari più elevati e "regolari". Originariamente la rappresentazione di mimi era limitata quasi esclusivamente ai ludi florales (verso la fine di aprile). In seguito il mimo divenne una forma di spettacolo assai richiesta. La crescente voga di questi spettacoli nell'età di Cesare si ricollega al diffondersi di un gusto veristico che si distacca dalle tradizioni arcaiche, perciò Plauto ed Ennio sono sentiti come non più attuali. Aspetti veristici sono presenti anche in un letterato raffinato e difficile qual è Catullo.
Veristico è anche il mimo e ciò si avverte nelle sue convenzioni sceniche, che lo caratterizzano opponendosi a quelle in uso nella commedia. Gli attori recitavano sempre senza maschera, si ebbe un maggiore realismo, sulla scena comparvero ruoli interpretati da donne, a differenza che nel teatro di Plauto e Terenzio. I mimi non portavano calzature rialzate, come gli attori di teatro "serio", li chiamavano perciò planipedes, perché recitavano "raso terra". Non tutti gli "autori" del mimo furono personalità letterarie, infatti, la fortuna del mimo, in età repubblicana e nella prima età imperiale, continuò a basarsi su canovacci schematici, improvvisazioni, canzoni, capriole e anche, con sicuro successo di pubblico, numeri di spogliarello delle mime. Sembra che le situazioni base fossero delle scenette a sé stanti, con equivoci piccanti, amori boccacceschi, o litigi clamorosi, lo spettacolo aveva spesso un finale brusco e a sorpresa, con un comico incidente conclusivo e un fuggifuggi generale.
In età imperiale il mimo si distaccò sempre più dalla commedia, evolvendo verso forme di balletto e di recitazione muta: fu il grande successo del pantomimo (recitazione solo gestuale). Le forme tradizionali del teatro latino, la tragedia e la commedia erano ormai decadute, infatti, era venuta meno la capacità di rinnovamento, erano mancati validi autori di teatro, poco a poco si era verificata una dicotomia nei gusti del pubblico. L'élite colta pretendeva un'espressione letteraria sempre più elaborata, raffinata e problematica, esigenze soddisfatte soprattutto dalla letteratura di consumo privato, mentre, la massa urbana, cresciuta a dismisura, aveva subito un processo di degradazione culturale, che la rendeva ormai accessibile quasi esclusivamente a forme di spettacolo semplici e, generalmente, piuttosto volgari.
Il teatro popolare latino si era esaurito anche perché per gli uni era troppo schematica la sua "forma del mondo", troppo elementare e poco flessibile di fronte alle complessità delle esperienze e delle ansie contingenti, era invece poco "vera" per gli altri, per coloro cioè che costituivano l'eterogenea realtà del "popolo" romano. Questi ultimi cercavano forme di spettacolo capaci di riprodurre direttamente le più semplici manifestazioni del vivere quotidiano, le tante situazioni ed i piccoli personaggi condizionati dalla materialità dei bisogni e portatori solo di emozioni facili, primitive e di soddisfazione immediata.
Una nuova letteratura ci sarebbe stata, per chi cercava poesia di lettura e di recitazione, perché nuovi linguaggi sarebbero venuti a interpretare nuovi modelli di sensibilità e avrebbero dato espressione a nuovi ideali e a nuove aspirazioni delle classi colte, ma non ci sarebbe mai più stato un nuovo vero teatro popolare, vivo e vitale, nonostante tutto l'impegno programmatico con cui la cultura ufficiale augustea avrebbe cercato di promuoverne la rinascita.
Periodo cesariano (78-44 AC)
Nello studio della letteratura latina, l’ultimo periodo della repubblica ha come punti di demarcazione cronologica la morte di Silla (78 AC) e quella di Cesare (44 AC). Sia la dittatura di Silla sia il governo assoluto di Cesare furono momenti chiave della crisi delle istituzioni repubblicane. Cicerone, figura dominante nella vita culturale e politica del periodo, cominciò la propria attività pubblica sotto Silla e la protrasse fino a pochi mesi dopo la morte di Cesare. La morte violenta di Cicerone, nel 43 AC, segna, ancor più di quella di Cesare, la fine di un’epoca.
In letteratura, il periodo 78-44 AC corrisponde allo sviluppo della poesia neoterica, che ha i suoi anticipatori nell'età sillana, giunge a piena maturazione con Catullo ed il circolo dei poetae novi e perde vitalità nel periodo delle guerre civili. Tra il 44 ed il 43 AC, debuttò Virgilio e, nel periodo cesariano, rientra anche l'isolata fioritura dell'epicureismo di Lucrezio.
Il periodo fu caratterizzato da grandi dibattiti teorici, politici ed ideologici, dalla massima fioritura dell'oratoria giudiziaria e politica e dal formidabile impulso del pensiero filosofico romano, testimoniati dall'opera di Cicerone, dalla crescita dell'antiquaria, della linguistica, della biografia e da varie forme di divulgazione culturale (Varrone, Attico, Nepote). Tra i generi letterari solo il teatro rimase in ombra, mentre per la storiografia si colloca nella temperie culturale cesariana l'opera di Sallustio che, pur scrivendo negli anni successivi alla morte di Cesare, focalizzò la propria riflessione storica sul periodo appena concluso, introdotto da Mario e Silla e culminato nell'uccisione di Cesare.
Durante il periodo cesariano–ciceroniano, il pensiero filosofico–politico assunse una notevole importanza. Le riflessioni filosofiche si riferirono sempre più al pensiero greco classico (Platone, Aristotele, Epicuro, gli Stoici), ma focalizzando l'attenzione sulla sfera politico–sociale. Roma conobbe lo sviluppo di una filosofia "moderna" che si affiancava al pensiero greco, mediandone la capacità di sintesi e di interpretazione della realtà per renderla funzionale alle tradizioni, agli interessi ed alle esigenze della società romana.
La cultura romana interpretava e studiava i grandi testi del pensiero greco con immediato riferimento ai bisogni del presente. Si dibatteva il ruolo della religione, soprattutto nella vita dello Stato e nelle scelte politiche, si teorizzava quale fosse la migliore costituzione, si analizzava in termini etici il comportamento sociale degli uomini e la cultura rivendicava il proprio ruolo nella vita pubblica e nella formazione della classe dirigente. L'intensa circolazione di idee e di ideali di stampo filosofico e la forte autonomia degli intellettuali nel quadro della vita sociale connotarono il periodo, mentre non vi fu una particolare coerenza tra azione politica e ispirazione ideologica. La poesia di Catullo e di Lucrezio è autonoma rispetto ai modelli greci e, pur intrisa di cultura greca, è frutto di libera emulazione e aderisce completamente alla vita contemporanea. La dimensione più autentica della poesia di età cesariana fu il "circolo intellettuale", il cenacolo unito da affinità di gusto, di poetica, d'ideologia. L'importante novità della successiva età augustea fu la grande importanza assunta dalla figura del poeta a scapito di quella dell'intellettuale. Virgilio e Orazio, a differenza di Catullo e di Lucrezio, furono al centro di un assetto culturale che era anche ideologia e sistema di potere.
La poesia neoterica e Catullo
Poetae novi o neòteroi, è la sprezzante definizione usata da Cicerone per indicare le tendenze innovatrici ed il moderno gusto poetico della corrente letteraria che si sviluppò nel I secolo AC, segnando una svolta decisiva nella storia della letteratura latina. Il fastidio di Cicerone per quelli che chiamava "poeti moderni" si manifesta anche in un'altra sua celebre definizione, mirante a bollare i nuovi protagonisti del panorama letterario ed il loro irriverente rifiuto della tradizione nazionale, personificata da Ennio, per seguire un ideale poetico d'avanguardia: "cantores Euphorionis", dal nome del poeta Euforione di Calcide (III secolo AC), celebre per la ricercata densità e la preziosa erudizione dei suoi versi, assunto ad emblema della poetica alessandrina.
Il rinnovamento del gusto letterario promosso dai poetae novi è un aspetto del generale fenomeno di ellenizzazione del gusto e dei costumi conseguente alle grandi conquiste del II secolo AC, che avevano messo a contatto l'arcaica società romana di contadini-soldati con popolazioni abituate a modi di vita assai più raffinati. In campo letterario, si verificò un progressivo indebolimento delle forme della tradizione (epica e teatro) e l'emergere di esigenze nuove.
Tali istanze di rinnovamento avevano trovato espressione soprattutto nella cerchia scipionica. L'élite colta romana, per soddisfare le esigenze di un gusto più raffinato, si volse alla cultura greca donde trasse un nuovo tipo di poesia, con componimenti brevi e di tono leggero, espressione dei sentimenti personali, che i latini chiamarono nugae, "bagattelle", per indicarne appunto la natura disimpegnata, di semplice intrattenimento.
La comparsa a Roma, negli ultimi anni del II secolo AC, nella cerchia intellettuale di Quinto Lutazio Càtulo, di tale poesia prelude alla rivoluzione neoterica: essa è infatti frutto dell'otium, ossia dello spazio sottratto agli impegni civili e dedicato alla lettura e alla conversazione dotta. La rivendicazione delle esigenze individuali accanto agli obblighi sociali si manifesta nell'interesse per i sentimenti privati e nella ricerca formale (lessico, metrica, impianto compositivo, etc.) e rivela un gusto educato dal contatto con la cultura e la poesia alessandrina. Nonostante gli elementi di continuità tra la poesia nugatoria e quella propriamente neoterica, ben maggiore è la consapevolezza che quest'ultima possiede e assai più netto lo scarto che essa introduce rispetto alla tradizione letteraria latina.
L'eleganza, spesso manierata, l'artificioso sperimentalismo praticato sui modelli greci dai letterati della cerchia di Lutazio Catulo lasciano il posto a un tipo di poesia che all'otìum e ai suoi piaceri non concede solo uno spazio limitato, come deroga occasionale a una condotta di vita incentrata ancora sui doveri del civis (Lutazio Catulo scrisse anche di opere storiche), ma li colloca al centro dell'esistenza, ne fa i valori assoluti, le ragioni esclusive, come in Catullo. In un periodo di crisi sociale e politica, la poesia neoterica è sintomatica della crisi dei valori del mos maiorum e della tendenza all’allontanamento programmatico dalla vita pubblica, che si concretizza nel ripiegamento sulla sfera del privato ed nell'affermarsi del gusto dell'otium dedicato alle lettere ed alla sfera privata.
Il rifiuto della vita impegnata al servizio della comunità, del modello del cittadino-soldato, si riflette nel diffondersi dell'epicureismo, che predica la rinuncia ai negotia politico-militari per una vita appartata e tranquilla. La convergenza fra i principi dell'epicureismo e le tendenze dei poeti neoterici è evidente, ma per gli epicurei, il cui fine è l'atarassia, ossia il piacere senza turbamenti, l'eros è fonte di angoscia e di dolore, mentre per i neoteroi e, soprattutto per Catullo, l'amore è il sentimento centrale della vita, ne costituisce il fulcro e la ragione essenziale ed il tema privilegiato della loro poesia. L'affinità di gusto che accomuna i neoteroi, che non compongono, comunque, un circolo o una scuola e non sono, quindi, organicamente collegati in un programma complesso, si traduce anche in contatti, incontri, discussioni e letture comuni, ossia in un'attività critico-filologica.
Callimaco aveva aspramente polemizzato contro la prolissità e aveva propugnato un nuovo stile poetico, ispirato alla brevitas (il componimento di piccole dimensioni) e all'ars (il meticoloso lavoro di cesello), anche Catullo e i neòteroi irridono gli stanchi imitatori di Ennio, i pomposi cultori dell'epica tradizionale, celebrativa delle glorie nazionali, estranea ormai al gusto attuale sia per la trascuratezza formale, sia per i contenuti antiquati. I generi privilegiati dalla poetica callimachea e adatti all'accurato lavoro di cesello, al labor limae sono brevi, come l'epigramma, o come l'epillio, il poema mitologico in miniatura, che danno modo al poeta di far sfoggio della propria preziosa erudizione (si tratta di antichi miti di soggetto erotico, vicini perciò alla sensibilità moderna) e di attuare raffinate strategie compositive (racconti ad incastro). I principi ispiratori della poetica di scuola callimachea elaborano un nuovo linguaggio poetico e segnano una svolta decisiva nella storia del gusto letterario a Roma.
Studi di antichità
Gli studi di storia e di antiquaria erano incominciati verso la fine del II secolo AC, avvalendosi talvolta del contributo della filologia latina, che rivolgeva i propri interessi soprattutto alla cultura nazionale. Lo studio delle etimologie era anche ricerca delle origini dei costumi e delle istituzioni. Nell'ultimo secolo della repubblica, gli studi filologico-antiquari prosperarono. La rapida modificazione dei costumi e la conseguente crisi dei valori portarono al confronto con la tradizione romana e con le istituzioni e i costumi delle civiltà straniere, soprattutto di quella greca, e contribuirono allo sviluppo degli studi filologici inoltre, l'emergere di nuovi ceti, talora privi di un'approfondita formazione intellettuale, ma destinati ad assumere responsabilità politiche, incoraggiò la composizione di opere divulgative cui attingere per un rapido orientamento culturale. Nella tarda repubblica la ricerca antiquaria, era dominata dall'ossequio verso il passato nazionale, tanto cospicuo da costituire un impedimento allo sviluppo di un senso storiografico davvero critico. D'altra parte, il culto per l'antichità non significa un disconoscimento degli apporti stranieri di cui si è nutrita la civiltà romana e la venerazione per i valori tradizionali si intrecciava con un moderato relativismo culturale.
L'età di Augusto
La storia letteraria dell'"età augustea" si riferisce alla produzione letteraria del periodo compreso fra il 43 AC (morte di Cicerone) ed il 17 DC (morte di Publio Ovidio Nasone). La politica romana è dominata da Ottaviano. L'appellativo Augustus, che dà nome al periodo, fu assunto da Ottaviano nel 27 AC. Fra il 44 ed il 43, muoiono Cesare e Cicerone, figure eminenti della politica e della cultura della tarda repubblica e, dal 42 AC, il giovane Virgilio lavora alle Bucoliche. Da questo momento in poi, i maggiori esponenti della nuova poesia hanno legami con Augusto e la sua cerchia.
La carriera poetica di Virgilio e Orazio giunge sino agli anni del principato e la produzione dell'ultimo Orazio (65 AC–8 AC), è ormai alle soglie dell'era cristiana. Nel frattempo Publio Ovidio Nasone si afferma e il periodo si chiude con la sua morte, avvenuta tre anni dopo quella di Augusto. Nello stesso anno di Ovidio, scompare anche Tito Livio, il principale storico del periodo augusteo. L'opera di Virgilio e di Orazio accompagna le sorti politiche di Ottaviano Augusto. Fra il 39 ed il 38, Orazio e Virgilio sono ormai entrati, tramite l'amicizia con Mecenate, nell'ambiente politico ottavianeo. Il tema dominante delle opere composte tra la morte di Cesare (44 AC) e la battaglia di Azio (31 AC) è quello della crisi. Roma è da tempo sconvolta dalle vendette politiche e anche la provincia, un tempo tranquilla, è turbata, le speranze di rinascita sembrano confuse, utopiche, la guerra civile ha sparso desolazione in tutto il Paese colpendo innocue popolazioni di agricoltori che avevano vissuto a lungo al riparo da qualsiasi mutamento politico. Le cicatrici della tragedia degli anni 43-40 restano a lungo nella letteratura augustea, che mira dall'equilibrio e dall'attenuazione dei contrasti, ancora presenti dove è viva la memoria delle guerre civili. Virgilio inserisce nelle Georgiche, pubblicate dopo il 30 AC, in un clima di pacificazione generale, un forte memento sulle guerre civili, è il finale del primo libro, che illustra il cataclisma seguito alla morte di Cesare. Virgilio crede nella missione di Ottaviano, ma non vuole che si dimentichi il passato. Gravi ombre pesano anche sull'Eneide, dove la guerra fra Troiani e Latini è rappresentata con i toni dolenti di una guerra civile e incombono sulla prima raccolta delle Odi di Orazio, pubblicata nel 23 AC.
Virgilio e Orazio sono da annoverare fra le tante vittime della crisi: figli di piccoli proprietari italici, Virgilio ha perso e poi, in circostanze eccezionali, riacquistato i suoi terreni, Orazio, giovanissimo, ha combattuto dalla parte "sbagliata" a Filippi, nel 42 AC, e, negli anni successivi, è un reduce allo sbando e senza una posizione definita. I due poeti trovano protezione e sostegno in Ottaviano, che permette loro una tranquilla carriera di poeti e promette l'ordine e la ricostruzione nazionale. Dopo la guerra civile contro Antonio e la vittoria del 31 ad Azio, Ottaviano non è più solo il capo di una fazione in lotta, i suoi poteri sono immensi, egli mira alla restaurazione della tradizione, mentre getta le basi del principato. Si apre così, dopo Azio, una fase di concordia e di ricostruzione. Augusto e Mecenate esercitano un vero controllo sulla letteratura, infatti, i massimi poeti romani sono, di fatto, legati a Mecenate e al partito di Ottaviano e i loro interessi personali, di piccoli proprietari italici, coincidono con il programma imperiale e, poiché hanno vissuto il bagno di sangue provocato dai "repubblicani" uccisori di Cesare, non hanno nessun rimpianto per la res publica aristocratica di Cicerone.
L'"ideologia augustea" non è prodotta da una propaganda che manovra direttamente le penne dei letterati, bensì è una spontanea cooperazione politico-culturale in cui i poeti hanno un ruolo attivo e individuale. La nuova ideologia produce opere di straordinario equilibrio classico, come i capolavori di Virgilio e le Odi oraziane. Il nuovo potere trae la sua legittimazione dalla necessità di estinguere le guerre civili, ma Ottaviano, prima che uomo di pace e fondatore del nuovo equilibrio, è stato un protagonista della guerra civile. Il nuovo eroe epico, Enea, cela nel suo animo tormentato gravi contraddizioni: è chiamato a fondare la città dalla quale avrà origine Roma, ma per farlo deve farsi portatore di guerra e affrontare sensi di colpa. Enea non provoca la guerra, ma non può evitarla. Secondo le Res gestae, il testamento politico in cui Augusto fornisce l'interpretazione ufficiale e più onorevole dei fatti, Ottaviano ha vendicato l'assassinio del padre adottivo (a Filippi, dove nel 42 AC furono sconfitti i cesaricidi Bruto e Cassio) e ha combattuto una guerra giusta contro la regina dell'Oriente, Cleopatra (battaglia navale di Azio in cui, nel 31, Antonio fu sconfitto).
La caratteristica saliente della produzione letteraria augustea è la sua eccezionale, irripetibile densità di capolavori. Nel volgere di un ventennio Virgilio, Orazio, Properzio, Tibullo, Ovidio, Tito Livio, elaborano testi che restano tra i classici della cultura occidentale. Sono capolavori voluti e attesi, ma i rapporti tra letteratura e ideologia non sono totalitari ed è palese la volontà di competere con la Grecia classica. Ogni testo poetico del periodo augusteo ha modelli illustri, ma il rapporto di imitazione è molto libero e complesso. In realtà, gli autori annunciano di voler produrre nelle mutate condizioni di storia, lingua, mentalità e cultura, un equivalente romano che trasformi il modello e lo continui, ma, soprattutto, che, ponendosi sullo stesso piano, ne assuma il ruolo di riferimento e di guida. Frutto di tale poetica sono alcuni testi di altissimo livello, che hanno un profondo rapporto con l'ideologia augustea, ma che sono anche profondamente autonomi. Virgilio crea un nuovo stile epico ispirato a Omero, ma non si limita ad un'emulazione formale, infatti egli vuole creare un testo epico che abbia a Roma la stessa centralità culturale che Omero ha avuto per i Greci. Il tentativo di competere con i grandi classici greci comporta anche un ampliamento dei temi ed esperienze e non è, come per i neoteroi, un impegno meramente formale ed espressivo. Virgilio dà forma al grande mito della campagna italica, Orazio, nelle Odi Romane, tratta grandi temi civili e morali. L'ideologia augustea condivide tali temi e si propone di ritrovare la via dello sviluppo, di richiamare in vita le tradizioni legate alla famiglia ed alla proprietà terriera, di combattere gli influssi orientali, il lusso eccessivo, la licenziosità.
Mecenate, da sempre amico personale dell’imperatore, esercita un potere senza nome e senza definizione, restando un cavaliere, un benestante privato cittadino e mostra che si può essere attivi e impegnati negli affari pubblici senza sacrificare l'otium, la cultura, il piacere, il lusso. Orazio approfondisce i temi del privato: la ricerca della saggezza, il passare del tempo, i piaceri, i ricordi privati, il senso della morte, il rapporto con la natura. Lo sviluppo della dimensione "privata" è il fenomeno saliente della società romana nel trapasso fra repubblica e principato. Tale sviluppo spiega il grande slancio del genere elegiaco, poesia che presuppone un modello di vita estraneo ai doveri pubblici ed alla partecipazione politica, un ripiegamento che è, innegabilmente, l'altro aspetto del nuovo modello politico. I poeti attivi nella fase centrale del regno di Augusto, hanno un rapporto ambiguo e irrisolto con l'ideologia augustea, infatti, respingono qualsiasi esaltazione epica di Roma, tuttavia rendono omaggio al principe con la recusatio, con la quale dichiarano la propria incapacità di dedicarsi al genere epico. Properzio non manca di punte conflittuali, ma l'unico poeta ad entrare in contrasto con il potere è, paradossalmente, Ovidio, il più spoliticizzato e disimpegnato di tutti.
L'ultima fase del regno di Augusto è tempestosa, sebbene in modo velato, ed anche il clima letterario è diverso. Dopo Virgilio la poesia o è celebrativa o è apolitica e disimpegnata, anche i tentativi d'infondere nuovo vigore alla funzione sociale della letteratura si appannano. Nessun risultato degno di nota corona gli sforzi di ricostruire un teatro nazionale romano. Orazio, nel II libro delle Epistole, esamina le difficoltà del teatro, dovute ad un pubblico spesso rozzo ed incolto, incapace di apprezzare le novità ed ancora legato al teatro tradizionale, ormai superato. Dopo la morte di Orazio (preceduto da Mecenate), manca qualsiasi tramite fra l'ambiente del principe, sempre più segnato da oscure manovre di palazzo, e il mondo della ricerca letteraria. Al tramonto dell'età augustea, Ovidio trasforma in modo imprevedibile la connotazione tradizionale dell'elegia e dell'epica. L'elegia amorosa non si basa più sull'Amore come scelta di vita, bensì si adatta ai costumi di una società galante. Ovidio compie il tentativo più maturo mai compiuto a Roma di fornire dignità letteraria ad una cultura moderna e, per la prima volta, libera da moralismi e ritorni alle origini, canta i piaceri, gli spettacoli, i lussi, il libero amore e insieme esalta il principe che ha reso possibile quest'era di felicità nella metropoli. Certo senza volerlo, e con suo grave danno, Ovidio finì per mettere a fuoco la contraddizione di fondo del mondo augusteo, ossia la frattura fra la realtà e la continua proclamazione di valori ideologici, ritenuti fondamentali per la costruzione della nuova società, ma ormai obsoleti, di impegno civile, purificazione dei costumi, contenimento del lusso, restaurazione religiosa. Forse per questo finì la sua carriera sulle sponde del Mar Nero.
I circoli poetici
Lo studio dei capolavori prodotti nell'età augustea può facilmente eclissare le opere dei letterati minori (alcuni, minori solo per la perdita dei testi) e soprattutto la vita intellettuale della capitale, con i suoi "dilettanti" di talento, come Mecenate, Messalla, Asinio Pollione. Due autori ebbero diretta influenza sul giovane Virgilio, Cornelio Gallo che, a giudicare dalle testimonianze indirette, è senz'altro un’eminente voce poetica nel periodo storico tra la morte di Cesare e la battaglia di Azio. Ai tempi delle Bucoliche (42-39 AC), Virgilio Gallo è un autore ormai affermato, la sua produzione è il più importante tramite fra la poesia neoterica e la poesia d'amore dell'età augustea. Gallo, coetaneo di Virgilio (70–19 AC), termina prestissimo e immaturamente la sua attività letteraria, infatti, muore suicida nel 26, mentre si sviluppa la generazione degli elegiaci augustei. Poco più vecchio di Virgilio, ma più longevo, è Vario Rufo, lodato da Virgilio nelle Bucoliche. Rufo è tra gli amici che Orazio cita più volentieri in tutto il primo libro delle Satire, è lui ad introdurre il poeta presso Mecenate ed è l'uomo che Augusto sceglie per il delicato compito di pubblicare il testo dell'Eneide dopo la scomparsa di Virgilio. Vario, probabilmente vicino agli ambienti epicurei, è un protagonista dell'ambiente letterario augusteo, si occupa di epica e, di certo, compone una tragedia. Forti coloriture epicuree segnano la prima produzione di Virgilio, l'opera di Orazio e un'atmosfera ed anche la vita privata di Mecenate.
Intorno a Mecenate (70-8 AC), gravita la generazione poetica augustea. Mecenate è insieme un aristocratico e un "borghese", infatti, è un Aretino di nobilissima famiglia etrusca, ma, per sua libera scelta, come cittadino romano, non progredisce mai oltre lo stato di cavaliere e non occupa mai cariche ufficiali. Negli anni delle guerre civili Mecenate è stato un importantissimo consigliere diplomatico e politico di Ottaviano e, dopo la costituzione del nuovo regime, continua ostentatamente a non "integrarsi" nel tradizionale sistema politico romano, del quale Augusto, formalmente, pare assicurare la continuità. Aristocratico per nascita, comune cittadino per scelta, amico disinteressato di Augusto e grande uomo di potere nella realtà politica, Mecenate è figura paradigmatica dei tempi nuovi. Il rifiuto delle cariche ufficiali coesiste con un’intensa attività non ufficiale e con un ironico distacco dalle "pubbliche virtù" del tradizionale uomo politico romano. Mecenate ostenta il gusto del lusso e dei piaceri privati, l'estetismo, il culto dell'amicizia privata, e non si cura di mascherare il carattere personale della sua devozione al principe. Con straordinaria lucidità, Mecenate promuove una letteratura "nazionale", non una letteratura di massa (le masse non leggevano libri), ma una letteratura a forte impegno ideale: le Georgiche e l'Eneide di Virgilio, le Odi e le Epistole di Orazio. Il suo circolo, fondato su stretti legami privati e individuali, mira, però, a una letteratura di grande diffusione, non più ripiegata (come era stato l'ambiente dei poetae novi) su temi privati e su difficili elaborazioni d'avanguardia. Personalmente Mecenate coltiva una poesia nugatoria, intimistica e ironica, senza ambizioni letterarie e ancora più scarse sono le aspirazioni letterarie del principe.
Augusto è un protagonista politico troppo lucido e disincantato per illudersi sui propri talenti letterari, anzi, allude ironicamente ad un suo esperimento poetico, la tragedia Aiace, ammettendo che il suo Aiace invece che di spada (come l'eroe di Sofocle) è morto di spugna (la spugna per cancellare), non cerca dunque pubblicità per i propri privati divertimenti letterari. Una autobiografia scritta dall'imperatore e rimasta incompiuta, ebbe però una discreta circolazione e, probabilmente, fu utilizzata dagli storici di età imperiale. Si ricava l'impressione che Augusto avesse una cultura media e che scrivesse con proprietà, ma senza particolari compiacimenti letterari. Augusto, però, aveva, come Mecenate, un forte senso della propaganda, il suo autoritratto è consegnato alle Res gestae, concluse poco prima della morte, avvenuta nel 14 DC- L'opera, di estremo interesse storico e ideologico, non cerca di competere con la diffusa narratività dei Commentari di Cesare. Si tratta, infatti, di un testo destinato ad essere riprodotto in pubbliche iscrizioni e sopravvissuto per via epigrafica. La testimonianza più importante viene dal Monumentum Ancyranum, ritrovato presso Ankara, in Anatolia. Nelle versioni destinate ai paesi ellenizzati, il testo era accompagnato da una versione greca. In uno stile essenziale ed apparentemente semplice, ma calcolatissimo nei toni, Augusto dichiara di aver liberato la repubblica romana dal pericolo costituito dagli assassini di Cesare e poi da Cleopatra. Le guerre civili sono descritte come "liberazione" dell'Italia dai tiranni e dalle minacce esterne. Il principe spiega con particolare cura che la fonte delle sue cariche è la volontà del senato e del popolo ed enumera diffusamente i benefici e i doni distribuiti a Roma e ai cittadini. Le Res gestae Divi Augusti sono un testo di propaganda ideologica e politica. La ricchezza culturale dell'età augustea non si esaurisce nella cerchia di Augusto e Mecenate.
Asinio Pollione è testimone della vitalità di una cultura non integrata nel nuovo regime. Pollione ha poco da invidiare a Mecenate, ma ha scelto, in politica, la parte sbagliata, sostenitore di Antonio, Pollione ha abbandonato la politica prima del disastro, ritiratosi a vita privata, esercita una forma di dissenso culturale al nuovo regime, distinguendosi per senso critico e impegno letterario. Fonda la prima biblioteca pubblica di Roma nell'atrio del Tempio della Libertà e incoraggia la consuetudine delle recitationes, conferenze pubbliche che servivano a divulgare in anteprima i nuovi testi, forse preoccupato per l'estinguersi della tradizione oratoria, conseguente al nuovo assetto politico. Pollione è lodato da Orazio e da Virgilio nelle Bucoliche (ma è assente nelle successive opere virgiliane) come autore di tragedie. La sua opera più significativa furono le Historiae, andate perdute. Pollione seppe affrontare il periodo di storia fra il primo triumvirato e la battaglia di Filippi (42 AC), un tema ancora sgradito a molti, inoltre si segnalò, per senso critico e anticonformismo, opponendosi alla crescente diffusione di memoriali tendenziosi, scritti nell'ottica dei vincitori. Più sfumata è la posizione di Marco Valerio Messalla (64 AC - 8 DC), noto soprattutto per il suo legame con il poeta Tibullo. Messalla ha precedenti politici complicati, milita prima con i repubblicani uccisori di Cesare e poi con Antonio, ma sceglie al momento opportuno un aggancio con Ottaviano e ricompare come uomo pubblico in tutta l'età augustea, anche se non collegato alla più intima cerchia del principe. Messalla esercita un autonomo patronato letterario e il più noto dei suoi protetti, Tibullo, è un poeta poco inserito nelle tendenze dominanti della letteratura augustea. L'influenza di Messalla non è paragonabile a quella di Mecenate. Pare che Messalla sia stato soprattutto un notevolissimo oratore, ma sono testimoniati anche numerosi scritti di carattere erudito, grammaticale e retorico e poesie bucoliche in greco. Presumibilmente, tutti i testi raccolti nel Corpus Tibullianum sono collegati alla cerchia di Messala. In suo onore è composto il Panegirico tramandato nel Corpus, uno scritto d'occasione di media qualità, dovuto certamente ad uno dei suoi protetti.
La satira
Il termine satira etimologicamente risale, forse, all'espressione satura lanx che indicava, nella Roma arcaica, un piatto di primizie offerte agli dei, di qui l'etimologia del procedimento giuridico detto lex per saturam, che riuniva stralci di vari argomenti in un singolo provvedimento legislativo, è quindi probabile che il valore di "mescolanza, varietà" fosse quello originario, Lo sviluppo della satira presuppone un pubblico, interessato alla poesia scritta, desideroso di una letteratura aderente alla realtà contemporanea e capace di afferrare i riferimenti letterari, le allusioni, le parodie.
- Ennio (239 AC - 169 AC): Varietà, voce personale, impulso realistico, sono caratteri che emergono dai frammenti delle satire di Ennio; lo scrittore ha un posto importante nello sviluppo dell'autocoscienza del poeta, non è, però, noto se la sua satira contenesse spunti di polemica ed attacchi a personaggi contemporanei, mentre era certamente presente l'elemento autobiografico.
- Lucilio (162 AC - 102 AC): Differente condizione sociale rispetto ad Orazio: aristocratico. Fonda la satira. Codifica l'esametro come verso della satira (ribaltamento dell’esametro che era il verso epico per eccellenza). Forma letteraria poco elegante. Varietà di argomenti. Attacco spesso gratuito e personale. Attacca personaggi importanti. Spunti autobiografici. Destinazione: cerchia di amici. Lettura individuale. Forma: conversazione costruttiva, sorridente, confidenziale
- Orazio (65 AC - 8 AC): Differente condizione sociale rispetto a Lucilio, è figlio di liberto. Riconosce in Lucilio il fondatore della satira. Prende da Lucilio la forma (esametro). Forma letteraria assai curata. Varietà di argomenti. Attacco personale collegato alla ricerca morale. Attacca personaggi fittizi o poco importanti. Spunti autobiografici. Ha per fine la ricerca morale valida per sé e pochi amici. Moderazione buon senso componente epicurea Destinazione: cerchia di amici. Lettura individuale. Forma: conversazione costruttiva, sorridente, confidenziale. Orazio non si atteggia a maestro di vita, ma propone dei rimedi
- Persio (34 – 62 DC) :Destinazione: pubblico generico (il poeta è censore del vizio) Recitazione in pubblico Forma: invettiva, moralismo arcigno, manierismo anticlassico, retorica
Riferimento alla poesia satirica di Lucilio e di Orazio, ma rinnova tale genere letterario. Il poeta satirico si pone su di un piano di comunicazione distaccato e alto. forme di moralismo intransigente che Orazio aveva rifiutato. Moralista intransigente, Persio afferma che la sua poesia è ispirata dall’esigenza etica di smascherare e condannare il vizio. la poesia contemporanea indica una degenerazione del gusto che è indice di indegnità morale. Svolge il tema della libertà secondo un’arcigna dottrina stoica, contrappone ai vizi umani più diffusi la libertà del saggio, che si affranca dalle passioni e si fa guidare dalla propria coscienza. Ricorre spesso all’ambito lessicale del corpo e del sesso ed indulge alla deformazione macabra ed allucinata del reale, tipica di un moralismo esasperato. Tipi fissi, privilegia la descrizione del vizio rispetto agli aspetti positivi della rettitudine. Mentre e, con indulgenza, cerca un valore morale, Persio è il maestro inflessibile che enuncia dogmaticamente una morale prestabilita e mostra un’aspra aggressività La sintassi contorta, l'estrema concisione, l'uso di termini inconsueti e di metafore astruse, restringono la cerchia dei destinatari ad un pubblico letterariamente raffinato. Propone dei rimedi fondandoli su un'arcigna base filosofica
- Giovenale (50 - 127 DC): Destinazione: pubblico generico (il poeta è censore del vizio) Recitazione in pubblico Forma: invettiva, moralismo arcigno, manierismo anticlassico, retorica riferimento alla poesia satirica di Lucilio e di Orazio, ma rinnova tale genere letterario. Il poeta satirico si pone su di un piano di comunicazione distaccato e alto. Forme di moralismo intransigente che Orazio aveva rifiutato. Disgusto per le declamazioni alla moda, la corruzione morale; per premunirsi contro odi e vendette attacca le generazioni passate. Non crede che la sua poesia possa influire sul comportamento degli uomini, che ritiene irrimediabilmente corrotti, quindi, la sua satira astiosa si limita a denunciare. Rifiuta la morale consolatoria basata sulla filosofia stoica ( indifferenza di fronte alle cose concrete, esteriori, ironia e distacco, coltivare i beni interiori). Rancore dell'emarginato, costretto all'umiliante condizione del cliente. Attacca le donne emancipate e libere. Nonostante la rabbiosa protesta contro le ingiustizie, l'oppressione e la miseria, mostra disprezzo verso il volgo, i rozzi e gli indotti, verso chiunque eserciti attività manuali o commerciali. Orgoglio intellettuale, astio nazionalistico contro greci e orientali che danneggiano i clienti romani. Rivendica agiatezza e riconoscimenti sociali. Nella seconda parte dell'opera si riavvicina alla tradizione della satira: riflessione più rassegnata di fronte all'insanabile corruzione del mondo, a tratti, riaffiora la rabbia. Stile elevato (= epica e tragedia)., trasforma il codice formale del genere satirico bandendo il ridicolo e accostando la satira alla tragedia. Fornisce una ricca documentazione sulla vita quotidiana del tempo, deforma le figure e tratteggia quadri di violenta crudezza.
L'elegia
Gli autori più rappresentativi del genere elegiaco latino sono Gallo, Tibullo, Properzio ed Ovidio. La seconda metà del I secolo AC è il periodo di massima fioritura dell'elegia, che a Roma assume soprattutto la connotazione della poesia d'amore fortemente soggettiva.
Il termine "elegia", nell'antica letteratura greca, indicava un componimento poetico il cui metro era il distico elegiaco (esametro + pentametro dattilico), il vocabolo deriva forse dal nome orientale del flauto, il cui suono accompagnava la recitazione dei componimenti poetici. Dal VII secolo AC in poi, l'elegia è usata per celebrare molteplici occasioni della vita pubblica e privata: accanto a componimenti di carattere guerresco, esortatorio, polemico (Archiloco) vi sono elegie politiche, moraleggianti e marcatamente erotiche. L'elegia era usata anche come espressione di lutto, nelle lamentazioni funebri, infatti, l'associazione dell'elegia al pianto divenne un topos (Orazio, Ars poetica - Ovidio, Amores). Tracce cospicue di tale uso sono presenti in Antimaco di Colofone (V-IV secolo AC), la cui opera ha grande importanza nello sviluppo di questo genere letterario: la vicenda personale, cioè la morte della donna amata, gli offre l'occasione di rievocare e narrare diversi miti di amore tragico, istituendo la connessione fra autobiografia e mito. Il mito, nell'elegia latina, illumina la situazione personale e la nobilita. Inoltre Antimaco introdusse nell'elegia un elemento costante e caratterizzante, è infatti sul modello della "Lide" (raccolta elegiaca, che prende il titolo dal nome della donna amata), di Antimaco che alcuni poeti ellenistici riunirono i loro componimenti elegiaci sotto il titolo di un nome di donna.
L'elegia greca ha un tono oggettivo, generalmente non autobiografico, mentre il tratto distintivo dell'elegia latina è l'impostazione fortemente soggettiva ed autobiografica, che non ha precedenti in nessuno dei poeti elegiaci ellenistici. Callimaco, esclude ogni elemento autobiografico dalle elegie riservandolo agli epigrammi, però, anche se la caratterizzazione in senso soggettivo dell'elegia latina, di fronte al tono oggettivo, non autobiografico, di quella greca, è innegabile, il soggettivismo non era assente del tutto in quella greca né arcaica né alessandrina. L'elegia mitologica conteneva tuttavia elementi autobiografici e collegamenti velati, tra le peripezie degli eroi del mito e le vicende personali del poeta. L'elegia latina sviluppò tale aspetto, conservando però alcuni tratti oggettivi, che generalizzano la storia personale. Inoltre l'elegia latina diede spazio ad elementi assorbiti da altri generi letterari, come la commedia, l'epigramma, la tragedia, la lirica e la bucolica. La lirica elegiaca latina si configura, come poesia dichiaratamente e, spesso, polemicamente autobiografica, che rivendica la sua origine dalla concreta esperienza soggettiva del poeta, però, tende ad inquadrare le singole esperienze in forme e situazioni tipiche e secondo modalità ricorrenti, creando un universo elegiaco, con ruoli e comportamenti convenzionali, un suo codice etico ed un'ideologia relativa ai suoi valori di base. Infatti, l’elegia è poesia d'amore, perché l'amore è per il poeta elegiaco esperienza unica e assoluta, che riempie l'esistenza e le dà senso; è la "perfetta forma di vita" da lui scelta, che contrappone orgogliosamente agli altri modelli etici. La vita del poeta, tutta dedita all'amore, si configura come servitium, come schiavitù alla domina, capricciosa e infedele. La relazione è fatta di rare gioie e di molte sofferenze (oltre a tradire e ingelosire l'amante, gli si concederà a fatica: è un topos l'innamorato respinto che si duole, di fronte alla porta chiusa, per la crudeltà dell'amata). Il poeta, vinto dalla passione, si abbandona ad una compiaciuta accettazione del dolore e solo occasionalmente arriva alla renuntiatio amoris. Le amarezze e le continue delusioni lo portano a proiettare la propria vicenda nel mondo del mito o nella felice innocenza dell'età dell'oro, assimilandola agli amori eroici della letteratura, trasferendola in un universo ideale ed appagante. Prigioniero di una passione irregolare, alienante e infamante, anche socialmente, il poeta pratica una vita di "degradazione" e di "dissipazione", che tutti giudicano priva di qualità positive, ripudia i doveri ed i valori gloriosi del cittadino-soldato e contrappone alle durezze della guerra le mollezze dell'amore e a tale sfera trasferisce il suo impegno morale. L'elegia, dichiaratamente ribelle ai valori consolidati della tradizione, di fatto li recupera e ne resta prigioniera, trasferendoli nel proprio universo. Come già in Catullo, la relazione d'amore, istituzionalmente irregolare (coinvolge solo cortigiane o donne "libere"), tende a configurarsi come legame coniugale, vincolato dalla fides, salvaguardato dalla pudicitia, diffidente della luxuria e delle raffinatezze cittadine. Nella "bohème" che è la vita del poeta elegiaco, le ragioni dell'amore e dell'attività poetica s'identificano. Infatti, la poesia che nasce dall'esperienza diretta del poeta-amante, serve come mezzo di corteggiamento, seducendo l'amata col miraggio della fama e di una gloria immortale. Ne consegue una precisa scelta di poetica, consistente nel rifiuto della poesia elevata (secondo il modulo tradizionale della recusatio, in cui il poeta giustifica tale rifiuto come scelta obbligata, dovuta alla sua incapacità) in favore di una poesia leggera, caratterizzata da toni e contenuti ispirati all'immediatezza della passione.
La poesia elegiaca, quindi, deve moltissimo a Catullo ed alla lirica neoterica, con la quale condivide la raffinatezza formale e l'eleganza concisa, mentre da Catullo l'elegia media il significato della rivolta morale, il gusto dell'otium, della vita estranea all'impegno civile e politico, tesa a coltivare gli affetti privati ed a farne l'oggetto dell’attività poetica. L'elegia trova in Catullo anche l'abbozzo della nuova forma compositiva (soprattutto nel carme 68, in cui è rilevante l'elemento mitologico). Di questa continuità con la tradizione neoterico-catulliana la stessa poesia elegiaca si mostra più volte apertamente consapevole, rendendo il debito omaggio ai suoi precursori.
La fine del mecenatismo
La seconda generazione augustea, che non aveva vissuto le guerre civili, provava solo una tiepida gratitudine verso il principe che aveva ristabilito la pace sociale, mostrava insofferenza per la letteratura che aveva concesso il proprio appoggio e consenso al programma di restaurazione morale e politica e preferiva una letteratura leggera, di gusto ellenistico. La scomparsa di Mecenate provocò un distacco definitivo fra il potere politico e l'élite intellettuale. La crisi del mecenatismo divenne evidente con Tiberio, che non si pose nemmeno il problema di organizzare un programma di egemonia culturale. Si sviluppò una storiografia contraria al principato (lo storico Cremuzio Cordo, morì suicida nel 25 DC) e che si innestava sulla tradizione repubblicana dell'élite senatoria. L'ostilità verso la dinastia Giulio-Claudia influenzò Tacito (55–117) e Svetonio (70–122) e forgiò l'immagine dei sovrani di quella famiglia trasmessa alla posterità.
La situazione non migliorò con Claudio, il quale, però, personalmente, aveva un'ottima fama di erudito e aveva scritto parecchie opere, sia in greco sia in latino. Claudio scrisse in latino un'opera storica, partendo dalla morte di Cesare, accennando appena al periodo delle guerre civili e dilungandosi invece su quello del principato di Augusto. Ancora in latino Claudio aveva composto uno scritto in difesa dello stile di Cicerone per rispondere a un opuscolo di contenuto opposto, scritto da Asinio Gallo, figlio di Pollione, il quale sosteneva che lo stile di suo padre era preferibile a quello di Cicerone, e uno di grammatica, in cui proponeva l'introduzione di tre nuove lettere nell'alfabeto latino. Solo Nerone, negli anni iniziali del suo principato, sotto la guida di Seneca e di Burro, tentò un recupero del consenso del senato e una ripresa del mecenatismo. In tale progetto si inserì una breve stagione classicistica, mirante ad una nuova fioritura letteraria e di cui resta solo qualche modesto prodotto nel quale si avverte chiaramente l'influsso dominante di Virgilio.
Nerone stesso fu poeta, con una predilezione per il genere epico di soggetto troiano e promosse in vario modo le attività artistiche: istituì, nel 60 un certame poetico pubblico, i Neronia, ossia una gara quinquennale di canto, musica, poesia e oratoria. L'iniziativa documenta, oltre all'ambizione di dar vita a un nuovo mecenatismo, anche il carattere pubblico e spettacolare di tali manifestazioni culturali. La stessa immagine tradizionale di Nerone imperatore istrione, amante degli spettacoli teatrali e del circo, attore lui stesso e mosso da una concezione dell'intera esistenza come esibizione artistica (anche la costruzione dell'immensa Domus Aurea), rispondeva a precise intenzioni di politica culturale. Le spinte ellenizzanti rispondevano all'esigenza diffusa di rinnovamento del costume e riconoscevano gusti e tendenze ormai ampiamente diffuse fra le masse popolari e avversate come pericolose per la stabilità dell'assetto sociale dall'aristocrazia senatoria, che vedeva in Nerone un nemico della tradizione romana. La moda delle pubbliche competizioni poetiche, in occasione di talune feste, si diffuse sotto il principato dei Flavi, ma l'avvento della nuova dinastia imperiale segnò un capovolgimento degli indirizzi culturali di Nerone. Alle sue aperture ellenizzanti essi opposero un programma di restaurazione morale e civile, forti del favore ottenuto riportando la pace dopo la grave crisi che aveva accompagnato la fine della dinastia GiuIio-Claudia. Sul piano letterario ci fu un ritorno ai valori tradizionali, la ripresa della poesia epica ispirata a Virgilio, e, in prosa, l'assurgere di Cicerone a modello di uno stile e di un'educazione basati sulla retorica. Le prime cattedre statali di retorica furono istituite sotto Vespasiano che affidava a tale disciplina la formazione del ceto dirigente, ossia dei funzionari imperiali, le tracce del gusto impostosi nella prima parte del I secolo DC restarono però forti nella letteratura dell'età Flavia, specialmente in poesia.
Letteratura e teatro
L'attività di librettista parallela a quella di poeta aulico, attesta da un lato la necessità, anche per autori come Marco Anneo Lucano (39-65) e Stazio (40-96), di rivolgersi al teatro per ricavare proventi più sostanziosi dal lavoro letterario, e documenta la fortuna di cui godeva un genere come la pantomima. Questa era una rappresentazione teatrale introdotta a Roma, forse, sotto Augusto.
Spesso la pantomima aveva carattere intensamente drammatico, un attore cantava, accompagnato dalla musica, il testo del libretto (fabula saltica), mentre un secondo attore, col volto mascherato, mimava la vicenda. La fortuna di questo genere di spettacolo a Roma fu enorme. Accanto ad altre forme teatrali minori, come il mimo e l'atellana, la pantomima costituì il genere di maggior successo popolare per tutto il primo secolo dell'Impero e oltre, un successo pari solo a quello riscosso dai giochi del circo, che in età imperiale diventarono sempre più spettacolari, sia per l'ingegnosità dei macchinari scenici, sia per la brutalità di gare come quelle dei gladiatori.
Il tentativo di recupero del grande teatro tragico da parte dell'élite senatoria, destinato a un pubblico colto e ideologicamente ristretto non poté reggere il confronto con un fenomeno tanto rilevante, che colpiva la vita sociale e culturale di una metropoli popolata da grandi masse di italici e provinciali inurbati, sul cui gusto elementare, sensibile alle emozioni violente, quegli spettacoli facevano presa, quindi la letteratura coeva, specie quella in poesia, assunse, entro certi limiti e sorto certi aspetti, connotazioni teatrali.
Nello stesso periodo si diffusero le pubbliche declamazioni. La declarnatio era un tipo di esercizio in uso da tempo nelle scuole di retorica.
Un'opera di Seneca il Vecchio (50 AC-40 DC) fornisce un quadro dell'attività oratoria e dei principali retori del suo tempo. L'opera, Oratorum et rhetorum sententiae divisiones colores (sententiae = frasi ad effetto; divisiones = articolazione degli aspetti giuridici; colores = sottolineature stilistiche) è frutto dei suoi ricordi di scuola (è improprio, l'epiteto di Rètore con cui comunemente si definisce l'autore, poiché Seneca fu allievo di retori, non retore egli stesso). Seneca il Vecchio, padre del Seneca filosofo, nacque a Cordova, in Spagna, attorno al 50 AC, da famiglia equestre, divise la sua lunga vita tra Roma e la Spagna e frequentò gli ambienti romani socialmente più elevati. L'opera, composta negli ultimi anni della sua vita, testimonia quel mutamento che l'avvento del principato e la progressiva scomparsa della libertà politica produssero sull'attività retorica a Roma.
Venuto meno lo spazio dell'oratoria politica e giudiziale, la retorica perse la sua funzione civile e divenne strumento per addestrare brillanti conferenzieri, immiserendosi in futili esercitazioni, le declamationes, che vertevano su temi fittizi, romanzeschi, irrisi da Petronio (20-66) nei primi capitoli superstiti del Satyricon. Tali argomenti erano scelti per la loro singolarità o stranezza, che doveva fungere da elemento stimolante sugli ascoltatori, accentuando così la limitazione in senso letterario degli esercizi di retorica. La declamazione diventò uno spettacolo pubblico.
Seneca il Vecchio illustra i due tipi d'esercizi più in voga: la controversia, ossia il dibattimento, da posizioni contrapposte, di una causa fittizia, e la suasoria, consistente nel tentativo da parte dell'oratore di orientare l'azione di un personaggio famoso, della storia o del mito, di fronte a una situazione incerta o difficile. Dell'opera restano un libro contenente sette Suasorie e cinque dei dieci libri di Controversiae, degli altri libri, perduti, restano degli estratti.
Seneca fornisce anche un'interpretazione della storia dell'oratoria a Roma, fino alla decadenza dei suoi giorni, che egli attribuisce alla corruzione morale dell'intera società. A causa del carattere fittizio delle situazioni e di molte delle premesse, scopo dell'oratore delle declamationes non è convincere quanto stupire il suo uditorio, ed egli ricorre perciò agli espedienti più ingegnosi della lingua e dell'immaginazione: il manierismo delle forme, uno stile brillante e prezioso, che fa ricorso a tutti gli artifici dell'asianesimo, dall'accumulo delle figure retoriche al ritmo del periodo, all'uso esasperato dei colores, termine tecnico, con cui si indica la manipolazione di una situazione o di un concetto, per presentare il caso sotto l'aspetto più imprevedibile.
Le recitazioni
Accanto alle declamazioni, si sviluppò un'altra forma di pubblico intrattenimento culturale, le recitationes, ossia la lettura di brani letterari, fatta dall'autore, davanti a un pubblico di invitati. L'uso di queste pubbliche letture fu introdotto da Asinio Pollione.
La moda di leggere in pubblico i testi letterari, insieme al genere delle declamazioni, trasformò sia l'oratoria sia l'intera produzione letteraria, dando vita a polemiche vive anche nelle opere di Persio, Petronio, Giovenale contro la mania diffusa delle recitationes, e all'analisi più diffusa presente nel Dialogus de oratoribus di Tacito, che fa un resoconto del dibattito sulle cause della corruzione dell'eloquenza.
Il mutamento di destinazione sociale dell'opera letteraria comportò una trasformazione dei caratteri formali dell'opera stessa e la letteratura acquisì tratti teatrali, "spettacolari". Il metro di valutazione divenne l'applauso dell'uditorio, non più formato da quella ristretta aristocrazia del gusto cui si rivolgevano i poeti augustei, ma da un pubblico assai più ampio, di condizione sociale e culturale non sempre elevata, tale fatto implicò un processo di "volgarizzazione" del prodotto letterario. Questa concezione della letteratura come esibizione d'ingegno, spiega la tendenza, tipica di tante opere del I secolo, fra le più emblematiche del nuovo gusto (come le tragedie di Seneca, o la Tebaide di Stazio), a costruire una serie di "pezzi di bravura" tesi a strappare l'applauso, a scapito dell'organicità dell'opera.
Oltre che dall'invadenza della retorica, la letteratura argentea (la definizione indica il declino classicistico rispetto all'età aurea di Augusto e il mutamento del gusto e delle tendenze di fondo) è caratterizzata da una forte reazione anticlassica, sia sul piano dei contenuti (predilezione per temi e soggetti insoliti, esotici o spettacolari) sia su quello formale, con un'accentuazione dei toni cupi e patetici e della ricerca esasperata della tensione espressiva che, proprio per la sua intenzione di opporsi al classicismo augusteo, cede al "manierismo" stilistico, infatti l'abuso degli artifici retorici è uno dei tratti caratterizzanti della letteratura del I secolo DC. Nella tensione espressiva che la anima, la letteratura della prima età imperiale rivela anche l'intimo disagio di una realtà sociale e culturale che vede mutare i propri orizzonti e i propri valori.
Augusto: autobiografia e propaganda
A partire dall'età sillana si diffusero i commentarii autobiografici e la tradizione continuò in età augustea, con Agrippa, stretto collaboratore e genero di Augusto, che scrisse un'autobiografia, lo stesso Augusto scrisse i Commentarii de vita sua. Gli scarsi frammenti rimasti dimostrano che, con tale opera, il principe tentò di alimentare il proprio prestigio. Assai diversa, poiché il carattere ufficiale di tale documento escludeva ogni elemento carismatico, è l'iscrizione funebre che Augusto compose per il proprio sepolcro, conservata nella doppia redazione, greca e latina, sull'epigrafe di un tempio dedicato ad Augusto e alla dea Roma, ad Ancyra nell'Asia Minore (Monumentum Ancvranum).
Erudizione e studi grammaticali in età augustea
A Roma furono fondate tre biblioteche pubbliche, a dirigere la Palatina, fu chiamato un liberto di Augusto, Gaio Giulio Igino, detto il bibliotecario (da non confondere con Igino l'astronomo, il mitografo, del I secolo DC, autore di una raccolta di Fabulae, manuale mitologico scolastico, importante per la ricostruzione di alcune tragedie greche perdute e di un trattato di astronomia). La nomina di Igino a prefetto della Palatina dimostra che l'ascesa sociale di personaggi di origine servile poteva aver luogo attraverso le attività culturali oltre che economiche. Igino scrisse un commento all'opera di Virgilio, un trattato di agricoltura e varie opere, tutte perdute, di antiquaria e di erudizione.
Il maggiore grammatico del tempo fu Verrio Flacco che fu precettore dei nipoti di Augusto e morì verso il 22 DC. Verrio Scrisse varie opere, tutte perdute, di grammatica e di erudizione, fra cui dei Fasti che Ovidio utilizzò largamente per la sua opera omonima, ma il suo nome è legato al De verborum significatu, glossario alfabetico di termini difficili o desueti. I singoli lemmi offrivano occasione all'autore per degli excursus sull'antica Roma e sui popoli italici. Dell'opera resta solo un parziale compendio.
Generi poetici nell'età Giulio–Claudia (27 AC – 68 DC)
Nella storia della poesia latina, tra l'inizio del principato di Tiberio e l'avvento di Nerone, fu indiscutibile l'influsso di personalità come Virgilio, Orazio e Ovidio, mancarono, però, nuovi letterati di prestigio. La predilezione del tempo per generi poetici "minori" provocò una frammentazione che rese difficile l'identificazione di una scuola letteraria. Per buona parte del regno di Augusto il "circolo di Mecenate" aveva valorizzato una letteratura creativa e impegnata su grandi temi (la poesia didascalica ed epica di Virgilio, la poesia civile, la poesia etica, e la critica letteraria di Orazio) e aveva progettato la rinascita del teatro latino, ma alla fine del principato di Augusto e sotto il governo di Tiberio, di Caligola e di Claudio la frammentazione delle opere e dei generi letterari corrispose al declino degli ideali augustei.
Fra i contemporanei di Orazio e di Ovidio, restano testimonianze indirette e scarsi frammenti di poeti che probabilmente pubblicarono collezioni miste di poesia epigrammatica, elegiaca, didascalica ellenistica che elaborava poeticamente temi naturalistici e scientifici. Questo genere di interessi si sviluppò nella cultura romana di età imperiale e culminò nella grande summa di Plinio il Vecchio. In generale, la tendenza neoalessandrina lasciò traccia in Ovidio, ma, nell'età Giulio-Claudia, dominò soprattutto la poesia minore nella quale coesistevano gli influssi virgiliani ed il gusto prezioso per la digressione mitologica.
Alla tendenza neo-alessandrina si ricollegò l’interesse per Arato, poeta dotto del IV-III secolo AC, e per l'astrologia e l'astronomia che costituirono una componente importante della cultura romana, già a partire dall'età di Cesare. Infatti,nel corso del I secolo AC le dottrine astrali erano state accolte ai più diversi livelli nel corpo della cultura ufficiale romana, anche se perduravano sospetti e diffidenze, specie verso certe figure di astrologhi-maghi. Non si trattò solo di interesse scientifico o erudito, infatti, la fede negli astri assunse una connotazione filosofica e anche, sotto l'influsso delle civiltà orientali, religiosa. Gli stoici esaltarono il rapporto dell'uomo con il cosmo, ed il legame tra destino umano e leggi naturali.
Nella religione popolare divenne frequente il concetto della predestinazione astrale, regolata da "attrazioni" celesti, della fede nelle stelle fecero un uso politico e propagandistico gli imperatori, a partire da Augusto. Germanico (15 AC-19 DC), figlio adottivo dell'imperatore Tiberio e successore designato, lasciò il poemetto in esametri Aratea, giunto incompleto. Esso è una versione dei Fenomeni, un poemetto sui corpi celesti, scritto da Arato. Di Germanico restano anche estratti frammentari che vanno sotto il nome di Prognostica, tratti da un poemetto dello stesso autore sui "segni del tempo". I Pronostici erano resi in forma molto curata e scorrevole, anche se assai rimaneggiata e lib
