Iliade (traduzioni)
L'Iliade, poema attribuito - assieme all'Odissea - al poeta greco Omero, ha avuto nei secoli diverse traduzioni, tutte di eguale importanza per un'analisi storica dell'opera.
La fortuna dell'Iliade presso i romani non fu certo inferiore a quella dell'Odissea. Le prime versioni di cui ci sia giunta notizia, sono quelle di due poeti preneoterici: Gneo Mazio e Ninnio Crasso. Furono composte nei primi decenni del I secolo AC quando la tecnica esametrica stava abbandonando la durezza enniana per portarsi verso le squisitezze della matura metrica romana.
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Presso i romani
Nella prima meta del I secolo, Accio Labeone volle seguire un metodo filologico, traducendo il poema parola per parola, seguendo più l'ordine dei vocaboli che non il senso. Il suo tentativo fu accolto con disprezzo, testimoniato da Persio nella prima delle sue Satire. Fu invece molto più gradito il tentativo di Polibio, il liberto di Claudio, che tradusse liberamente Omero in latino e Virgilio in greco, dando prova di padronanza di entrambe le lingue e di un vivo senso dell'epica classica, tanto da meritare le lodi di Seneca.
Nonostante tutto, il problema della traduzione, sull'esempio di Livio Andronico per l'Odissea, rimase insoluto.
Questa traduzione arcaica, rimase quindi per molto tempo materia di insegnamento nella scuola romana, senza che potesse dare agli studenti il senso della grandiosità del mondo iliaco, pari a quello ulissico.
Finalmente, nella seconda metà del I secolo, la scuola romana ebbe ciò che cercava: l'Iliade latina (Ilias latina).
L'autore della versione è ignoto, anche se da alcuni attribuita a Silio Italico.Ma non è un gran problema ignorare l'autore di quest'opera, che era quasi certamente un maestro di scuola e un modesto versificatore, che non si pose ne problemi di filologia ne di forma. Egli iniziò l'opera con un criterio epitome, ma dopo 500 esametri, gli mancò la lena, terminando in fretta l'opera, anche a scapito dell'organicità. Aveva già terminato i primi 5 libri, quando la fretta gli fece condensare i rimanenti diciannove, in un numero pressoché uguale di versi.
La fretta, non gli impedì però di inserire alcune disgressioni sulla discendenza di Enea, in omaggio, non tanto alla gente Giulia, ma alla nobiltà del popolo albano-romano.
Nonostante i difetti, l'opera incontro il favore dei grammatici del tempo, che furono felici di proporre ai giovani, questo nuovo modo di proporre l'Iliade.
Questi suoi pregi di intento scolastico, fecero sì che fosse ancor più apprezzata nel medioevo.
Nel Rinascimento
Il Rinascimento favorì le traduzioni delle opere omeriche. Nel quattrocento, numerosi autori tradussero singoli libri dell'Iliade, tra questi: Leonardo Bruno, Carlo Marsuppini, Nicolò della Valle, Lorenzo Valla, Francesco Aretino e Agnolo Poliziano. Quest'ultimo, diede una mirabile versione in esametri di tre canti.
Nel cinquecento Andrea Divo di Capodistria tradusse il poema in latino e Cristobal de Mesa in spagnolo.
Nel 1600
Del secolo successivo, la traduzione integrale in italiano ad opera di Anton Maria Salvini ed una parziale di Scipione Maffei.
In questo periodo, si hanno dall'Inghilterra, la traduzione in inglese di George Chapman. La prima parte Sette libri dell'Iliade di Omero, principe dei poeti (Seven Books of the Iliades of Homer, Prince of Poets), pubblicata nel 1598, mentre l'opera completa fu pubblicata nel 1609. L'autore traduce in versi in quattordici sillabe, riuscendo a conservare al massimo la cadenza dell'esametro greco. La traduzione di Chapman viene dimentica, sostituita da quella di Pope, e riportata agli onori letterari solo dopo molti anni. La straordinaria ricchezza verbale del poeta, compensa largamente i non pochi errori interpretativi. Alla popolarità di questa traduzione, concorse il sonetto di Keats Al primo aprire l'Omero di Chapman (On first looking into Chapman's Homer).
La traduzione di Dryden, non fu felicemente portata a termine, mentre, nel 1674, apparve l'accurata versione di Thomas Hobbes.
Nel 1700
Celebre la già citata traduzione di Alexander Pope (Vedi Iliad), pubblicata dal 1715 al 1720. In Francia, Dacier tradusse in prosa le opere di Omero, tra cui l'Iliade.
Altri autori tradussero l'opera adattandola al gusto dei tempi, come Houdart de la Motte.
Nel 1786 viene pubblicata una libera versione di Melchiorre Cesarotti.
Nel 800
Fra le numerosi traduzioni susseguitesi in Europa, da ricorda quella di Leconte de Lisle, pubblicata nel 1850. Notevole la pura eleganza del verso, che però mortifica nella sua freddezza l'epico vigore della poesia omerica.
Anche in Germania fiorirono studi omerici, con traduzioni dell'Iliade da parte di Leopold Stolberg, Johann Jacob Bodmer e Heinrich Voss. Quest'ultima versione, fedele e scolastica, ebbe notevole successo.
Nella traduzione del Monti (vedi) si trovano analogie di quella di Pope, anche lui tiene presente l'opera di precedenti versioni e ricrea Omero con una immagine ideale adatta al gusto settecentesco. La semplicità omerica si perde sotto la retorica eroica, quella che in Omero è complessità primitiva, viene semplificata secondo uno stampo di "bella natura" di marchio settecentesco. Monti non spezza artificiosamente l'armonia, ma crea mosse melodrammatiche, che fa pensare ai solenni gesti teatrali degli antichi eroi dipinti da Louis David.
Importanti sono anche le traduzioni di Ugo Foscolo di due frammenti tra il 1807 e il 1821.
Nel 1870, William Cullen Bryant pubblicò una traduzione integrale dell'Iliade, seguita due anni dopo da quella dell'Odissea.
Nel 1900
Numerose anche le traduzioni moderne. Tra le migliori in Italia, quelle in prosa di Nicola Festa e di Ettore Romagnoli risalgono alla prima metà del secolo e non sono praticamente più usate, anche se godono di importanza storica. Tra le più recenti si segnalano: Rosa Calzecchi Onesti (Einaudi, 1963 più volte ristampata), Giuseppe Tonna (Garzanti, 1974 più volte ristampata), Maria Grazia Ciani (Marsilio, 1990), Giovanni Cerri (Bur, 1996) e Guido Paduano (Einaudi, Biblioteca della Pléiade, 1997).
Voci correlate
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