Giovanni Battista Belzoni
All'interno della piramide di Chefren si può ancora leggere l'iscrizione: "scoperta da G. Belzoni, 2 marzo 1818". Questa scritta fu lasciata da colui che, dopo 30 secoli, aveva scoperto l'entrata nella seconda piramide, per altezza, dopo quella di Cheope: Giovanni Battista Belzoni (Padova 1778 - Nigeria 1823), esploratore ed archeologo italiano, considerato uno dei primi egittologi.
Biografia
Giovanni Battista Belzoni nacque a Padova nel 1778. Per evitare la coscrizione nell'esercito napoleonico nel 1803 si rifugiò in Inghilterra, dove visse sfruttando la sua stazza (era alto due metri) e la sua forza fuori dal comune lavorando come artista in un circo; caricatosi sulle spalle una specie di giogo, arrivava a sostenere da solo una piramide umana, costituita da un'intera famiglia di dodici persone.
Dopo una serie di viaggi in Europa e a Malta, giunse in Egitto dove sfruttando le sue nozioni di meccanica e idraulica, che aveva utilizzato per esigenze scenografiche, costruì una macchina per sollevare l'acqua, ma il suo progetto di diffonderla fallì. Come ripiego, per guadagnarsi da vivere, si incaricò dunque di trasportare da Tebe al Cairo la gigantesca statua di Ramses II (12 tonnellate), portando miracolosamente a termine l'impresa con mezzi di fortuna. Belzoni pose la sua firma dietro un orecchio della testa del colosso.
Cominciò così, approfittando anche di un'assoluta mancanza di regole, la sua carriera di archeologo, che lo rese famoso in tutto il mondo, ma non ricco. Giova ricordare che all'epoca l'Egitto era percorso non da veri archeologi, ma piuttosto da avventurieri con pochi scrupoli, al soldo dei maggiori musei europei o, più spesso, di collezionisti di privati, che razziavano i pezzi (specie i preziosi) in combutta con i tombaroli e le autorità locali. Rispetto a molti di questi avventurieri europei, che non si facevano alcuno scrupolo di usare gli esplosivi pur di penetrare nelle tombe, Belzoni si distinse nel tempo per una autentica passione per le antichità e la storia dell'Egitto, oltre che per le sue eccezionali scoperte.
In pochi anni percorse in lungo e in largo l'Egitto, risalendo il fiume Nilo fino ad Assuan, scoprendo sotto la sabbia il tempio di Abu Simbel; scoprì la città di Berenice, esplorò la Valle dei Re scoprendo la tomba di Sheti I, una delle più belle della valle, che aprì sfondandone la parete con un ariete formato da un tronco di palma. Trasportò a Londra migliaia di reperti, fra cui un colossale obelisco, che servì poi a Champollion (1822) per decifrare i geroglifici. La sua firma può essere trovata anche accanto ad un piede della statua in granito nero di Amenofi e su un altare proveniente dal tempio di Montu, a Karnak. Si era guadagnato il rispetto delle popolazioni locali, non solo a causa del suo carattere e della sua forza, ma anche per la considerazione che aveva per gli usi e costumi locali, indossava infatti abiti e barba di foggia araba.
Nonostante le sue numerosissime e importanti scoperte per conto soprattutto dell'Inghilterra, il nome di quello che ad alcuni sembra un Indiana Jones ante litteram è ricordato da pochi libri, anche se sui reperti custoditi nel British Museum di Londra, appare la sua firma. Gli studiosi l'hanno dimenticato, quasi non fosse mai esistito e non fosse invece stato uno dei più grandi esploratori dell'antico Egitto, oltre che un personaggio dalla vita avventurosa e affascinante.
Tornato in Inghilterra nel 1819, scrisse e pubblicò le sue memorie, dove descriveva tutte le sue grandi scoperte archeologiche. Morì nel 1823 in Nigeria, di dissenteria, mentre era alla ricerca della favolosa citta di Timbuctù. Sono rimasti pochi ricordi e poche tracce di lui; una, però, notevole: una città del Mississippi porta il suo nome.
Bibliografia
- Marco Zatterin, Il gigante del Nilo, Mondadori 2000
Voci correlate
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