Giovanni Antonio Amadeo

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Indice

Le origini luganesi della famiglia

Nei documenti è detto anche degli Amadei (talvolta anche Omodeo). Nasce a Pavia nella parrocchia di San Lorenzo nel 1447, figlio di Aloisio (Luigi) e di Giovannina Grigli (famiglia nobile con case a Milano e un castello ad Ascona); ha tre fratelli: Giovanni Protasio ("magister pictor"), Giovanni Battista e Caterina. Il padre (originario di Lugano), è discendente di una famiglia nobile milanese, originata dai primi sei capostipiti; nel 1277 il vescovo Ottone Visconti la comprende nella matricola dei nobili milanesi, aventi diritto alle prebende del canonicato della Chiesa metropolitana di Milano. Il casato porta l'arma "di rosso al leone bandato d'oro e d'azzurro di sei pezzi". Un ramo proveniente da Como, annovera avvocati e notai imperiali ghibellini, proprietari terrieri a Lugano: il notaio Pietro de Amadeo il 15 giugno 1264 roga il patto tra il capitolo dei canonici di S. Lorenzo di Lugano (rappresentato dal canonico Arnoldo da Val d'Intelvi) e i comuni e uomini di Colla, Signôra e Certara per il diritto di primizia; il 28 maggio 1268 stila il contratto con cui il capitolo di S. Lorenzo affitta a Giovanni detto Trusso, ai fratelli Aliprando ed Amedeo da Carona e a Giovanni de Spezia da Menaggio, l'intera decima di Lugano, Montarina, Besso, Massagno. Nel 1305 Egidio Amadei, notaio di Lugano, era luogotenente del balivo Guido de Orello, rettore della valle di Blenio in rappresentanza dei conti-canonici della metropolitana di Milano; suo figlio Adam Amadeo era notaio in Leventina; Pietro figlio di Giovanni de Amadeo il 27 settembre 1327 è vicario imperiale per la Leventina e nel giugno 1332 lo è anche per la val di Blenio, l'11 dicembre 1333 redige il trattato di alleanza tra il balivo rettore Matteo Orello e la val di Blenio, d'una parte, e il signor conte Franchino Rusca e la città di Como, dall'altra. Giovanni Amadeo ad Agnuzzo, nel palazzo appartenente al monastero di S. Abbondio di Como, il 27 maggio 1354 redige l'atto notarile con cui i monaci affittano i beni che il monastero possiede a Cademario; il 6 novembre 1387, come sindaco e procuratore del Borgo di Lugano, compare a Milano davanti al dottor Giovanni di Carnago, incaricato da Gian Galeazzo Visconti, di emettere una sentenza nella lite tra Como e il Comune di Lugano (atto depositato nell'archivio della diocesi di Lugano); in seguito diventa professore ordinario, titolare della cattedra di diritto all'università di Pavia. Il figlio Signorino (o Signorolo) nel 1395 è iscritto nella Matricola del Collegio dei Dottori utriusque iuris dell'università di Pavia, collega di Cristoforo Castiglioni, come già appare in un atto notarile del 4 maggio 1380; nel 1412 Ludovico d'Acaia volle dare impulso alla nuova università di Torino perciò invitò i giuristi di maggior fama dell'università pavese, tra cui il Castiglioni, Pietro Besozzi e Signorino. Nel 1419 questi muore e il Castiglioni difende gli interessi degli eredi di Signorino che reclamano nei confronti di Amedeo VIII gli stipendi dovuti per l'insegnamento svolto a Torino. L'abiatico di Cristoforo Castiglioni, porterà il nome di Baldassarre - come il figlio di Giovanni Antonio Amadeo, suo coetaneo - e sarà l'autore del celebre "Cortegiano". Il protrarsi della vertenza crea non pochi disagi economici e il nipote Luigi non avrà i mezzi per pagarsi gli studi di diritto; possiede una casa in città, amministra i poderi della Certosa di Pavia in territorio di Binasco e per le sue incombenze si sposta tra Milano, la Certosa e Torre del Mangano. Il padre del Nostro è solo benestante, quando presta un letto, una coperta e 270 lire, garantite da pegno su alcuni terreni al doctor legum Gabriele de Amadeo da Lugano. Risulta perciò infondato credere che la famiglia sia originaria di Pavia, infatti nell'istrumento del 10 ottobre 1469, rogato dal notaio pavese Antonio Gabba, il Nostro e il fratello Giovanni Protasio si dichiarano solo "domiciliati" a Pavia; e solo molto più tardi, in una carta del gennaio 1499 Giovan Antonio è definito cittadino pavese e milanese. Del resto tutta la vita artistica di Giovan Antonio sarà strettamente legata ad artisti provenienti dai borghi che si affacciano sul Ceresio.

Gli anni d'apprendistato

Dal profilo artistico si forma a Milano forse dapprima come apprendista scultore nella bottega di Martino Benzoni poi in quella di Francesco Solari. Questi lavorò sia nella chiesa di Villa a Castiglione Olona che alla Certosa di Pavia sul finire degli anni settanta; indubbiamente si deve a lui (il fratello Boniforte era architetto generale sia del Duomo di Milano che della Certosa) se Giovanni Antonio qui trovò il suo primo impiego dopo aver appreso l'arte del ceramista con un Raimondi da Cremona, e la scultura alla scuola dell'architetto Boniforte Solari, figlio dell'architetto Giovanni Solari da Carona sul lago di Lugano. Dal 1463 al 1464 lo sappiamo attivo nel cantiere dell'Ospedale maggiore di Milano, progettato dal Filarete, ma edificato dalla maestranze dirette da Guiniforte. Vi sono indizi per ritenere che il giovane apprendista segua Antonio Averulino da Firenze quando questi compie un viaggio di studio in Toscana, con una capatina ad Urbino, alla corte di Enrico da Montefeltro onde ammirare l'opera di Luciano Laurana e poi concludendolo nella sua città natale.

I primi documenti legati alla sua attività al servizio degli Sforza sono i pagamenti del marzo 1466 per delle "cornici in cotto" per il chiostro grande della Certosa di Pavia. Suo è pure il piccolo "lavabo" nel chiostro piccolo, tuttavia il suo primo lavoro firmato è il portale intagliato, con lunetta raffigurante la "Vergine col Bambino coi SS. Giovanni Battista e Certosini", che collega il chiostro piccolo col transetto meridionale della Certosa. A questo primo periodo d'attività è legata l'esecuzione dei "putti" reggenti le insegne sforzesche che ornano la tazza marmorea della monumentale "Fontana Trivulzio", più tardi asportata dal castello di Vigevano (nel 1499) per ordine del maresciallo di Francia Gian Giacomo Trivulzio e collocata nei giardini della sua residenza di Roveredo in valle Mesolcina: ora funge da pila dell'acquasanta nella collegiata dei SS. Pietro e Stefano di Bellinzona. Appena ventenne collabora attivamente alle sculture del "Portale del Banco Mediceo" a Milano, progettato da Boniforte Solari, suo maestro e padre della sua futura sposa, originari di Carona. All'epoca tale villaggio apparteneva alla parrocchia di S. Lorenzo di Lugano e oggi, all'interno dell'attuale cattedrale, sul lato destro della quarta campata è conservato un prezioso "tabernacolo" in pietra di Saltrio. Si tratta di un trittico a loggetta centrale, illusoriamente prospettico (uso dello "stiacciato donatelliano"), ai lati della nicchia, due eleganti angeli (con influssi mantegazziani) sovrastati dall'immagine di Dio Padre; negli scomparti laterali i Santi Stefano e Lorenzo (ma di bottega); entro il timpano sopra la cornice, il pellicano simbolico e, al sommo, il Cristo Risorto. L'opera è databile agli anni 1469-'70.

I rapporti con il Benzoni

Nel 1469 stipula con lo scultore Martino Benzoni un contratto per 110 ducati: la commessa della "Deposizione o Mortorio con otto statue di legno" per la chiesa di S. Giovanni Battista di Monza; qui occorre ricordare che il Benzoni (autore per la Certosa di Pavia del "Cristo morto con angeli", ora alla Walters Art Gallery di Baltimora) non solo è anche l'esecutore della scultura equestre di "S. Vittore a cavallo reggente le insegne della Trinità" - ordinata nel 1460 e terminata nel 1462, posta originariamente sul torrione rotondo del castello visconteo di Locarno, fatto erigere dal conte Franchino Rusca, poi collocata (1531) sulla torre campanaria della chiesa di S. Vittore di Muralto - , ma pure con ogni probabilità del mortorio con otto statue di legno del "Compianto di Cristo" per la cappella del S. Sepolcro nella chiesa conventuale locarnese di S. Francesco. Quel manipolo di frati, aggiornati culturalmente da uno spirito di modernità non potevano certo ignorare l'artista prescelto dal conte, poiché l'opera stava lì vicino, sotto i loro occhi! Visto poi il corrispettivo precedente mortorio di Monza, c'è da chiedersi se anche questo di Locarno non sia frutto della collaborazione con l'Amadeo. Ulteriore indizio dei legami tra i due artisti è dato dal fatto che Damiano, il figlio di Martino, nel 1479 verrà accolto come apprendista scultore nella sua bottega milanese: uno scambio di ruoli legato alla commessa del S.Vittore del 1460, quando forse il quattordicenne Amadeo era apprendista presso il padre? Il mortorio, ora collocato al Santuario della Madonna del Sasso sopra Locarno, s'apparenta con la drammatica dialettica del dolore espressa nelle terrecotte della "Pietà" di Agostino de Fondulis realizzata nel 1483 nella chiesa di S. Maria presso S. Satiro a Milano, sicuramente ammirate dal Nostro, in quanto direttore principale dell'edificazione, col Bramante nella veste di collaboratore. Anche la statua lignea che fin dal 1485 raffigurò sull'altar maggiore "la Madonna del Sasso" ha una grande affinità d'intaglio col gruppo del "Compianto". Ancor più affine ai modi dell'Amadeo appare il coevo gruppo ligneo dell'altare dell'antico sacello della "Pietà", ora conservato nel locale museo, attribuibile a Giacomo del Maino per la potenza espressiva dei personaggi, la resa della volta a lacunari, i medaglioni, la classicità delle cornici, tutta improntata alla cultura umanistica esemplificata da Vincenzo Foppa nella cappella Portinari in S. Eustorgio a Milano. Anche qui si riscontrano ricordi plastici riconducibili al de Fondulis e alle caratteristiche stilistiche riscontrabili nel grande lavabo marmoreo della Certosa di Pavia. Ritroviamo La caratteristica dei pilastri a nicchie sovrapposte nei portali dei due fianchi del Duomo di Como, scolpiti nel 1484 da Tommaso Rodari, allievo del Nostro. Qui gli influssi diretti del cantiere della Certosa sono particolarmente evidenti nel portale detto "della rana" e nelle cornici dei finestroni del fianco settentrionale. Episodio significativo: il 3 novembre 1469 il Benzoni si mette in società con i fratelli Mantegazza in vista dell'esecuzione di un sepolcro per il Colleoni!

Il grande condottiero fa la giusta scelta

Tra il 1470 e il '75 il condottiero Bartolomeo Colleoni gli affida l'edificazione della "Cappella Colleoni": primo esempio in Lombardia di edificio concepito secondo stilemi derivanti dal rinascimento toscano. La facciata con la sua decorazione "all'antica" con l'abbondante uso della pietra colorata, è totalmente lontana dai modelli offerti dal suo maestro Boniforte e dai suoi predecessori. Si è perciò tentati di ipotizzare un breve soggiorno a Venezia presso Pietro Lombardo che era pure lui un Solari da Carona! Sulla laguna i modelli non mancavano, basti pensare alla Ca' Dario sul Canal grande. Le novità stilistiche apportate a Venezia dai Lombardo-caronesi avevano creato un nuovo modo di concepire sia la pianta e sia l'ornamentazione esterna degli edifici per cui appare del tutto plausibile che il Colleoni v'abbia voluto conformare il progetto per la sua tomba, affidandolo ad un giovane promettente, magari incontrato proprio a Venezia nella bottega di Pietro, dove aveva saputo dar prova concreta delle sue acquisite capacità. Diversamente non si potrebbe capire come il condottiero potesse affidare un tale arduo compito ad un giovane scultore, fino ad allora poco esperto d'architettura. Non va poi dimenticata l'importanza della sua formazione sul cantiere della [[Ca' Granda]] di Milano sotto l'influsso del Filarete e una probabile partecipazione all'ornamentazione della Chiesa di Villa a Castiglione Olona: edificio che, nel suo impianto "ad quadratum", richiama la fiorentina Cappella de' Pazzi del Brunelleschi. Nella "Cappella Colleoni" che lo terrà impegnato a Bergamo fino nel 1476, anche il "Monumento funebre di Medea Colleoni" e la "Tomba del Condottiero" sono esempi di preziosità formale vicina ai modi di Pietro Lombardo o di Luciano Laurana. La relativa progettazione gli viene affidata già nel marzo del 1470. Dello stesso anno è il rilievo con "Cristo alla colonna" per la cappella della Rocca di Soragna nel Parmense, commissionatagli da Diofebo Lupi tramite l'abate Antonio Meli, suo parente residente a Cremona.

Il ritorno alla Certosa di Pavia

Con l'appoggio del Colleoni, mediante atto notarile del 7 ottobre 1473, gli viene assegnata per l'espresso intervento del duca Galeazzo Maria Sforza, la metà dei lavori di scultura per la parte destra della facciata della Certosa di Pavia: notevoli bassorilievi in marmo ove s'individuano rapporti con la scultura di Antonio Rizzo da Osteno sul lago di Lugano. Per la loro esecuzione, occorre sottolineare l'importanza del patto di collaborazione tra il Nostro e altri quattro artisti: Antonio Piatti, il capriaschese Giovanni Giacomo Quadri detto il Dolcebuono (amico già dai primi anni d'apprendistato), Lazzaro Palazzi (cognato) e Angelo da Lecco (ma nato a Lugano!): accumunati in una consorteria determinata dai legami parentali e dalle comuni origini comacine: consuetudini risalenti all'editto di Rotari che spiegano la secolare specializzazione delle popolazioni dell'Insubria nelle arti murarie e il suo affermarsi sui cantieri medioevali di tutta Europa. I frutti di questa intesa sono i bassorilievi raffiguranti: "Creazione di Adamo", "Creazione di Eva", "La Cacciata dal Paradiso terrestre", Adamo ed Eva dopo la cacciata dal paradiso terrestre", "Ercole ed Anteo", "Ercole e il leone nemeo", "Ercole e il toro di Creta", "Ercole e l'Idra", "Figura di Condottiero", "Figura femminile", "La caduta", "Lamec uccide Caino", "Lamec uccide il fanciullo", "L'offerta di Caino e Abele" e il "Sacrificio di Isacco".

Scultore e architetto a Milano, Pavia, Cremona, Bergamo,...

Tornato a Milano, in Duomo esegue alcune "figure" per l'"altare di S. Giuseppe", tra cui una a tutto tondo, la "statua di S. Elisabetta". Il 9 giugno 1475 acquista per 123 lire da Rainaldo de Tortis una bottega a Pavia, in porta Ponte, parrocchia di San Marino "ubi nunc fit apotheca scatollarum" è sita in "angulo domus fratrorum de Trevano" presso il famoso ponte coperto. Dello stesso periodo è il "Monumento funebre di Bartolomeo Colleoni", morto nel castello di Malpaga nel 1475: sono suoi solo i rilievi dei due sarcofagi, "Cristo davanti a Pilato", "Salita al calvario", "La crocifissione", "La deposizione", "La resurrezione" e, sul sarcofago superiore più piccolo, "L'annunciazione", "L'adorazione del Bambino", "L'Epifania" e le soprastanti sette statue delle "Virtù". Nel maggio 1476 sposa Maddalena Solari da Carona, figlia di Boniforte, l'architetto ed ingegnere che ha curato la sua formazione artistica. Già nel 1472 aveva iniziato ad acquistare proprietà agricole a Giovenzano e nel 1479 prese in affitto dalla Certosa la proprietà di Binasco. simili imprese finanziarie si moltiplicarono e garantirono sempre una notevole entrata. Il 9 novembre 1478 gli viene commissionata da Gian Galeazzo Sforza l'esecuzione, nel Duomo di Milano, della "edicola per Alessio Tarchetta" (capitano di ventura e suo favorito) in ornamento della Beata Vergine, la cui esecuzione fu rinviata al 1480; ora è ridotta in frammenti al museo del Castello Sforzesco, nelle Civiche Raccolte d'Arte. Dello stesso anno è il "Ritratto del duca Gian Galeazzo Maria Sforza", un calco in gesso di doccione absidale rappresentante una "Giuditta", un "S. Sebastiano", un "Santo guerriero romano", un "Ercole in lotta con Cerbero", oggi conservati al Museo del Duomo. L'abate del monastero dei Padri Olivetani di San Lorenzo a Cremona, Antonio Meli, che già nel 1470 (grazie forse al fatto di esser stato allievo del maestro ceramista Raimondi) gli aveva commissionato "il Cristo alla Colonna", nel 1480, alla morte del Piatti, gli affida l'incarico di terminare l'ornamentazione dell'avello dei SS. Mario e Marta e dei loro figli martiri in Persia detta "Arca dei martiri persiani": scolpisce "otto formelle", poi riutilizzate in Duomo nel 1813 per adornare due pulpiti ottocenteschi. L'anno dopo i fabbricieri del Duomo, bene impressionati, gli commissionano un rilievo di "S. Imerio elemosiniere" per il frontale dell'arca di S. Imerio in cui riecheggia lo stile del Mantegazza. Ancora a Cremona nel 1482 il canonico del Duomo Isaac Restalli lo incarica di scolpire "l'arca di S. Arealdo". La data del 1484 con la sua firma è su quattro rilievi marmorei della smembrata Arca, ossia "S. Gerolamo penitente", "S. Francesco stigmatizzato", "Noli me tangere", "Gesù alla colonna". Nel palazzo del Comune di Cremona il "portale rinascimentale" della Sala del Consiglio reca sculture ornamentali e le statue della "Giustizia" e della "Temperanza" che rivelano il suo stile. L'anno prima con Francesco Cazzaniga aveva progettato l'esecuzione della "tomba di Carlo Sforza". La regola dell'impresa di famiglia si conferma quando nel 1484 quando accetta come apprendista convivente il figlio della sorella di Maddalena Solari, il nipote Antonio della Porta, da Osteno, detto il Tamagnino. Nel 1485 torna a collaborare all'edificazione dell'Ospedale Maggiore (Ca' Granda) di Milano secondo il progetto del Filarete, portato avanti da Boniforte, e nel 1481, alla sua morte, ripreso dal figlio Pietro Antonio Solari, cognato del Nostro, essendo fratello della moglie Maddalena. Nella "chiesa di Villa" a Castiglione Olona il "monumento funebre del conte Guido Castiglioni" del 1485, porta i caratteri del suo stile e, nel Battistero "di Masolino" presso la Collegiata, il "fonte battesimale" posto al centro, è sorretto da un fusto ornato da una bella teoria di putti, simili a quelli della sua "fontana Trivulzio", ora a Bellinzona.

La problematica collaborazione col Bramante

I deputati della chiesa di "S. Maria presso S. Satiro" nel 1486 gli affidano la costruzione della "facciata" della chiesa, lavorando con Donato Bramante cui viene affidata la scelta del colore delle pietre e la loro collocazione: attività in subordine, ma in Lombardia ci si aspettava che un architetto fosse soprattutto un buon scultore e non bastava certo esser buon pittore!!, tuttavia la fama acquisita a Roma negli anni successivi sarà tale da esplicare un curioso effetto retroattivo, per cui a Milano e in Lombardia , secondo generazioni di critici d'arte che finivano per copiarsi a vicenda, ogni edificio vagamente rinascimentale doveva esser "bramantesco", persino contro l'evidenza documentaria. Alcuni esempi: la controversa attribuzione "bramantesca" del milanese "Palazzo Fontana" a Porta Orientale ove l'uso della pietra d'Angera, le proporzioni dei colonnati, le candelabre, le cornici in cotto parlano un linguaggio amadeiano e così dicasi per il palazzo Bottigella a Pavia, per i chiostri di S. Ambrogio. Nello stesso anno esegue un tondo colla "Creazione di Adamo ed Eva" posto originariamente nella facciata di Santa Maria presso San Satiro, ora al Museo del Castello Sforzesco; una "Annunciazione'"', una "Natività", una "Adorazione dei Magi", una "Circoncisione", una "Fuga in Egitto", ora nella collezione Hirsch a New York.

Il progetto e l'edificazione del Duomo di Pavia

Nel 1488 in collaborazione con Cristoforo Rocchi da Como invia "certi modelli" per il Duomo di Pavia ad Ascanio Sforza, fratello del Moro. Nell'agosto dello stesso anno col Rocchi e il Bramante prepara un "progetto" più articolato (approvato da Ambrogio Ferrari, capo degli ingegneri ducali) ove vien designato come "principalis inzignerius". In seguito vengon consultati varî esperti, tra i quali, il Dolcebuono, Francesco di Giorgio e Leonardo, ma senza gran frutto: i lavori procedono a rilento per il successivo decennio. Alla morte dell'architetto Rocchi, nel 1488 è confermato come ingegnere principale del Duomo di Pavia che, nell'articolazione delle membrature del perimetro, in stretto rapporto con le coperture, rivela una logica strutturale debitrice delle lezioni di Brunelleschi, dell'Alberti o di un Francesco di Giorgio Martini. Nello stesso anno è autore della "facciata di S. Maria dei Miracoli" a Brescia; la cappella vien sostituita da un sacello marmoreo, la parte centrale dell'attuale facciata, con finissime decorazioni a bassorilievo, cui attorno al 1500 si aggiunge il peristilio: 16 scultori collaborano alle decorazioni interne ed esterne, tra cui il nipote Antonio della Porta da Osteno (sul lago di Lugano), detto il Tamagnino. Sempre a Brescia nella chiesa romanico-gotica di S. Francesco nel paliotto dell'altar maggiore un "bassorilievo marmoreo" rappresentante "il Presepio" porta i caratteri del suo stile.

La nuova attività di ingegnere ducale

In quel torno di tempo entra nei ranghi degli ingegneri ducali e nel 1488 si reca a Chiavenna a Piattamala (frazione di Tirano) per procedere al "restauro delle fortificazioni" locali e collabora a dirimere le controversie sorte per la "costruzione del nuovo ponte sull'Adda a Ganda", frazione di Morbegno. In Valtellina i vari compiti lo assorbono a tal punto che il segretario ducale Bartolomeo Calco ordina al commissario di Pavia di curarne gli affari in sua assenza. Nel 1490 è eletto ingegnere del Duomo di Milano a 16 lire mensili di stipendio e in seguito si reca sul cantiere del duomo di Pavia insieme a Leonardo da Vinci per cavargli dei consigli utili a correggere i difetti statici causati dal primitivo progetto del Rocchi. Il 13 aprile l'arcivescovo e i deputati della Fabbrica del Duomo di Milano, considerato che nessun ingegnere si dichiara in grado di finire "il tiburio", ritengono che in tutto il ducato non vi sia nessuno meglio di lui e del Dolcebuono, adatto all'arduo compito. Il duca Ludovico il Moro di conseguenza il 27 luglio '90 convoca nel castello di porta Giovia il suo consiglio segreto, le principali autorità civili ed ecclesiastiche per esaminare i relativi "modelli in legno": vien preferito quello presentato da lui e dal Dolcebuono con le modifiche apportate da Francesco di Giorgio Martini. L'affermazione cui sono pervenuti gli studiosi è che Leonardo e Francesco di Giorgio abbiano contribuito in maniera rilevante all'edificazione del tiburio nella sua forma attuale, ma essa non è comprovata dall'evidenza documentaria in relazione allo studio della struttura architettonica effettivamente realizzata! Verso la fine degli anni Ottanta divise col Bramante la progettazione della "tribuna di S. Maria delle Grazie" a Milano, invece Leonardo, certamente interessato alla progettazione architettonica, non risulta che abbia mai diretto la realizzazione di un edificio durante la sua permanenza in Lombardia, la sua presenza in veste di consulente non produsse alcuna modifica nella progettazione del Duomo di Pavia o nel compimento del tiburio della cattedrale milanese. Il Nostro in qualità di architetto poteva vantare nei confronti dei due una consolidata tradizione artistica lombarda, sostenuta dalla personale esperienza e da un reticolo di relazioni e di conoscenze negli ambienti che contano, per cui a Milano poteva accaparrarsi la maggioranza delle commissioni in campo edilizio, diventando ben presto un ricco impresario.

Dal tiburio del Duomo al cantiere di S. Maria presso S. Celso

Dalla nomina avvenuta nel 1490 alla sua morte nel 1522 fu uno degli architetti generali del Duomo di Milano. L'impegno principale come architetto-capo sarà quello di progettare e di dirigere, insieme all'amico Dolcebuono, "la costruzione del tiburio". E tuttavia nel 1491 inizia l'esecuzione dello "zoccolo della facciata della Certosa di Pavia" con le "scene dell'Antico e Nuovo Testamento", in collaborazione col nipote Antonio della Porta e altri; i rilievi decisamente suoi sono "Il Cristo deriso", "Gesù tra i dottori" e "La resurrezione di Lazzaro". Del suo vezzo decorativo basato sull'imitazione di medaglioni marmorei con effigi d'imperatori romani, presente nella decorazione, v'è un'eco a Brescia nel "mausoleo" di Marc'Antonio Martinengo, nei portali dei "palazzi Porcellaga e Calzavellia'". Nel '92 figura come direttore dei lavori alla "tribuna in Santa Maria delle Grazie"; alla sua scuola appartengono i "medaglioni con busti degli Evangelisti e dei Dottori della Chiesa" nei pennacchi delle arcate e dei lunettoni del presbiterio e, nell'angolo del portico del chiostrino, un medaglione ovale del 1495 col "ritratto di Lodovico il Moro", e nelle facce interne dei pilastri dell'arcata dell'abside della Sagrestia vecchia, dei "rilievi in marmo" raffiguranti Lodovico e Massimiliano, suo figlio. Nello stesso anno il Moro aveva deciso di finanziare la ripresa dei lavori per " l'altare di S. Giuseppe" in Duomo, perciò dal 1493 al 1499 gli commissiona parecchie statue tra cui un "S. Giuseppe in ginocchio", "quattro angeli", una "Adorazione col Bambino" e varî rilievi, tra cui "Ercole e Anteo". Tali impegni non gli impedirono di proseguire il lavoro di condirettore (con Antonio Mantegazza e il nipote Antonio della Porta) della decorazione della facciata della Certosa di Pavia di cui fornisce un "modello" che gli procura 200 lire. Per assolvere tale impegnativo compito assume alcuni scultori-assistenti: Benedetto Briosco, Pace Gaggini (da Bissone), Girolamo Viscardi (da Laino Intelvi), Stefano da Sesto (fratello della futura sposa Zaccarina ?) e Antonio Romano. Nel 1496 eseguirà in terracotta un "nuovo modello" della facciata. In questi anni aumenta la sua fama di architetto di grido e nel 1494 vien nominato ingegnere della fabbrica di "S. Maria presso S. Celso", dirigendone la costruzione col Dolcebuono fino al compimento del tiburio.

L'edificazione dei chiostri della Ca' Granda di Milano

Il 20 marzo 1495 viene eletto architetto della fabbrica dell'Ospedale maggiore di Milano; realizza "i tre cortili: della Legnaia, della Ghiacciaia e dei Bagni", "il porticato del grande cortile interno" e pone "medaglioni" con figure tra gli archi, tra le quali "L'Arcangelo Gabriele" e la "Vergine Annunziata". Degni di nota sono pure gli altri 18 medaglioni raffiguranti personaggi biblici e del Nuovo Testamento: "Eliachim", "Azor", "Sadoc", "Achimelec", "Eliud", "Eleazar", "Mathatia", "Giacobbe", "Giuseppe l'ebreo", "il Battista", "gli Apostoli", "i 4 Evangelisti" e "S. Ambrogio". Il restauro del 1990 ha permesso di osservare come le cornici dei busti che portano una decorazione incisa erano ornate con motivi in piombo. Egli utilizza questa tecnica particolare anche nell'"abside di S. Maria delle Grazie", sulla "facciata della Certosa di Pavia" e in "S. Maria dei Miracoli" a Brescia. Per incarico commissionatogli dal Duca, deve fare provvista a Saltrio di pietre tagliate per il "tiburio di S. Maria delle Grazie", e il Capitano di Lugano deve prestargli ogni aiuto e togliere ogni dazio sul trasporto.

A cinquant'anni è il più affermato architetto lombardo

Nel maggio del 1497 i fabbricieri del Duomo di Pavia decidono di richiamare lui e il Dolcebuono per riprenderne l'edificazione; incarica quindi lo scultore-assistente Giovan Pietro Fugazza (da Curio) di preparare un nuovo modello in legno della cattedrale, seguendo le sue precise direttive (per perfezionarlo ci volle più di un quarto di secolo!). I modelli lignei erano di estrema importanza come "speculum" per i lapicidi: nel contratto si esigeva che si evidenziasse perfino la decorazione in rilievo, con tutti i particolari esattamente in scala. I rilievi da lui eseguiti nel 1498 per "L'Arca di S. Lanfranco" per l'omonima chiesa pavese del complesso monastico del S. Sepolcro denotano una nuova dolcezza di modellato d'impronta leonardesca. L'anno successivo, in compenso per tutte le sculture eseguite per "l'altare di S. Giuseppe" nel Duomo di Milano, riceve dalla fabbrica del Duomo 1306 lire, ossia la metà del valore d'una casa da gentiluomo. Nel 1498 avvia la costruzione del Santuario della Madonna dei Miracoli di Saronno, sita sulla destra del vecchio tracciato della Varesina, sul luogo in cui avvenne una portentosa guarigione proprio nell'anno della sua nascita: il 1447. Nello stesso anno è coinvolto nell'edificazione di parte della chiesa di S. Maria dell'Incoronata a Lodi e presta la sua opera anche nella fabbrica di S. Francesco Grande a Milano. Per eccesso di incarichi deve cedere ai fratelli Tommaso e Giacomo Rodari da Maroggia (scultori cresciuti alla sua scuola) l'incarico di completare la "trahina" della chiesa di S. Maurizio di Ponte in Valtellina ove il suo collaboratore ed amico Giacomo del Maino (autore dell'ancona in S Michele a Pavia) esegue l'elegante icona lignea della Vergine. Spesso viene consultato, spesso in collaborazione col cognato Lazzaro Palazzi, come perito, ad esempio nel 1494 valuta il marmo portato alla Certosa di Pavia da Manfredo Vassalli di Riva S. Vitale. Nel 1505 come consulente dei fabbricieri del Santuario di S. Maria dei Miracoli di Saronno stila un contratto dettagliato per la costruzione del tiburio, ove il capomastro Beltramo de Bregno di Osteno s'impegna a seguirne le istruzioni.

Ipotesi di influssi amadeiani presso i conti Rusca di Locarno

Denota pure il suo stile architettonico l'impianto della chiesuola di S. Maria Annunciata, eretta nel 1497 e sita ai piedi della rupe ove ora sorge il Santuario della Madonna del Sasso di Locarno: concepita come prima cappella di un Sacro Monte locarnese (attuato poi solo nel Seicento quasi in concorrenza con quello di Varese). La planimetria articolata "ad quadratum", la novità della copertura di due coppie di crociere abbinate, la cupola sul coro terminante in un tiburietto ottagonale, la sagoma delle lesene angolari, la foggia degli eleganti capitelli a grandi foglie all'imposta della cupola, palesano influssi della sua scuola. Già nel 1500 l'altare maggiore era ornato dalla pregevole ancona dell'Annunciazione di Bernardino de' Conti: in alto l'Eterno, al centro l'Annuncio a Maria e nel paliotto l'Annuncio alle anime purganti. Nel 1522 le pareti sono gratificate da una campagna di affreschi tra cui quello nella parete nord del coro, raffigurante La Madonna in trono col Bambino, attribuibile a Domenico Pezzi detto Sumvicus, pittore pendolare tra Lugano e Genova, documentato in S. Maria degli Angeli a Lugano, in S. Maria del Sasso a Morcote, nel portico antistante la parrocchiale di Villa Luganese, nel S. Biagio di Ravecchia e a Gravedona; sulla parete sud della navata, Cristo fra i Dottori, attribuito ai fratelli della Rovere detti Fiammenghini. Inoltre la presenza nel castello di Locarno del busto di Jacopo Rusca, ora collocato nel locale Museo del castello visconteo, opera firmata di Antonio della Porta, allievo e nipote del Nostro, e tre tondi marmorei (ritratto di Lodovico il Moro e due ritratti muliebri, di cui uno al Museo nazionale svizzero di Zurigo) postulano stretti rapporti di committenza delle famiglie nobili locarnesi con artisti milanesi, appartenenti alla sua cerchia, ancor prima dell'arrivo del Bramantino. In capo al Verbano i conti Rusca tenevano una piccola corte sforzesca continuamente aggiornata grazie anche agli stimolanti apporti di una comunità di frati dell'Osservanza francescana particolarmente attiva e in stretto contatto con l'ambiente culturale milanese. Sulla paternità del progetto del rivellino del castello di Locarno, recentemente (2004) attribuita a Leonardo da Vinci da Marino Viganò, va ricordato che nel triennio 1488-'90 il Nostro vien designato quale ingegnere ducale, inviato in Valtellina per provvedere al miglioramento delle strade, al rinforzo della "murata di Chiavenna" e della "fortezza di Piattamala" a nord di Madonna di Tirano, all'imbocco della grigionese valle di Poschiavo e per progettare il "ponte di Ganda" in quel di Morbegno. Di conseguenza, in base ai documenti e ai reperti sin qui raccolti appare più probabile la sua presenza a Locarno che non quella di Leonardo, di cui legioni di studiosi si sono da sempre occupati, non riuscendo per ora a scoprire un solo documento che ne attesti la capacità di realizzare concretamente un suo progetto architettonico.

I chiostri di S. Ambrogio e il compimento del tiburio del Duomo

Nel 1497 Donato Bramante progetta i 4 chiostri della riedificazione dell'ex monastero cistercense di S. Ambrogio, ma alla caduta del Moro nel 1499 abbandona Milano per recarsi a Roma, per cui la realizzazione dell'opera viene assegnata al Nostro con la collaborazione di Cristoforo Solari detto il Gobbo, Bartolino da Rosate e Paolino Cenderano. Quanto spetti al primo progettista o al Nostro è oggetto di controversia tra gli specialisti, tuttavia le incontestabili capacità e la personalità artistica non lo potevano certo relegare al livello di un semplice esecutore. Dopo la morte della prima moglie Maddalena Solari (madre di Francesco, Baldassarre e Ludovica), si risposa nel 1500 con Zaccarina da Sesto, vedova dell'orefice Giovan Antonio Niguarda. Si noti che uno dei suoi principali collaboraori sul cantiere della Certosa è lo scultore Giovan Stefano da Sesto! Dei figli avuti nel precedente matrimonio si sa che Francesco muore ancor giovane, Ludovica entra in convento e Baldassarre, avviato agli studi di medicina nell'ateneo pavese (a norma degli statuti occorreva la patente di nobiltà) verrà ferito a morte in un litigio da un compagno di studi: una sorte tragica che oltretutto priverà il Nostro dell'unico erede diretto. Particolarmente ricca di soddisfazioni è la giornata del 24 settembre 1500 in cui porta a termine la cupola del tiburio del Duomo di Milano. Prima dell'agosto 1501 termina le Figure in rilievo di scene della storia dei Certosini e della vita di S. Brunone per il portale maggiore della Certosa di Pavia, eseguito in concorso con Benedetto Briosco. Come architetto capo del Duomo di Milano nel 1503 fornisce il modello della porta verso Compito (Compedum); il 7 agosto 1503 i fabbricieri del Duomo premiano il modello della porta verso Compedo fornito in collaborazione col Dolcebuono. Instancabile, prepara i progetti per la "guglia maggiore" e dà avvio alla sua costruzione, malgrado le opinioni contrarie di alcuni detrattori che alla fine avranno l'effetto di interrompere i lavori; è significativo che fosse il primo a concepire in termini concreti la sua realizzazione, anticipandone gli studi e le premesse. Continuavano a dire che la cupola non era solida e proponevano addirittura che fosse demolita; gli amministratori ne discutono e affidano la decisione a Bernardino Zenale di 83 anni! Alla fine la responsabilità del cantiere viene assegnata a Cristoforo Solari detto il Gobbo, collaboratore del Nostro, ma ciò costituiva un immeritato gesto di sfiducia per chi aveva realizzato un'opera che sfidava le leggi della staticità, seguendo gli arditi indirizzi concepiti dal suo maestro Guiniforte e contro i pareri del Bramante espressi nella "Bramanti Opinio".

Il tiburio del Santuario di Saronno e altri numerosi incarichi

Costruita tra il 1504 e il 1513 la basilica di S. Magno a Legnano presenta gli stessi elementi architettonici riscontrabili a Saronno, Infatti i deputati del locale Santuario di S. Maria dei Miracoli il 10 marzo 1505 lo incaricano di progettarne il tiburio: il contratto prevede che il lapicida Beltramo fu Giovanni Bregno da Osteno, abitante a Saltrio fornisca le pietre della locale cava, da consegnare a Castelseprio. La Fabbrica di S. Maria presso S. Celso il 14 giugno 1505 paga a lui e a Cristoforo Solari (il Gobbo) il dovuto compenso per l'esecuzione del modello ligneo della chiesa. In questo periodo sono numerose le sue trasferte a Candoglia per sorvegliare i lavori nelle locali cave di marmo, ne progetta i miglioramenti e organizza il trasporto dei carichi sia sul Verbano che sul Naviglio grande fino al "laghetto" presso il cantiere del Duomo di Milano. Nel 1507 è riconosciuto creditore per lavori da lui eseguiti come ingegnere nella fabbrica di S. Maria Canepanuova a Pavia. Nel 1507 fornisce i modelli per i "due sepolcri in marmo per Giovan Matteo Bottigella e Bianca Visconti", come appare dal lascito di 1200 lire di Filippo Bottigella ai frati della chiesa di S. Tommaso di Pavia e progetta e dirige l'edificazione di Palazzo Bottigella: la bella faccciata è scandita da fregi, lesene e candelabre in cotto. Nell'ex monastero di S. Maria Teodote, oggi Seminario vescovile, il bel colonnato del chiostro reca sue decorazioni in cotto, e sul lato Est il pregevole oratorio di S. Salvatore è un mirabile esempio della sua arte. In merito al "santuario di S. Maria della Fontana" (precedentemente e a lungo attribuito a Leonardo), l'archivista Grazioso Sironi nel 1982 ha pubblicato il contratto del 17 marzo 1508 da lui ritrovato dove il Nostro appare come il vero progettista ed esecutore: un esempio lampante di come generazioni di studiosi si siano lasciati sedurre dai nomi altisonanti di Leonardo e di Bramante per sostenere attribuzioni approssimative, ma molto appaganti per la loro "vendibilità". Il 15 gennaio 1508 presenta il nuovo modello della cupola del tiburio del Duomo di Milano terminante con la guglia superiore, costruendone, con la collaborazione di Andrea Fusina e di Cristoforo Solari, una delle basi ottagonali, ossia il "gugliotto" detto poi "dell'Amadeo". Sollecitato dal cliente, Pietro Pallavicino da Scipione, commendatario dell'Abbazia di S. Lanfranco di Pavia, promette di terminare l'Arca di S. Lanfranco entro luglio. Nello stesso anno investe 50 ducati in una società per lo sfruttamento di un monte di marmo bianco da lui scoperto in val Strona, territorio di Omegna; suoi soci sono: Benedetto Briosco e Giovan Angelo Marinoni. Il vescovo di Como, il governatore Gruerio, i Canonici del capitolo i Presidenti di provvisione il 4 aprile 1510 richiedono la sua consulenza per decidere l'edificazione del nuovo coro absidato del Duomo secondo l^'ultimo modello depositato nella bottega del suo allievo Tommaso Rodari da Maroggia. Nel 1511 realizza il "coronamento della chiesa della SS. Incoronata a Lodi": chiesa progettata ed iniziata da Giovanni Battagio ed edificata successivamente in collaborazione col Dolcebuono (purtroppo prematuramente morto nel 1506).

Gli anni del crepuscolo e di un controverso capolavoro luganese

Rimasto privo di eredi diretti, nel 1514 dispone che le sue terre di Giovenzano passino alla fabbrica del Duomo di Milano, disponendo che parte delle entrate servano a costituire delle doti per le figlie degli scultori poveri e per creare una scuola di disegno nella sua casa in Camposanto (dietro l'abside del Duomo). Al fine di assegnare finalmente una attribuzione più che probabile, vista la sua generale notorietà non solo a Milano, ma anche a Como per i pareri dati per la costruzione delle absidi rinascimentali del Duomo, appare del tutto verosimile che nel 1516 venga incaricato della progettazione della nuova "facciata rinascimentale della collegiata di S. Lorenzo di Lugano" che riecheggia la sua giustamente rinomata decorazione scultorea dei chiostri alla Ca' Granda di Milano; considerate le sue documentate relazioni del 1518 con cittadini luganesi, oltre ai già citati rapporti famigliari e di consorteria, durati tutta una vita, con numerosi artisti "laghisti", il 19 luglio 1518 dà in affitto la sua casa in parrocchia di S. Babila a Giovanni Marco fu Pietro da Lugano, mastro da muro, e il 12 novembre paga 44 lire per lavori di miglioria eseguiti nella casa dal suddetto. La facciata rinascimentale è stata giudicata da alcuni critici troppo lontana dal facile (presunto) decorativismo del Nostro, quasi che il suo stile fosse sempre rimasto fermo agli esiti della Cappella Colleoni del 1476! Altri invece la interpretano come una sublime applicazione degli studi del Nostro della sezione aurea, applicata allo studio delle partizioni architettoniche, già posta in opera nei loggiati dei cortili della Ca' Granda a Milano. La sublime semplicità dell'impianto, la vigorosa plasticità dei profeti e delle sibille, il programma iconografico dei fregi dei portali, tutto lascia intendere un nuovo modo di concepire la funzione dell'arte proprio di un architetto ispirato dalle vette raggiunte dall'arte di Leonardo; purtroppo però, a detta dei critici del passato, il Nostro a Milano non ebbe alcun contatto col grande Maestro! Quanto tale affermazione sia fallace l'han dimostrato gli studi più aggiornati quali quelli di Schofield, Shell, Sironi, Gilardoni, Spiriti, Patetta, Castelfranchi, Morscheck, Scaramellini, Covini, et alii. La vicenda dell'errata attribuzione di S. Maria alla Fontana ne fa fede. La nomina di Cristoforo Solari ad Architetto capo della Fabbrica del Duomo, avvenuta il 7 novembre 1519, lo pone immeritatamente ormai in secondo piano e la sua opera ne sarà fortemente condizionata e ridotta: ne rimase profondamente accorato. A lui dobbiamo ancora la guglia di Nor-Est, che porta il suo nome, la seconda in ordine di tempo, dove ritorna anche sommo scultore come agli inizi, scolpendo una dolce "Natività". Il 20 maggio 1520 fa testamento: i suoi averi passano in eredità a Giovan Maria de Amadeo fu Giovan Antonio, nobile di Milano, e consigliere della Fabbrica del Duomo, suo parente più stretto dopo la premorienza dei due figli maschi: purtroppo il figlio Baldassarre, come già detto, a soli 21 anni era spirato a Pavia, assassinato da un compagno di studi il 10 luglio 1511, e il Nostro troverà la forza d'animo di concedere il perdono all'uccisore. Muore a Milano il 27 agosto 1522. Il necrologio recita: 1522 die XXVII aug. Jo. Antonius Homodeus Venerande fabrice msi. architectus. A ricordo perenne di questa sua opera non so se più grande, ma certo più sofferta, vicino alla base del suo gugliotto eponimo alla base della guglia maggiore che reca al sommo la Madonnina, è stato collocato un medaglione in bassorilievo con la sua effigie sul recto e una Madonna col Bambino sul verso (calco al Museo del Duomo).

Bibliografia

Fonti

Amadeo, Giovanni Antonio Amadeo, Giovanni Antonio Amadeo, Giovanni Antonio

See also: Giovanni Antonio Amadeo, 1447, 1522, Adda, Ascona, Bellinzona, Bergamo, Binasco, Blenio