Gian Giorgio Trissino

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Gian Giorgio Trissino dal Vello d'Oro (Vicenza, 8 luglio 1478Roma, 8 dicembre 1550) fu uomo di cultura rinascimentale di poliedrici interessi: poeta, tragediografo, linguista, filosofo, fu anche esperto d'arte militare ed appassionato di architettura; svolse attività diplomatica per il papato.

Amico e mentore di Andrea Palladio, tradusse il De vulgari eloquentia di Dante Alighieri.

Indice

Cenni biografici

Gian Giorgio Trissino nacque a Vicenza nel 1478 da famiglia nobile. Studiò greco a Milano sotto la guida di Demetrio Calcondila. Fu il più celebre intellettuale vicentino del Cinquecento; nella sua villa di Cricoli si radunava una delle più prestigiose Accademie vicentine. Scoperse il più grande talento dell'architettura del suo tempo, Andrea Palladio, di cui fu mentore e amico. Sostenitore dell'imperatore Massimiliano e della sua politica antiveneziana, fu per questo temporaneamente esiliato da Vicenza. Viaggiò e visse a Venezia, Firenze e infine a Roma, dove morì nel 1550, dopo avere svolto missioni diplomatiche per conto dei papi Leone X, Clemente VII e Paolo III. Fu sepolto nella Chiesa di Sant'Agata alla Suburra.

Le opere letterarie

Trissino fu fautore di un classicismo integrale, conforme ai principi aristotelici, che espose nelle sei parti della sua Poetica (1562), una ambiziosa sistemazione di tutti i generi letterari, ognuno ricondotto a precise regole di struttura, stile e metrica.

Le opere poetiche di Trissino sono coerenti con questa concezione di letteratura: così la Sofonisba (composta nel 1514-1515, pubblicata nel 1524) è la prima tragedia di impianto "classico" del secolo. Scrisse anche una raccolta di Rime volgari (1529), con interessanti esperimenti metrici. L'Italia liberata dai Goti (1527, pubbl. 1547) è un laborioso poema in 27 libri sulla guerra tra Bizantini e Ostrogoti (535-539). I simillimi (1548) sono fortemente ispirati (quasi una traduzione) ai Menaechmi di Plauto.

Le ricerche linguistiche

I suoi interventi nel campo della linguistica suscitarono vivaci reazioni nel mondo letterario dell'epoca. Scrisse il dialogo Il castellano (1529) contro la tesi di Bembo e Machiavelli, proponendo una lettura del De vulgari eloquentia di Dante Alighieri (che Trissino tradusse e pubblicò lo stesso anno), sostenendo l'idea di una lingua "cortigiana", formata dalla mescolanza di tutte le parlate della Penisola. La tesi fu contestata dai letterati toscani.

Altra polemica suscitò la sua proposta di riformare l'alfabeto italico con l'adozione di vocali e consonanti dell'alfabeto greco (Epistola de le lettere nuovamente aggiunte alla lingua italiana, 1524).

Il rapporto con Palladio

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Trissino, Gian Giorgio Trissino, Gian Giorgio Trissino, Gian Giorgio

See also: Gian Giorgio Trissino, 1478, 1514, 1515, 1524, 1527, 1529