Fabula di Orfeo
Fabula di Orfeo (o semplicemente Orfeo) è un'opera teatrale di Angiolo Poliziano.
La rappresentazione scenica fu composta a Mantova nel giugno del 1480 «in tempo di dui giorni, intra continui tumulti, in stilo vulgare», in occasione di alcuni festeggiamenti che vedevano coinvolti i Gonzaga.
È un breve dramma, in parte in ottave.
Trama
Orfeo va all'inferno ed ottiene da Plutone, grazie al proprio canto, di riavere la moglie Euridice, uccisa dal morso di un serpente mentre fuggiva dalle attenzioni di Aristeo.
Ma non obbedisce all'ordine di non voltarsi a guardarla prima di essere uscito dall'Ade e la riperde.
Per il dolore disprezza ogni donna, tanto che le Baccanti lo uccidono per aver deplorato i loro riti.
L'opera
L'ispirazione schietta di questo mistero profano è melodiosamente idillica, in una trama pastorale e mitologica, che si sostituisce a quella sacra delle rappresentazioni tradizionali.
L'opera è piena di poesia senza ombre, delicata e musicale.
Bello è il canto delle Baccanti (in ottonari), di ritmo balzante, che porta al tumulto finale di danza e di grida.
La favola ebbe lunga fortuna, nonostante il parere dell'autore, che lo vedeva come un lavoro occasionale ed inferiore. Dell'opera venne fatto un rifacimento più ampio, diviso in 5 atti: pastorale, ninfale, eroico, negromantico, baccanale.
Il critico De Sanctis la definisce come esempio culturale di quella nuova età: «Dopo lungo oblio nella notte della seconda barbarie, Orfeo rinasce tra le feste della nuova civiltà, inaugurando il regno dell'umanità, o, per dir meglio, dell'umanesimo».
- Alla voluttà delle cose si unisce la voluttà dell'elegante letteratura e dei fini svolgimenti retorici, che tuttavia, cangiandosi in elementi decorativi, sono a lor modo vivi. B. Croce
