Dialetto romanesco
Riconoscendo l'arbitrarietà delle definizioni, in seguito a discussione, si è deciso di usare il termine lingua per le lingue riconosciute come tali nella codifica ISO 639-2. Per gli altri idiomi, viene usato il termine dialetto.
Il dialetto romano (o romanesco) può essere considerato più una “parlata” che un dialetto vero e proprio, dato che la grammatica non si stacca di molto da quella italiana, ed un italofono può capire praticamente per intero ciò che viene detto in romano, ad eccezione di alcuni modi dire. È una lingua popolare, ricca di espressioni e modi di dire. Purtroppo il romanesco vero, quello del Belli sta scomparendo e viene sostituito col tempo da un linguaggio volgare che viene definito giustamente "romanaccio".
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Il romanesco e l'italiano
Il romanesco viene parlato quotidianamente da quasi tutti gli abitanti della capitale, la maggioranza di essi possiede anche la padronanza della lingua italiana, ma essa viene utilizzata solo nelle situazioni formali, e risulta di difficile utilizzo nella vita quotidiana. Il dialetto romano vero e proprio, inoltre, viene parlato esclusivamente a Roma; appena al di fuori di essa, infatti (Velletri, Fiumicino, Frascati), la parlata cambia radicalmente, e il romano lascia il posto alle parlate laziali. I parlanti di queste ultime sono chiamati in modo dispregiativo burini dagli abitanti della città.
Fonetica
Il romanesco appartiene al gruppo dei dialetti centro-meridionali, ma ha forti influssi del toscano. Il vocabolario del dialetto di Roma è quasi interamente uguale a quello italiano, le parole differiscono però a causa di alcuni cambiamenti fonetici, i principali sono i seguenti:
- il cambio della /l/ in /r/ quando è seguita da consonante (es: dorce)
- l’addolcimento del suono della “c” in /sh/ quando è intervocalica (es: pace /’pa:she/)
- il cambio del suono della “s” preceduta da consonante, in “z” col suono /ts/ (es: perzona /per’tso:na/)
- il cambio del suono /nd/ in /nn/ (es: quanno)
- l’indebolimento della doppia “r”, che non esiste in romano (es: azzuro, verebbe)
- il cambiamento del dittongo “uo” in “ò” (es: bòno =buono; còre = cuore)
- la scomparsa delle vocali in inizio parola quando seguite da “n” nasale (es: ‘ndicà = indicare ; ‘n = un / in)
- il cambio “gli” in “j” o la sua totale scomparsa (es: maja = maglia; fio = figlio)
- la vocalizzazione della “l” negli articoli, nelle preposizioni articolate, e nelle parole in cui è preceduta e seguita da “i” (es: ‘o ‘a ‘e = lo la le; dô dâ â ao = dello della alla allo; mïone = milione; bïardo = biliardo; òjo = olio)
- la vocalizzazione della “v” quando è intervocalica, essa diventa una lettera quasi muta che viene a pronunciarsi quasi come /w/ od a scomparire totalmente (es: “uva” quasi si pronuncia /’u:a/. Le II e III persone plurali dei verbi avé e dové (avere e dovere) “avemo, avete, dovemo e dovete”, divèntano “amo, ate, demo, dete”)
- il raddoppiamento delle consonanti in inizio parola se precedute da parole tronche, ed il suono della “b” che si pronuncia quasi sempre come se fosse doppia (es: Chi è cche pparla?; Sei pòpo bbòna! = sei proprio bella!)
I cambi fonetici sopraccitati avvengono nella pronuncia di tutte le parole, persino in quelle straniere, e ciò e dovuto alla difficoltà di pronunciare alcuni accumuli consonantici, per fare un esempio la parola inglese Chelsea viene a pronunciarsi, nella parlata quotidiana, come se fosse scritta “cèrzi” /’tshèrtsi/. Sono questi cambi fonetici che danno vita al tipico accento dei romani anche nel loro parlare italiano.
Modi di dire
La parlata romana è sempre contornata da parole utilizzate come intercalari o per attirare l’attenzione: il più famoso è l’utilizzatissimo “aó” che si usa per richiamare l’attenzione verso di sé prima di parlare (es: <<aó scusa, sai ch’ore sò’?>>). Si sta inoltre sempre più diffondendo tra i giovani l’intercalare “càrcola”, quest’imperativo si introduce nel discorso col significato di “pensa, rifletti su ciò che ti dico” (es: <<càrcola che si nn’ô fai mo n’ô fai ppiú!>> = guarda (pensa) che se non lo fai ora non lo farài piú!). Un altra parola tipicamente romana è "'mbè", è un'interrogativa che ha il significato di "allora?", "quindi?" (es: <<'mbè ch'ha ffatto poi?>>) Una particolarità del dialetto romano (che si può spesso sentire anche quando un romano parla italiano) è l'uso del "com'è" al posto del "perché" che viene comunque utilizzato ma è meno frequente. (es: <<Poi nun cé sò ppiú annato llà>> <<e ccom'è?>>)
Grammatica
Come già citato la grammatica romana è molto simile a quella italiana. Le differenze però ci sono, la più famosa è la scomparsa delle lettere finali –re dall’infinito dei verbi. Diventano perciò tronchi i verbi che in italiano sono piani, e piani quelli che in italiano sono sdruccioli (es: magnà, cadé, èsse, uscí = mangiare, cadere, èssere, uscire). L’unica vera differenza grammaticale tra italiano e romanesco è che, nel romanesco, esistono, come in latino due tipi di gerundio, il primo è quello che si usa come soggetto o complemento, e si forma aggiungendo –nno all’infinito dei verbi (continuanno così, finimo male); il secondo è il gerundio nel senso di azione continuata, e si forma in questo modo: stà’ + a + infinito del verbo; quindi per domandare “cosa stai facendo?” si dirà “che stai a ffà?”.
Un'altra particolarità grammaticale del romano è l'esistenza di due particelle pronominali differenti per la prima persona plurale: se le altre particelle cambiano semplicemente la /i/ in /e/ ("mi, ti, si, vi" diventano "me, te, se, ve"), per la prima persona plurale se ne distinguono due: l'italiano "ci" in romano si dice sia "ce" che "se". La prima particella si usa quando la persona del verbo è diversa dalla prima persona plurale (es: "ci vuole bene" diventa "ce vò bbene"), la seconda particella si utilizza quando la persona del verbo è la prima plurale (es: "ci vediamo dopo" diventa "se bbeccamo dopo").
Da citare è anche il vocativo. In romano, infatti, quando si chiama qualcuno per nome, non si pronuncia mai il nome per intero, ma ci si limita a pronunciarlo fino all’accento, le altre lettere vengono troncate (es: Alessà’, viè cqua! = Alessandro, vieni qua!; Scusi signó'!= Mi scusi signora!). In alcuni casi particolari, le forme del vocativo sono multiple. Ad esempio il nome Walter può diventare:
- "Ah Và', viè' cqua!"
- "Ah Varte', 'ndo vai?"
- "Ah Vartere!"
Il tutto per l'innata tendenza alla musicalità dell'eloquio, in cui a volte, nel chiamare qualcuno, si inseriscono toni vibrati: basti pensare ai personaggi interpretati da Gigi Proietti ("Consuelo-o").
Il romanesco nell'arte
Il dialetto tradizionale di Roma ha una sua importanza sia letteraria che "culturale". In ambito letterario gli scrittori più famosi tra quelli che lo hanno usato sono Giuseppe Gioacchino Belli, Trilussa e Cesare Pascarella.
In ambito culturale (prendendo il termine con un'accezione ampia) ha importanza nell'ambiente cinematografico e televisivo; infatti, vista l'ampia produzione a Roma di film e programmi TV, si ha spesso l'uso del romanesco in quanto dialetto in qualche modo vicino. A questo si aggiunge la tradizione delle compagnie teatrali e di avanspettacolo cittadine. Bisogna però dire che in realtà quello che si trova nei mezzi di comunicazione ormai non è romanesco ma romanaccio, ovvero una parlata italiana con semplici inflessioni dialettali. Alcuni attori noti (anche) per la parlata romanesca sono Aldo Fabrizi, Alberto Sordi, Nino Manfredi, Gigi Proietti, Carlo Verdone. Il capostipite comunque dello spettacolo teatrale, di rivista e poi cinematografico, è stato Ettore Petrolini.
Il romanesco vero è ormai quasi perduto per la scolarizzazione, l'influenza dei mezzi di comunicazione e soprattutto l'arrivo di grossi flussi migratori in città da molte regioni italiane sin dall'unità d'Italia.
Fino agli anni '60 vi era anche una discreta produzione di canzoni in romanesco: tra gli interpreti più noti bisogna citare Gabriella Ferri, Claudio Villa e Lando Fiorini.
Voci correlate
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