De bello gallico

Il De bello gallico è lo scritto sicuramente più conosciuto di Caio Giulio Cesare, generale e dittatore dell'Impero Romano. In origine, era probabilmente intitolato C. Iulii Caesaris Rerum Gestarum e il sottotitolo con cui l'opera è oggi conosciuta - con l'esplicito riferimento alla campagna gallica - è stato aggiunto in seguito, dopo la morte dell'autore, per meglio distinguere questi Commentarii da quelli riguardanti la guerra civile (vedi De bello civili) e gli altri conflitti, confluiti poi nel Corpus Caesarianum.

Il De bello gallico fu redatto da Cesare come diario di guerra, con chiaro intento apologetico della propria condotta, osteggiata a Roma da molta parte del Senato romano. L'ambizione e le capacità politiche del condottiero erano infatti eccezionali e assai temute da una corporazione politica indebolita dal volgere degli eventi e da mali di sempre: corruzione, interesse personale nell'attività pubblica e vendette di clan.

I sette libri base dell'opera coprono il periodo dal 58 AC al 52 AC nel quale Cesare procedette alla sottomissione della Gallia. Un ottavo libro, relativo all'ultimo anno di guerra, viene attribuito generalmente ad un luogotenente di Giulio Cesare, Aulo Irzio. La conquista della Gallia da parte di Roma si svolse a fasi alterne, registrando anche pesanti insuccessi che il racconto di Cesare attenua o giustifica, ma non nasconde. Il De bello gallico, verosimilmente, è stato scritto anno per anno, durante gli inverni, nei periodi in cui erano sospese le operazioni militari.

Tale ipotesi è avvalorata da alcune contraddizioni presenti nell'opera, difficilmente spiegabili se si ammette una redazione avvenuta in un breve lasso di tempo; inoltre tale ipotesi spiega l'evoluzione stilistica dallo stile scarno del commentarius alla prosa più accurata tipica della historia. Infatti, nella seconda parte dell'opera è presente una maggiore varietà di sinonimi ed è più frequente l'uso del discorso diretto, anche se Cesare predilige il discorso indiretto, mutuato dall'abitudine ai rapporti militari e governativi, quindi il discorso diretto può essere una voluta concessione alla consuetudine storiografica romana. È possibile che Cesare, per comodità compositiva, abbia redatto separatamente, forse in forma abbozzata, i resoconti delle varie campagne e li abbia poi riordinati e coordinati in un secondo momento.

Contesto storico

L'azione si svolge a partire dall'anno in cui Cesare, governatore delle Gallie e dell'Illiria, si trova a dover fronteggiare la decisione presa dalle quattro principali tribù elvetiche, dimoranti in regioni nell'odierna Svizzera, di divenire nomadi a causa di difficoltà contingenti. Cesare contrasta tale iniziativa per proteggere dai saccheggi la Provenza, già dominata da Roma, e le popolazioni vicine, indipendenti ma alleate di Roma. Tuttavia il problema posto dagli Elvezi è solo la punta di un iceberg: dal nord-est, alle due rive del Reno, le incursioni dei popoli germani rendono inquieta la vita delle popolazioni stanziali nella Gallia Transalpina.

Dalla lontana Britannia (l'odierna Inghilterra, sulle cui coste i romani fino a quel tempo non erano mai sbarcati se non forse per sporadici contatti commerciali) giungono rinforzi alle tribù ostili a Roma. Ben presto la guerra dilaga in focolai che costringono il governatore a spostare di continuo il campo di battaglia e a farsi prorogare il mandato. Cosa questa che in verità non gli dispiace affatto, dato che la guerra era, allora come oggi, un'opportunità per il vincitore finale, e Cesare non manca certo né di fiducia in se stesso né di coraggio, e tanto meno di curiosità sufficiente a fargli sperimentare nuovi sistemi di battaglia, a parlamentare con il capo dei temuti e sconosciuti germani, a raccogliere informazioni geografiche ed etnografiche sui territori che deve affrontare, fino a sbarcare con un esercito nella sconosciuta Inghilterra.

Il fantasma della guerra alle porte di Roma, con il quale l'aristocrazia romana aveva giocato fin dai tempi della prima Repubblica (si vedano gli scritti di Livio a proposito delle chiamate alle armi nelle guerre contro gli Equi), viene ora usato da Cesare contro l'aristocrazia stessa. In molte pagine dei Commentarii si riesce ad intuire un certo tono di divertimento, nel condurre il gioco intellettuale del ricatto contro gli uomini del Senato che da Roma potrebbero stroncarlo ma non riescono neppure a contrastarne le decisioni con una semplice revoca del mandato, contro i falsi amici che lo hanno seguito per metitarne la benevolenza senza avere il coraggio di seguirlo fino in fondo nelle sue decisioni.

Si avverte la tensione vibrante dei momenti decisionali, resa tollerabile dall'atteggiamento razionale, di chi vuol conoscere il nemico, la sua personalità, i suoi mezzi tecnici, le sue abitudini e i punti di forza per evitare passi falsi. La fortuna e l'organizzazione ponderosa dell'esercito romano fanno il resto, e alla fine della lunga campagna la Gallia è completamente sottomessa a Roma.

Dopo la battaglia di Alesia la resistenza dei Galli Transalpini è ridotta a disperati focolai di rivolta che vengono soffocati con una durezza ignota alle precedenti fasi belliche. La battaglia di Alesia è per secoli rimasta una pagina di strategia militare esemplare per il modo con cui venne condotto l'assedio, per la sorprendente opera di fortificazione fatta eseguire attorno alla città sacra della Gallia indipendente da Roma.

Collegamenti esterni

See also: De bello gallico, 52 AC, 58 AC, Battaglia di Alesia, Britannia, Caio Giulio Cesare, Commentarius (Giulio Cesare), De bello civili, Etnografia, Gallia