De bello civili
Il De bello civili di Caio Giulio Cesare si divide in tre libri, i primi due narrano gli eventi del 49 AC ed il terzo quelli del 48 AC, senza tuttavia coprire interamente gli avvenimenti di quest'ultimo anno. L'opera appare incompiuta, infatti, la narrazione lascia in sospeso l'esito della guerra di Alessandria.
Si pensa che il De bello civili sia stato composto nella seconda metà del 47 AC e nel 46 AC, e pubblicato poi nello stesso anno 46.
Cesare, attacca la vecchia classe dirigente, rappresentata come una consorteria di corrotti e ricorre all'arma di una satira sobria, una novità stilistica rispetto al De bello Gallico, per svelare le basse ambizioni e i meschini intrighi dei suoi avversari. Tuttavia, nel De bello civili, non si trova un preciso programma di rinnovamento politico dello stato romano. Cesare, infatti, aspira soprattutto a dissolvere di fronte all'opinione pubblica l'immagine che di lui dava la propaganda aristocratica, presentandolo come un rivoluzionario, un continuatore dei Gracchi o, peggio ancora, di Catilina e vuole mostrarsi come colui che si è sempre mantenuto nell'ambito delle leggi e che le ha difese contro gli arbitrii dei suoi nemici.
Il destinatario della sua propaganda è lo strato "medio" e "benpensante" dell'opinione pubblica romana e italica, che vedeva nei pompeiani i difensori della costituzione repubblicana e della legalità e che temeva i sovvertimenti sociali. Perciò, Cesare spiega la ragione di alcuni suoi provvedimenti di emergenza e cerca di rassicurare i ceti possidenti.
Sottolineando di essersi sempre mantenuto nei limiti della legalità repubblicana, Cesare insiste sulla propria costante volontà di pace: lo scatenarsi della guerra si deve solo al rifiuto, più volte ripetuto, di trattative serie da parte dei pompeiani.
Un altro fondamentale motivo dell'opera è la clemenza di Cesare verso i vinti, contrapposta alla crudeltà degli avversari. Dopo Mario e Silla, molti si aspettavano nuove proscrizioni, nuovi bagni di sangue. Cesare mira a rassicurare la popolazione e insieme di disarmare l'odio dei suoi nemici. Sia nel De bello gallico, sia nel De bello civili Cesare eleva un monumento alla fedeltà e al valore dei propri soldati, dei quali contraccambia l'attaccamento con affezione sincera.
Probabilmente l'elogio che Cesare fa dei componenti del suo esercito non può essere staccato dal processo di promozione sociale, fino all'ammissione nei ranghi del senato, degli homines novi di provenienza militare, ma è anche pensando ai posteri che Cesare tramanda nella sua opera i nomi di centurioni o di semplici soldati distintisi in atti di particolare eroismo.
