Comunismo
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Per comunismo si intende una dottrina che teorizza la creazione di una società nella quale la produzione e/o la distribuzione dei beni e dei servizi si svolge in modo comune, con la proprietà collettiva dei mezzi di produzione e scelte collettive circa la distribuzione dei beni e dei servizi prodotti al fine di garantire un maggior benessere dei cittadini, evitando le disuguaglianze sociali ed economiche che caratterizzano le società basate sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sul libero mercato.
Per alcuni una tale società è solo un ideale a cui tendere, mentre per i marxisti "Il comunismo non è una dottrina ma un movimento; non muove da principii ma da fatti".
Dal punto di vista storico il comunismo moderno può essere considerato una corrente del socialismo ma da esso distinto e come esso ha origine nel movimento operaio che si sviluppa in Europa a partire da metà del XIX secolo per contestare le ingiustizie del capitalismo.
Ma l'aspirazione a creare una società egualitaria ha origini assai più lontane e ha dato vita nel corso dei secoli a teorie che nel tempo hanno assunto connotazioni e realizzazioni differenti, che in seguito ripercorriamo, suscitando consensi e critiche di ogni genere.
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1 La nascita del movimento socialista 3 Il comunismo dopo l'URSS |
Età antica
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Molti pensatori occidentali hanno concepito e difeso idee di comunismo, alcune molto simili a quelle poi divenute note con questo termine nel XIX secolo: Platone, nella Repubblica scritto nel IV secolo avanti Cristo teorizza l'abolizione dei beni privati, che devono essere gestiti da una classe di intellettuali per il superiore interesse dello stato, al di sopra delle mire e delle avidità personali.
Anche nel cristianesimo delle origini vi sono aspirazioni di tipo comunistico, su base volontaria. Non teorizzano forme di stato valevoli per tutti i cittadini. Questi ideali troveranno spazio negli ordini monastici oppure, soprattutto nel medioevo, in alcuni movimenti ereticali.
Età moderna
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Ideali di tipo comunistico e un progetto di abolire la proprietà privata torna in auge all'epoca della Riforma protestante, con la guerra dei contadini, che sconvolge l'Europa ed è soffocata nel sangue. Fra i protagonisti di questo movimento rivoluzionario si annoverano Tommaso Muntzer e Giovanni da Leida
Più tardi L'Utopia di Tommaso Moro e La Città del Sole di Tommaso Campanella descrivono ugualmente altre comunità ideali in vario grado comuniste.
L'idea di comunismo aleggia durante l'Illuminismo, influenzando diversi filosofi e soprattutto Jean-Jacques Rousseau, l'Abate di Mably e Morelly (il cui pensiero influenza profondamente la Rivoluzione francese e il Giacobinismo), e altri circoli rivoluzionari egualitari, incarnati nella persona di Jean Paul Marat.
Si segnalano poi, fra gli esperimenti di "comunismo reale", anche le reducciones del Paraguay impiantate dai Gesuiti nel XVIII secolo.
Il comunismo nell'Ottocento
Molti idealisti del XIX secolo, colpiti dalla miseria materiale e morale della rivoluzione industriale, fondano con poca fortuna comunità utopistiche, soprattutto nel Nuovo Mondo. Il filosofo francese Ètienne Cabet, nel suo libro Viaggi ed avventure di Lord William Carisdall in Icaria descrive una società ideale in cui un governo eletto democraticamente controlla tutte le attività economiche e supervisiona le attività sociali, lasciando solo la famiglia come unica altra unità sociale indipendente. Nel 1848 cerca senza successo di organizzare comunità icariane negli Stati Uniti, anche se alcune piccole comunità icariane sopravvivono fino al 1898.
La nascita del movimento socialista
Karl Marx e il Manifesto del Partito Comunista
right|thumb|Karl Marx Le condizioni di estrema povertà degli operai nel corso della prima fase della rivoluzione industriale, sollecitano la nascita tra di essi di una nuova coscienza politica, che a volte sfocia nell'elaborazione di tesi comuniste. Il più importante filosofo a credere nel comunismo è Karl Marx che usa il termine tra l'altro nel Manifesto del Partito Comunista scritto con Friedrich Engels.
Con Marx ed Engels il comunismo diventa un movimento rivoluzionario. In contrasto con le idee utopistiche di Owens e Saint-Simon, Marx ed Engels affermano che il comunismo non poteva emergere da piccole comunità isolate ma solo globalmente, dal corpo dell'intera società. Il Manifesto propone una lettura della storia sotto la lente del concetto di lotta di classe: il motore della storia è nel contrasto tra una piccola elite, che possiede o controlla i mezzi di produzione e la grande maggioranza di persone, che non possiede quasi nulla.
Nella fase storica descritta dal Manifesto, il capitalismo, la borghesia (capitalisti che detenevano i mezzi di produzione) opprimeva il proletariato (lavoratori industriali). Nell'opera Das Kapital (Il Capitale), Karl Marx analizza come i capitalisti comprassero forza lavoro dai lavoratori ottenendo il diritto di rivendere il risultato dell'attività produttiva come profitto (vedi Teoria del valore del lavoro per i dettagli); questo, secondo Marx, porta ad una ingiusta e insostenibile distribuzione della ricchezza. Per Marx era solo questione di tempo: le classi lavoratrici di tutto il mondo che aveva raggiunto il modo di produzione capitalista, presa coscienza dei loro comuni obiettivi, si sarebbero unite per rovesciare il sistema capitalista che le opprimeva, ridistribuendo le ricchezze loro ingiustamente sottratte. Lo considerava un risultato inevitabile di un processo storico in atto, se lo svolgimento della storia avesse seguito la logica di una razionalità hegeliana, potendosi comunque verificare, qualora il socialismo non fosse riuscito ad imporsi, l'imbarbarimento della società attraverso la rovina di ambedue le classi in lotta.
Dalle rovine del capitalismo sarebbe sorta una società in cui, dopo un periodo di transizione (dittatura del proletariato) in cui lo Stato avrebbe controllato i mezzi di produzione, la loro proprietà sarebbe passata alla società stessa nel suo complesso (lo Stato era destinato a dissolversi). La dittatura del proletariato, come fase transitoria, veniva così a contrapporsi alla dittatura della borghesia, come imposizione alla minoranza dei capitalisti della volontà della stragrande maggioranza della popolazione (il proletariato). La proprietà privata sarebbe stata limitata agli effetti personali (proprietà individuale). La conseguenza della proprietà collettiva dei mezzi di produzione sarebbe stata, nell'ottica di Marx, la fine della divisione della società in classi sociali e, di conseguenza, la fine dello sfruttamento e la piena realizzazione dell'individuo. L'ateismo, caratteristica del comunismo marxista, era una conseguenza logica del materialismo dialettico che il marxismo adottava come metodo.
Le idee di Marx sono state sviluppate in molte direzioni diverse: alcuni pensatori prendono da Marx solo il metodo di analisi della società, mentre il nascente movimento socialista ne abbraccia con entusiasmo la parte rivoluzionaria, mettendo in secondo piano il pensiero dei socialisti non marxisti (Pierre-Joseph Proudhon, l'anarchico Bakunin, i già citati utopisti e molti altri). Fu nel segno di Marx che fu creata la Seconda Internazionale Socialista. Nel periodo successivo alla morte di Marx al termine comunismo venne di solito preferito quello, allora equivalente, di socialismo. La grande divisione tra i seguaci delle idee di trasformazione sociale di Marx passava tra i cosiddetti socialisti riformisti o gradualisti come Karl Kautsky in Germania, Filippo Turati in Italia o i marxisti austriaci e i socialisti rivoluzionari come Rosa Luxemburg in Germania o Giacinto Menotti Serrati in Italia. Entrambi i gruppi pensavano che il comunismo fosse la naturale evoluzione della società occidentale, che come era evoluta dal feudalesimo al capitalismo borghese per la crisi del feudalesimo stesso, sarebbe dovuta evolvere naturalmente da capitalista in comunista per via delle contraddizioni interne del capitalismo. La differenza stava nel metodo che ritenevano necessario per questa transizione: mentre i socialisti riformisti ritenevano che il passaggio si sarebbe verificato gradualmente, attraverso una serie di riforme sociali, i socialisti rivoluzionari pensavano invece che questo cambiamento non sarebbe mai avvenuto spontaneamente ma avrebbe richiesto una rivoluzione.
Karl Marx e Friedrich Engels studiano anche altre forme di comunismo. Partendo dalle ricerche di Lewis Morgan e di altri antropologi loro contemporanei, affermano che i primi ominidi vivevano in una sorta di società comunista, chiamata comunismo primitivo: il poco che possedevano veniva condiviso fra tutti, come anche i prodotti dell'attività dei singoli (in massima parte cibo). Alcuni gruppi isolati di persone vivevano fino a pochi anni fa in questo modo. In tutte le società moderne tuttavia la proprietà privata gioca un ruolo fondamentale, facendo sorgere il concetto di società classista.
Questa tesi venne criticata da alcuni indiani americani, come Russell Means, che vedevano il concetto di comunismo primitivo come una distorsione della realtà dovuta all'imposizione di uno schema teorico occidentale precostituito su una situazione che invece non coincideva affatto con questa visione semplicistica delle cose; peggio ancora, Means e gli altri denunciavano come questa distorsione fosse strumentale, dovuta al desiderio di ricavarne prove da portare a sostegno nel dibattito ideologico in Europa. In particolare, l'antropologia del XIX secolo, i cui risultati Marx e gli altri citavano come prova a favore delle loro tesi, era basata su ricerche pesantemente influenzate da pregiudizi razziali, prive di una vera comprensione delle culture in esame e di loro osservazioni dirette.
Comunismo anarchico contro comunismo marxista
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Contemporaneamente alle dottrine di Marx si era sviluppata tuttavia un'altra forma di dottrina comunista: il comunismo anarchico. L'anarchismo prende le mosse dal pensiero di Pierre-Joseph Proudhon: non tutti i pensatori che si sono definiti anarchici hanno tuttavia adottato un modello di economia comunista (lo stesso Proudhon a un certo punto rivalutò in parte la proprietà privata). La polemica tra Proudhon e Marx fu così violenta che quando il primo pubblicò un volume intitolato Filosofia della Miseria il secondo rispose con il pamphlet Miseria della filosofia. Lo scontro tra anarchici e marxisti divampò all'interno dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori (Prima Internazionale). Tra il 1871 e il 1872 Marx ed Engels riuscirono definitivamente a mettere gli anarchici in minoranza e a farli espellere dall'Internazionale.
Il più importante teorico anarchico del primo periodo è sicuramente il russo Michail Bakunin che espose la sua dottrina per lo più in Stato e Anarchia. Per Bakunin libertà e eguaglianza erano due obiettivi inscindibili. Lo Stato, con la sua divisione tra governati e governanti, tra chi possiede la cultura e chi esegue il lavoro fisico, era in sé stesso un apparato repressivo e doveva essere dissolto senza il passaggio per una fase intermedia.
Bakunin individuò gli equivoci e i possibili rischi della nozione di Marx di dittatura del proletariato. Secondo Bakunin il marxismo era l'ideologia di quella che chiamava "élite della classe dominata", avviata a diventare classe dominante a sua volta, e, in particolare, era l'ideologia degli intellettuali sradicati. La conquista del potere da parte dei comunisti marxisti, secondo Bakunin, avrebbe portato non alla libertà ma a una dittatura tecnocratica. Se c'è uno Stato ci deve essere per forza dominio di una classe sull'altra... Che cosa significa che il proletariato deve elevarsi a classe dominante? È possibile che tutto il proletariato si metta alla testa del governo?... I marxisti sono consci di tale contraddizione e si rendono conto che un governo di scienziati sarà effettivamente una dittatura... Essi si consolano con l'idea che tale dominio sarà temporaneo.... La massa del popolo verrà divisa in due armate, quella agricola e quella industriale, poste agli ordini degli ingegneri di Stato che costituiranno la nuova classe politico-scientifica privilegiata. (Michail Bakunin, Stato e Anarchia)
Il modello proposto da Bakunin era quello di una libera federazione di comuni, regioni e nazioni in cui i mezzi di produzione, collettivizzati, sarebbero stati direttamente nelle mani del popolo tramite un sistema di autogestione.
Idee simili a quelle di Bakunin furono sviluppate da Pyotr Kropotkin, suo connazionale, scienziato oltre che filosofo. Criticando il darwinismo sociale che fungeva da giustificazione alla competizione capitalistica e all'imperialismo, nel suo saggio Mutual Aid (1902) Kropotkin si propone di dimostrare come tra le specie animali prevalgano la cooperazione e l'armonia. Proprio cooperazione ed armonia, senza necessità di una stratificazione gerarchica, dovrebbero essere i principi dell'organizzazione sociale umana. Kropotkin prende ad esempio le poleis greche, i comuni medievali ed altre esperienze storiche come esempi di società autogestite. L'etica non dovrebbe essere imposta dalle leggi dello Stato ma scaturire spontaneamente dalla comunità. Come Bakunin, Kropotkin si augura la scomparsa dello Stato e l'instaurazione di un comunismo federalista, autogestito e decentrato.
La Comune di Parigi
Nonostante le divergenze i socialisti e gli anarchici di varie tendenze furono unanimi nel vedere nella Comune di Parigi (1871) il primo tentativo da parte del movimento operaio di creare una società comunista. I comunardi presero il controllo di Parigi per due mesi e combatterono tanto contro la Prussia che contro il governo francese. La Comune introdusse una serie di leggi che riducevano il potere dei detentori di proprietà, come quelle che cancellavano i debiti, prima di venire soppressa nel sangue. Marx più tardi criticò i comunardi per non essersi difesi con più energia, ma la lodò come primo esempio di insurrezione operaia.
Il comunismo e l'URSS
La Rivoluzione d'Ottobre
[[Immagine:Falce_Martello.jpg|right|thumb|180px|La falce e il martello della bandiera sovietica sono conosciuti come il simbolo internazionale del Comunismo; stanno a rappresentare l'unità fra i lavoratori delle città (martello) e quelli delle campagne (falce), le 5 punte della stella stanno ad indicare i cinque continenti.]] Vedi anche voce Rivoluzione russa
L'uso del termine comunista cambia (e acquisisce un significato distinto da socialista) quando nel 1917 il partito leninista prende il potere in Russia con la Rivoluzione d'ottobre, fondando successivamente la Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Dopo la rivoluzione Lenin propone infatti alle fazioni rivoluzionarie dei socialisti marxisti di espellere la fazione riformista, cambiare il nome dei loro partiti in Partito Comunista e unirsi in una nuova Terza Internazionale che poi diventa l'Internazionale Comunista, abbreviato in seguito in Comintern. La nuova Internazionale si ispira al modello sovietico, accetta la leadership del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS) e adotta la versione bolscevica del marxismo.
Il comunismo tende a identificarsi con le vicende dell'URSS, anche se molti regimi e movimenti comunisti si distaccano, per varie ragioni, dall'Unione Sovietica.
Nel pensiero di Lenin, come nel marxismo classico, il primo passo della presa del potere da parte del proletariato consisteva in una rivoluzione: il dominio borghese doveva essere sostituito dal dominio del proletariato (nel pensiero marxista classico questa fase viene chiamata dittatura del proletariato). Lenin però, che aveva ripreso la teoria di Hobson sull'imperialismo, a differenza di Marx che credeva che la rivoluzione sarebbe avvenuta nei paesi in cui il capitalismo era più avanzato, ipotizzò che la rivoluzione potesse avvenire prima nelle nazioni arretrate, come la Russia zarista, che erano più fragili perché subivano contemporaneamente sia le sollecitazioni interne del cambiamento sociale sia la pressione concorrente degli stati confinanti, economicamente e socialmente più moderni. Lenin puntò non sul movimento di massa quanto più sull'opera di una avanguardia proletaria composta di partiti coesi, bene organizzati e retti da una rigida disciplina.
Questa versione del marxismo è detta marxismo-leninismo ed è stata a lungo l'ideologia ufficiale (e la sola ammessa) di tutto il blocco di nazioni facenti capo all'Unione Sovietica.
La maggior parte dei socialisti rivoluzionari accettarono dopo qualche perplessità la proposta. Non mancarono però gli accesi critici di Lenin, come Rosa Luxemburg che intravide l'involuzione dittatoriale che la Rivoluzione d'Ottobre stava prendendo sotto la direzione del PCUS.
Nell'era Lenin tuttavia questo autoritarismo era attenuato dall'ampia libertà di discussione all'interno del Partito Comunista e dalla partecipazione popolare agli avvenimenti rivoluzionari, che si era espressa nella nascita dei soviet, i consigli di contadini e operai.
Stalin e la nascita del comunismo totalitario
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Vedi anche voce Josif Stalin.
La politica sovietica e la prassi comunista cambiarono radicalmente con l'ascesa come successore di Lenin di Josif Stalin, che trasformò l'URSS in uno dei peggiori regimi totalitari del XX secolo. Stalin prima estromise dal potere con complesse manovre il vecchio gruppo dirigente bolscevico, del quale Leon Trotsky era l'esponente più brillante, quindi si sbarazzò uno a uno dei suoi rivali reali o potenziali accusandoli di varie deviazioni politiche e tradimenti immaginari (Grandi purghe degli anni '30 che videro tra le vittime quasi tutti gli esponenti del vecchio gruppo dirigente bolscevico. Ogni forma di libertà fu eliminata e fu instaurato un regime di terrore in cui tutti potevano essere da un momento all'altro accusati di qualcosa, arrestati, torturati e, quando si trattava di membri del PCUS, spesso costretti ad ammettere i loro inesistenti delitti in pubblici processi prima di venire uccisi o internati in campi di concentramento (famigerato Arcipelago Gulag).
All'ideologia socialista si sostituì l'arbitrio di Stalin. La collettivizzazione forzata, che provocò milioni di morti, e l'industrializzazione sotto la guida statale non avevano più lo scopo di creare una qualche forma di società socialista ma piuttosto quella di rafforzare la nazione sovietica e il potere del suo dittatore. La politica estera machiavellica di Stalin passava dal sostegno aperto ai movimenti antifascisti quando la sua posizione poteva uscirne rafforzata alla ricerca di un compromesso semi-segreto con la Germania nazista per spartirsi la Polonia (Patto Molotov-Ribbentrop, 1939). Le indicazioni che impartiva ai partiti comunisti (il Comintern era ormai diventato una cinghia di trasmissione delle volontà della dirigenza sovietica anziché un luogo di discussione) erano ugualmente capaci di subire brusche sterzate da un momento all'altro. Ad ogni "capriola ideologica" chi sosteneva una tesi contraria veniva perseguitato e tacciato di tradimento.
Paradossalmente negli anni '30 ben pochi si accorsero della piega che la situazione stava prendendo in URSS: al contrario, Stalin raggiunse una popolarità anche maggiore dei leaders sovietici precedenti. Seppe presentarsi ai comunisti come una guida solida e abile, alla sinistra in generale come uno dei pochi leader che facesse qualcosa per combattere il fascismo (almeno prima del Patto Molotov-Ribbentrop) e a liberali e conservatori come un "moderato" che aveva abbandonato le velleità di Trotsky di una Rivoluzione permanente e che non costituiva perciò più un pericolo per gli altri paesi. Con l'avvento del fascismo molti avevano infatti cominciato a pronosticare la morte della "democrazia borghese" e a ritenere che fascismo o comunismo sovietico fossero le sole vie possibili. L'abilità manipolatoria della propaganda e l'impossibilità per molti militanti comunisti di visitare di persona l'URSS e rendersi conto della reale situazione del paese favorirono il dittatore.
Tra le testimonianze, comparse solo più tardi, sui campi di concentramento staliniani possiamo citare quella di Alexander Solzhenitsyn, e tra le opere letterarie di denuncia sulla repressione staliniana il romanzo Buio a Mezzogiorno di Arthur Koestler, che aveva rotto con il comunismo proprio per questa ragione. Altri intellettuali che spezzarono il conformismo sull'URSS, allora imperante nel mondo progressista, furono George Orwell, André Gide, Ignazio Silone (entrambi ex-comunisti). Anche Antonio Gramsci, l'ex segretario del Partito Comunista d'Italia, dal carcere dove era detenuto a causa della sua opposizione al fascismo, fece conoscere la sua opposizione alla persecuzione di Trotzkij e dei vecchi dirigenti bolscevichi.
Il trotzkijsmo
Lev Trotzkij, il teorico della Rivoluzione Permanente, bollato come il traditore numero uno e costretto a fuggire dall'URSS, denunciò la politica di Stalin ma con scarso successo. Fondò anche una Quarta Internazionale di Partiti comunisti dissidenti detti da lui trotzkisti, ma fu ucciso in Messico da un sicario di Stalin.
I movimenti comunisti e la lotta al fascismo
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La prima guerra mondiale, con i suoi milioni di morti, sembrava avere dato ragione a chi criticava l'ordine sociale e politico esistente e a chi riteneva che il sistema capitalistico avrebbe portato a rivalità distruttive e disastrose tra le nazioni. La crisi economica del '29 rivelò le contraddizioni e l'inadeguatezza del capitalismo liberista dell'epoca, fornendo ulteriori argomenti ai teorici di una rivoluzione socialista. Allo stesso tempo però i comunisti, insieme alle altre forze di sinistra dell'epoca, dovettero prendere atto di un fenomeno nuovo e preoccupante: la crisi e l'impoverimento delle nazioni europee non portava a rivoluzioni progressiste, ma alla distruzione della democrazia e all'affermarsi di regimi autoritari di destra, di cui gli esempi più eclatanti erano il fascismo italiano e il nazismo tedesco.
L'avvento del fascismo colse i comunisti come le altre forze politiche impreparati: in Italia, dove erano un piccolo partito appena nato, e in Germania, dove erano una delle maggiori forze politiche dell'epoca, essi furono tra i pochissimi a cercare di organizzare una vera resistenza e a mantenere un'organizzazione clandestina anche dopo l'affermazione del regime. Il ruolo fondamentale svolto dai comunisti nella lotta al fascismo è stato spiegato in diversi modi: essi erano per lo più persone con forti convinzioni ideali, preparate a un'eventuale azione clandestina e alla possibilità di essere perseguitate per le loro idee politiche. Inoltre avevano alle loro spalle l'organizzazione internazionale del Comintern e il prestigio dell'URSS, anche se non sempre i sovietici li appoggiarono in modo effettivo. Nel primo periodo, infatti, lo sforzo antifascista dei comunisti ebbe un grosso limite nella politica del Comintern di considerare le forze riformiste di sinistra nemici da combattere anziché alleati: il termine "socialfascismo" coniato per bollare i socialdemocratici fu la manifestazione più evidente di questo atteggiamento. Si pensava infatti che il fascismo sarebbe stato un fenomeno transitorio (tesi questa purtroppo condivisa da molti osservatori dell'epoca), che sarebbe crollato lasciando via libera alla lotta tra comunisti e loro oppositori per creare una società alternativa al capitalismo e che i socialdemocratici, compromessi con le forze conservatrici, si sarebbero trovati dalla parte opposta delle barricate. Questa politica fu in parte imposta da Stalin e in parte inizialmente caldeggiata da alcuni partiti comunisti, come il Partito Comunista Tedesco, che erano divisi da un'aspra rivalità con i socialdemocratici. Per ulteriori approfondimenti su questo punto si può leggere Nascita e avvento del fascismo dell'ex comunista italiano Angelo Tasca, e Da Potsdam a Mosca di Margaret Buber-Neumann, compagna di uno dei principali dirigenti del Partito Comunista tedesco.
Le conseguenze disastrose dell'avvento del fascismo e le migliaia di vittime comuniste dei regimi fascisti (la più celebre in nei primi anni è forse il secondo segretario del Partito Comunista d'Italia, Antonio Gramsci, morto in carcere dopo una lunga e durissima prigionia) portarono a un ripensamento e alla nuova politica dei Fronti Popolari, alleanze di tutte le forze di sinistra in funzione democratica e antifascista: il primo esempio di Fronte Popolare fu quello spagnolo che vinse le elezioni nel 1936 (vedi anche voce Guerra civile spagnola). Poco tempo dopo anche in Francia si affermò un governo di Fronte Popolare, formato da socialisti e radicali e appoggiato dai comunisti dall'esterno.
Durante la guerra di Spagna i comunisti, che inizialmente nel paese non erano che un piccolo partito, acquisirono una forza e un prestigio notevole grazie agli aiuti militari che l'URSS fece pervenire ai repubblicani spagnoli e che si trovarono a gestire. Il Comintern favorì la nascita delle Brigate Internazionali, organizzate dai comunisti ma aperte ad antifascisti di ogni tendenza politica, che permisero a chi voleva dare il suo contributo individuale alla causa spagnola di partecipare alla lotta.
Proprio in Spagna però si manifestarono le ripercussioni della repressione staliniana del dissenso sulla lotta antifascista. In questo paese esistevano infatti un forte movimento anarchico (vedi paragrafo comunismo anarchico) rappresentato dai sindacati FAI (Federación Anarquista Ibérica) e CNT (Confederación Nacional del Trabajo), e un piccolo ma attivo partito marxista-leninista di ispirazione troijskista e antisovietica, il POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista). La principale differenza di indirizzo politico tra POUM e comunisti filo-sovietici durante la guerra era che i primi ritenevano inseparabili guerra antifascista e rivoluzione socialista, mentre per i secondi ogni altro obiettivo doveva essere subordinato alla vittoria sul generale Francisco Franco e i suoi miliziani. Sotto istigazione di Stalin il POUM venne accusato di essere un movimento di traditori che "oggettivamente" favorivano i fascisti e i suoi membri perseguitati (Andreu Nin, il segretario, venne torturato e assassinato in carcere). È controverso il ruolo avuto dal segretario del Partito Comunista d'Italia, Palmiro Togliatti, allora emissario del Comintern in Spagna, in questi avvenimenti.
Parallelamente gli esperimenti di "comunismo libertario" e autogestito degli anarchici venivano scoraggiati o interrotti, anche se i dirigenti anarchici riuscirono per lo più a salvarsi dal terrore staliniano grazie alla loro forza politica. Il 17 maggio 1937 a Barcellona si ebbero addirittura violenti scontri armati tra POUM e CNT da una parte e combattenti inquadrati nelle organizzazioni comuniste dall'altra. Questi fatti sono stati riportati tra gli altri da George Orwell, allora combattente in Spagna in Omaggio alla Catalogna e trasposti cinematograficamente da Ken Loach in Terra e Libertà.
Con l'aggressione dell'URSS da parte di Hitler naufragarono definitivamente i tentativi di Stalin di pervenire a un appeasement con il nazismo: l'URSS con la sua leggendaria Armata Rossa divenne un alleato prezioso e insostituibile nella seconda guerra mondiale (probabilmente il paese che pagò il prezzo più alto nella guerra) guadagnando numerose simpatie. In Italia, dopo l'8 settembre 1943, le Brigate Garibaldi di ispirazione comunista divennero la più importante forza militare e politica della Resistenza. Con la svolta di Salerno, Togliatti aveva auspicato una unità di tutte le forze antifasciste, monarchici compresi, e i partigiani comunisti agirono in un'ottica di solidarietà nazionale che contribuì alla loro popolarità sia a livello di massa che tra chi lottava per la democrazia in Italia. In Jugoslavia invece la Resistenza comunista capeggiata dal Maresciallo Tito si scontrò con i partigiani nazionalisti, i cetnici. Un caso a parte è la Cina, in cui il Partito Comunista Cinese aveva perso da tempo i contatti con il Comintern ed era impegnato in un'annosa guerra civile contro il governo nazionalista e filofascista di Chiang Kai-shek che fu solo provvisoriamente interrotta per fare fronte comune contro il Giappone.
L'URSS e il comunismo dopo la seconda guerra mondiale
Alla fine della guerra il movimento comunista si era ovunque rafforzato: in Italia ad esempio, sotto la guida di Palmiro Togliatti quello che era un piccolo gruppo di militanti divenne un grande partito di massa, sottraendo allo storico Partito Socialista Italiano la leadership della sinistra. L'atteggiamento di molti democratici cambiò quando si vide il genere di politica che Stalin faceva mettere in atto nelle zone dell'Europa orientale occupate dall'Armata Rossa.
Puntualmente i governi democratici venivano infatti sostituiti da governi monopartitici retti da comunisti fedeli a Stalin tramite colpi di Stato orchestrati da Mosca. Dove esisteva un movimento comunista di massa, come in Cecoslovacchia, le purghe eliminarono presto i dirigenti non in linea con l'URSS o non sufficientemente malleabili. Alla fine l'Europa orientale aveva visto nascere una cintura di Stati satelliti saldamente controllati dall'URSS e con sistemi politico-sociali ricalcati sul modello sovietico. Questi paesi furono detti Democrazie Popolari, nome che sottolineava lo stadio meno "avanzato" rispetto a quello dell'URSS del loro sistema politico, che non poteva ancora essere definito "socialista".
La reazione dell'occidente, che in quel momento voleva dire soprattutto gli Stati Uniti d'America, fu in alcuni momenti eccessiva (vedi paragrafo finale) e portò ad un progressivo irrigidimento dei due grandi blocchi che si configurò come guerra fredda.
La rottura del blocco: Jugoslavia e Cina
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Esistevano però due regimi comunisti che non erano creazioni dell'Armata Rossa ma che erano il frutto di una lotta civile e di una resistenza antifascista interne: la Repubblica socialista federale di Jugoslavia presieduta dal Maresciallo Tito e la Repubblica Popolare Cinese, che sarebbe stata proclamata nel 1949 da Mao Tse Tung e altri ex guerriglieri comunisti. I governi di entrambi questi paesi non avevano nessuna intenzione di sottomettersi passivamente ai dettami dell'URSS ma al contrario ambivano ad essere un punto di riferimento per i movimenti comunisti nelle rispettive regioni.
Nel 1948 l'atteggiamento indipendente del governo titoista portò alla sua "scomunica" da parte di Stalin. Le conseguenze per il paese furono inizialmente molto gravi: la Jugoslavia, che era appena uscita da una guerra devastante, si trovò completamente isolata sul piano internazionale e Tito si comportò con i fedeli di Stalin con lo stesso accanimento con cui in Unione sovietica i colpevoli di "deviazionismo titoista" venivano perseguitati. Gradualmente tuttavia il paese riuscì a ritagliarsi un suo spazio. La decolonizzazione permise a Tito di trovere un'intesa con i paesi del Terzo Mondo che cercavano una collocazione al di fuori dei due blocchi. 1955 Tito partecipò alla Conferenza di Bandung e fu tra i promotori della nascita del Movimento dei Non-Allineati. Nel 1956, con la destalinizzazione, la Jugoslavia fu "riabilitata" da Nikita Khruščёv, ma preferì proseguire per la propria strada. Beneficiò di aiuti sia dagli URSS che dai paesi occidentali e, negli anni '60, l'emancipazione dal modello sovietico permise al governo di dare inizio ad alcuni tra i più interessanti esperimenti di riforma perseguiti da un paese comunista a partito unico. Fu inaugurato il sistema di autogestione delle fabbriche, promosso da un gruppo di teorici marxisti antistaliniani, che era un tentativo di dare concreta attuazione alle idee di Marx, passando dalla "proprietà statale" dei mezzi di produzione alla "proprietà sociale" e rivalutava alcuni elementi dell'economia di mercato.
Parallelamente venne portato avanti un ampio programma di decentramento amministrativo, inteso a dare un'adeguata rappresentanza alle varie nazionalità che componevano il paese. Il sistema jugoslavo così come si è concretizzato dopo queste riforme è stato oggetto di apprezzamenti e di critiche. Da una parte si è fatta notare la maggiore libertà di espressione di cui godevano i cittadini jugoslavi rispetto alle democrazie popolari controllate dall'URSS, il superamento delle rigidità del sistema economico di marca stalianiana, l'effettivo riconoscimento dei diritti delle minoranze etniche e linguistiche. Dall'altra sono stati messi in evidenza i limiti di un modello che restava autoritario al vertice del sistema politico e i difetti del modello dell'autogestione, accusato da alcuni di provocare un'alta inflazione e un alto tasso di disoccupazione, da altri di riprendere alcuni degli aspetti meno encomiabili dell'economia capitalistica. (per la critica di un socialista libertario al modello jugoslavo vedi questa traduzione italiana di un'intervista a Michael Albert, dalla rivista elettronica americana ZNET)
I tentativi di riforma in Europa Orientale (Ungheria e Cecoslovacchia)
Le "vie nazionali" dei Partiti comunisti dell'Europa occidentale e la nascita dell"eurocomunismo"
La fine dell'URSS
Il comunismo dopo l'URSS
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Con la dissoluzione dell'URSS i Partiti Comunisti presenti nelle nazioni democratiche, che avevano sviluppato spesso un'ideologia e una prassi distaccata da quella dell'URSS, hanno in molti casi scelto di lasciare nel nome il termine comunista, precisando che non usano questa parola con intenti nostalgici ma per indicare un ideale che sembra loro ancora del tutto attuale. Negli ex regimi comunisti gli ex partiti comunisti hanno spesso subito profonde trasformazioni e molti di essi potrebbero essere fatti rientrare nella categoria della socialdemocrazia. Vi sono ancora alcuni regimi retti da partiti unici che si definiscono comunisti (Cina, Laos, Vietnam, Corea del Nord e Cuba, quest'ultima sotto la guida di Fidel Castro) ma che tuttavia fanno per lo più scarso riferimento all'ideologia originaria e adottano una politica e un'economia improntata a criteri pragmatici.
50px|Bandiera cinese 49px|Bandiera del Laos 49px|Bandiera del Vietnam 65px|Bandiera della Corea del Nord 65px|Bandiera di Cuba
L'anticomunismo e i suoi abusi
right|thumb|Vignetta maccartista Sotto regimi autoritari di destra il termine comunismo è stato spesso usato per indicare sia persone genericamente di sinistra come sindacalisti e operai, sia in senso dispregiativo sacerdoti, medici e chiunque altro avesse il coraggio di contraddire il regime affermando la realtà dei fatti, e farne oggetto di persecuzione.
Con la guerra fredda anche nei democratici Stati Uniti si scatenò in alcuni momenti storici una "caccia alle streghe" (comuniste) e si ebbe la tendenza a vedere il comunismo come un blocco compatto senza distinzioni e come un sinonimo di totalitarismo. Vennero bollati come comunisti anche personaggi, movimenti o regimi che non lo erano ma che venivano visti come una possibile minaccia per gli USA.
La Paura rossa (Red Scare) è stato un fenomeno socio-politico durante due distinti periodi di intenso anticomunismo nella storia degli Stati Uniti: dal 1917 al 1920 e durante i primi anni '50. Entrambi i periodi furono caratterizzati da una diffusa paura dell'influenza dei comunisti sulla società statunitense e dell'infiltrazione comunista nel governo USA. Queste paure spronarono investigazioni aggressive e l'imprigionamento di persone che si riteneva fossero motivate dall'ideologia comunista o associate a movimenti politici comunisti o socialisti.
- vedi anche: paura rossa | maccartismo | teoria del domino
Esperienze comunitarie moderne
Attualmente un piccolo numero di persone, provenienti soprattutto dalle regioni industrializzate, hanno scelto di uscire dalla società moderna e di vivere in comunità, piccole società alternative: il fenomeno vide il suo apice durante il boom della contro-cultura negli anni 1960, ma in misura ridotta dura tuttora. Queste persone sono spesso designate come nuovi bohemién o hippies.
Voci correlate
- Movimenti comunisti (elenco di partiti e associazioni comuniste)
Dottrine politiche affini
Teorici del comunismo
- Anarchici elenco di pensatori anarchici
- Karl Marx
- Friedrich Engels
- Lenin
- Mao Zedong
Documenti
Storia del comunismo sovietico
Bibliografia
- Per la sezione Comunismo anarchico: Filippo Pani e Salvo Vaccaro: Atlanti della Filosofia - Il Pensiero Anarchico, Ed. Demetra, 1997
