Commercio equo e solidale

Con Commercio equo e solidale (o semplicemente Commercio equo, Fair trade in inglese) si intende quella forma di attività commerciale, nella quale l'obiettivo primario non è la massimizzazione del profitto, bensì la lotta allo sfruttamento e alla povertà legate a cause economiche o politiche o sociali.

È, dunque, una forma di commercio internazionale nella quale si cerca di garantire ai produttori ed ai lavoratori dei paesi in via di sviluppo un trattamento economico e sociale equo e rispettoso, e si contrappone alle pratiche di commercio basate sullo sfruttamento che si ritiene spesso applicate dalle aziende multinazionali.

Il documento che costituisce una sorta di "manifesto" del commercio equo solidale italiano è la Carta dei criteri del commercio equo e solidale.

Indice

Le motivazioni

Ipotesi di base per tale politica economica praticata soprattutto da associazioni, cooperative, con un elevata presenza di volontariato nei paesi ricchi, sono idee quali:

Le regole

Il commercio equo-solidale interviene creando canali commerciali alternativi a quelli dominanti, al fine di offrire degli sbocchi commerciali a prezzi minimi a coloro che producono in condizioni ritenute più sostenibili:

Gli acquirenti (importatori diretti o centrali di importazione) dei paesi ricchi, si assumono impegni quali:

I prodotti

Tipici prodotti del commercio equo sono il caffè, il , lo zucchero di canna, il cacao e prodotti dell'artigianato.

Altri prodotti agricoli sono: il miele, la quinoa, l'orzo, frutta secca (anacardi, uvetta, mango,...), infusi (karkadé, camomilla, menta,...), spezie (pepe, cannella, chiodi di garofano, noce moscata,...) le banane e altri.

Questi vengono trasformati in: cioccolata e cioccolatini, torrone, caramelle, biscotti, crema di nocciole, bibite solubili, succhi di frutta, muesli, ecc.


La produzione biologica sempre più presente tra i prodotti alimentari è dovuta da un lato alle scelte dei consumatori del Nord per un cibo più sano, ma anche per evitare ai contadini e operai di esporsi a prodotti nocivi per l'uomo e per motivi di salvaguardia dell'ambiente. A volte sono gli stessi contadini a decidere per l'agricoltura biologica quale tecnica tradizionale di coltivazione.

Critiche al modello

(sezione in corso di sviluppo)

Non è però così semplice. L'agricoltura biologica in Brasile, ad esempio, deve comunque essere fatta a scapito della foresta amazzonica, e comunque il suolo ottenuto dal disboscamento resta fertile solo per pochi anni. Aiutare qualcuno comprando beni per produrre i quali si danneggia irreversibilmente la foresta amazzonica, non è un vantaggio per gli abitanti del Brasile, e allora che solidarietà è? Altri esempi: per irrigare territori desertici, spesso si causa la mineralizzazione eccessiva del terreno, vedi deserto del Mojave

Per questi motivi, secondo alcuni economisti, tra cui James Bovard e Fritjof Capra, il modello di mercato proposto dal commercio equo-solidale non è né efficace né efficiente negli scopi che si propone. Capra, un fisico che si occupa di sviluppo sostenibile ed ecobiologia, pone le seguenti critiche, condivise anche da altri:

  1. Il trasporto e la produzione di un bene costano sì in termini di lavoro, ma anche e soprattutto di consumo di risorse e di inquinamento. Il prezzo reale del prodotto dovrebbe riflettere il danno ambientale dovuto sia al consumo delle risorse durante la produzione (foresta, territorio), sia all'inquinamento dovuti al trasporto.
  2. Al momento, i paesi del G7, circa il 20% della popolazione, usano l'80% delle risorse. Mantenendo la stessa efficienza, per portare tutti allo stesso livello occorerebbero il 400% risorse necessarie. Dato che al massimo abbiamo il 100%, bisognerà ridurre ad un quarto o meno la necessità di materie prime per la produzione.
  3. Guardando il CIA Factbook, per portare tutto il mondo al reddito procapite dell'Europa o degli USA è necessario aumentare di 10 volte il GWP, e di oltre 20 volte del reddito mondiale procapite. Unito al punto precedente, si ottiene un rapporto reddito procapite/risorse utilizzate 80 volte superiore. Questo sembra essere un traguardo difficilmente realizzabile con gli attuali processi produttivi.

In generale, quanto sopra vale anche per le categorie svantaggiate che vivono nei paesi ricchi, in quanto è sempre necessario aumentare reddito e risorse utilizzate (dal nulla nulla si produce). Inoltre, si ha come corollario che per far progredire i paesi sottosviluppati è meglio dar loro conoscenze avanzate, piuttosto che far loro ripercorrere lo sviluppo dei paesi più ricchi, passando per legna - carbone - petrolio, e spingerli ad utilizzare tecnologie sostenibili: gas naturale, energia solare, eolica, etc.

Riassumendo le critiche, costruire una rete commerciale che non sia sostenibile, ossia che porti all'esaurimento delle risorse, per far sviluppare i paesi poveri, è svantaggioso principalmente per due motivi:

  1. perché al più farebbero aumentare il reddito per pochi decenni, e
  2. perché le risorse si esaurirebbero, con lo svantaggio di aver aumentato l'inquinamento e precluso la strada ad altri metodi di sviluppo, avendo impoverito il territorio.

Secondo questo punto di vista, così come impostato il commercio equo-solidale non è sostenibile, perché il prezzo reale dovrebbe riflettere i costi necessari per riparare ai danni all'ecosistema causati dalla produzione, trasporto e vendita di un bene. Per di più, la mancanza di risorse necessarie per ripercorrere il processo di svilluppo tecnologico dei paesi e delle categorie svantaggaite rendono inadatti i processi e le economie attuali, non abbastanza flessibili per poterci garantire il livello di rendimento richiesto.

Va dunque ripensata la base delle interazioni economiche e dei processi produttivi. Questo non significa che le categorie e i paesi svantaggiati debbano patire la fame, la sete, le malattie o rimanere al livello del neolitico, ma che si debbano utilizzare altri tipi di processi produttivi.

Capra fa l'esempio delle "Economic Networks", ossia reti di sistemi produttivi che utilizzano l'uno gli scarti dell'altro come materia prima, che sono molto più competitive e tendono ad ottimizzare complessivamente le produzioni, utilizzando teoricamente la sola luce del sole. Si tratta in pratica di ecosistemi di fabbriche. Non sono l'unico tipo di progetti simili, denominati genericamente Zero Emissions, tuttavia sono l'unico, al momento, che sia già stato sperimentato con successo, in Benin, Brasile, Colombia, Fiji, Namibia e Zimbabwe, senza l'apporto di capitali stranieri, potendo vendere i loro prodotti a prezzi di mercato, e soprattutto grazie al solo impegno delle comunità locali - nessun apporto tecnologico non riproducibile in loco.

La critica fondamentale è che sembra irragionevole essere solidali con qualcuno comprando beni prodotti e trasportati con dei metodi che non possano essere utilizzati a lungo tempo, che siano dannosi o che siano peggiori di altri esistono e che siano alla portata delle categorie più svantaggiate come le carceri o comunità di recupero.

Organizzazioni e importatori

Organizzazioni

Importatori:

Voci correlate

Letture consigliate

Collegamenti esterni

See also: Commercio equo e solidale, Alternativa 3, Austria, Benin, Bottega del mondo, Brasile, Caffè, Carbone (energia), Claro Fair Trade, Colombia