Capitalismo

Il termine Capitalismo si riferisce in genere a:

Indice

I significati di "capitalismo"

La parola "capitalismo" è usata con molti significati differenti, talvolta opposti. In ogni caso, la maggior parte sono varianti della definizione "sistema economico in cui i beni capitali appartengono a privati individui".

Come molti termini di uso comune, e come la maggior parte dei termini con implicazioni ideologiche, "capitalismo" ha molti significati, e molta confusione deriva dal suo utilizzo, se abbia un significato particolare, o non sia un semplice slogan o insulto usato senza particolari significati (o peggio, con l'intento di generare confusione).

Il "capitalismo" come fenomeno (cioè, il sistema della proprietà privata del capitale) è certamente diverso dal "capitalismo" come ideologia (la promozione filosofica di tale sistema) -- una nozione completamente diversa.

Gli oppositori del capitalismo talvolta negano che queste rappresentino cose sostanzialmente diverse, o dicono che vanno di pari passo. Anche se si può discutere se due significati della parola "capitalismo" dello stesso tipo siano o meno in qualche modo "equivalenti" in base ad una particolare nozione soggettiva di "equivalenza", per evitare di saltare di palo in frasca travisando le posizioni altrui quando si accusa qualcuno di essere un "sostenitore del capitalismo", questi concetti diversi vanno chiaramente distinti.

Per i socialisti scientifici il capitalismo è un sistema economico-sociale basato sul privilegio di classe e sullo sfruttamento. I mezzi per produrre la ricchezza – i mezzi con i quali la società sopravvive – sono monopolizzati da una piccolissima minoranza della popolazione, o in modo personale o indirettamente attraverso lo Stato, col risultato che tutti gli altri devono vendere le proprie capacità lavorative a quella minoranza per una retribuzione, per un salario o stipendio che non può mai essere equo rispetto al valore di quello che si produce – in altre circostanze non ci sarebbe alcun profitto. Ed è il profitto che procura a quella minoranza il suo reddito privilegiato e che è lo scopo incurante della produzione sotto il capitalismo. La lotta di competizione per i profitti nel capitalismo porta ad aumentare i ritmi di produzione, stress e insicurezza al lavoro, a danneggiare l’ambiente, a guerre e spreco per preparativi di guerra che le spese per armi rappresentano.

Capitalismo e ideologie politiche

Vi solo molte ideologie politiche differenti e talvolta opposte che valutano positivamente il capitalismo:

Molte ideologie differenti e talvolta contrapposte si oppongono al capitalismo in favore del collettivismo, tra cui:

Altre ideologie propongono una fusione dei due approcci:

Argomentazioni pro e contro il capitalismo

Poiché esistono così tante ideologie divergenti che promuovono o si oppongono al capitalismo, sembra difficile accordarsi su una lista di argomentazioni pro o contro. Ciascuna delle ideologie sopra elencate fa affermazioni molto diverse sul capitalismo. Alcuni si rifiutano di utilizzare questo termine.

Tuttavia, sembra possibile individuare quattro questioni separate e distinte sul capitalismo che sono chiaramente sopravvissute al XX secolo e sono ancora oggi discusse. Alcuni analisti sostengono o hanno sostenuto di possedere risposte semplici a queste domande, ma le scienze politiche le vedono in generale come diverse sfumature di grigio:

Perché nessuno concorda su cosa sia il capitalismo?

È difficile dare una risposta obiettiva. In apparenza, non c'è mai stato un accordo chiaro sulle implicazioni linguistiche, economiche, etiche e morali, cioè, sull'"economia politica" del capitalismo stesso.

Un po' come un partito politico che tutti cercano di controllare, a prescindere dall'ideologia, la definizione di "capitalismo" in un dato momento tende a riflettere i conflitti contemporanei tra gruppi di interesse.

Alcune combinazioni tutt'altro che ovvie dimostrano la complessità del dibattito. Ad esempio, Joseph Schumpeter sostenne nel 1962 che il capitalismo era più efficiente di qualsiasi alternativa, ma condannato dalla sua giustificazione complessa ed astratta che il comune cittadino alla fine non avrebbe difeso.

Inoltre, le varie asserzioni si sovrappongono parzialmente, confondendo la maggior parte dei partecipanti al dibattito. Ayn Rand fece una difesa originale del capitalismo come codice morale, ma le sue argomentazioni in merito all'efficienza non erano originali, ed erano scelte per sostenere le sue asserzioni in tema di morale. Karl Marx sosteneva che il capitalismo fosse efficiente, ma iniquo nell'amministrazione di uno scopo immorale, e pertanto in definitiva insostenibile. John McMurty, un commentatore corrente del movimento no-global, crede che sia divenuto sempre più equo nell'amministrazione di tale scopo immorale. Robin Hanson, un altro commentatore attuale, si chiede se l'adattezza e l'equità e la moralità possano essere realmente separate da mezzi che non siano politici/elettorali?

Nell'interesse di chi è il capitalismo?

Infine, le argomentazioni si appellano fortemente a gruppi di interesse diversi, sostenendo spesso le loro posizioni come "diritti".

I proprietari attualmente riconosciuti - soprattutto azionisti di società e detentori di atti di proprietà terriera o diritti di sfruttamento del capitale naturale, sono generalmente riconosciuti come sostenitori di diritti di proprietà estremamente forti.

In ogni caso, la definizione di "capitale" si è ampliata in tempi recenti per comprendere le motivazioni di altri gruppi di interesse importanti: artisti o altri creatori che si affidano alle leggi di "diritto d'autore"; detentori di marchi e brevetti che migliorano il cosiddetto "capitale intellettuale"; operai che esercitano per lo più il loro mestiere guidati da un corpus imitativo e condiviso di capitale istruttivo - i mestieri stessi - hanno tutti motivo di preferire lo status quo delle le leggi di proprietà attuali rispetto a qualunque insieme di possibili riforme.

Persino giudici, mediatori o amministratori incaricati dell'esecuzione equa di qualche codice etico e del mantenimento di qualche relazione tra capitale umano e capitale finanziario all'interno di una democrazia rappresentativa capitalistica, tendono ad avere interesse personale a sostenere l'una o l'altra posizione - tipicamente, quella che assegna loro un ruolo significativo nell'economia capitalista.

Secondo Karl Marx, questo ruolo ha una reale influenza sulla loro cognizione, e li conduce inesorabilmente verso punti di vista inconciliabili, cioè, nessun accordo è possibile mediante la "collaborazione di classe" tra gruppi di interesse opposti, ed è piuttosto la "lotta di classe" a definire il capitalismo. Questa posizione fu promossa da molti movimenti rivoluzionari del XX secolo, ma fu spesso abbandonata in pratica poiché sembrava condurre alla "guerra di classe", una violenza infinita tra i diversi punti di vista.

Oggi, anche quei partiti tradizionalmente contrari al capitalismo, p.es. il Partito Comunista Cinese di Mao Tse Tung, ne vedono un ruolo nello sviluppo della loro società. Il dibattito è concentrato sui sistemi di incentivi, non sulla chiarezza etica o sulla struttura morale complessiva del "capitalismo".

A cosa è buono il capitalismo?

Un'argomentazione moderna importante è il capitalismo semplicemente non è un sistema, ma soltanto un insieme di domande, problematiche e asserzioni riguardanti il comportamento umano. Simile alla biologia o all'ecologia ed alla sua relazione al comportamento animale, complicato dal linguaggio dalla cultura e dalle idee umane. Jane Jacobs e George Lakoff hanno argomentato separatamente l'esistenza di un'etica del guardiano fondamentalmente legata alla cura ed alla protezione della vita, e di un'etica del commerciante più legata alla pratica, esclusiva fra i primati, del commercio. Jacobs pensava che le due fossero sempre state separate nella storia, e che qualsiasi collaborazione fra di esse fosse corruzione, cioè qualsiasi sistema unificante che pretendesse di fare asserzioni riguardanti entrambi, sarebbe semplicemente al servizio di sé stesso.

Altre dottrine si concentrano sull'applicazione di mezzi capitalisti al capitale naturale (Paul Hawken) o al capitale individuale (Ayn Rand) - dando per scontata una struttura morale e legale più generale che scoraggi l'applicazione di questi stessi meccanismi ad esseri non viventi in modo coercitivo, p. es. la "contabilità creativa" che combina la creatività individuale con il complesso fondamento istruttivo della contabilità stessa.

A parte argomentazioni molto ristrette che avanzano meccanismi specifici, è alquanto difficile o privo di senso distinguere le critiche del capitalismo dalle critiche della civiltà europea occidentale, del colonialismo o dell'imperialismo. Queste argomentazioni spesso ricorrono intercambiabilmente nel contesto dell'estremamente complesso movimento no-global, che è spesso (ma non universalmente) descritto come "anti-capitalista".

Le origini del capitalismo

Nel XVI secolo nasce il sistema capitalistico, caratterizzato dall’impiego di manodopera salariata, dall'uso sistematico di macchine, e dall'organizzazione delle attività produttive al fine di moltiplicare il capitale investito.

Già nell'XI secolo, si era passati da una economia di sussistenza (ossia che consuma ciò che produce) ad una economia mercantile, nella quale le derrate alimentari, che in precedenza avevano solo valore d'uso, avevano assunto un valore di scambio, essendo in parte destinate alla vendita. I feudatari, per procurarsi le merci di lusso che i nuovi commerci mettevano a loro disposizione, avevano favorito tale trasformazione e consentito la nascita della borghesia. La classe feudale era però riuscita a mantenere la propria posizione preminente concedendo monopoli e privilegi alle corporazioni di mercantili.

Abbondanza di capitali da investire, scomparsa della servitù della gleba, esproprio dei piccoli contadini, disponibilità di forza lavoro, favoriscono nel XVI secolo la nascita di una classe imprenditoriale che investe capitali nell'acquisto di macchine, materie prime, attrezzi, sementi e nel pagamento di salari, per produrre beni da commerciare, moltiplicando così il capitale investito.

I salariati non vivono meglio dei servi della gleba, però mentre questi ultimi, essendo legati alla terra non sono padroni della propria forza lavoro, il salariato può vendere tale forza lavoro (anzi deve porla in vendita, poiché non possiede i mezzi di produzione per lavorare in proprio).

L'impresario ha come fine la possibilità di reinvestire capitali e profitti per ottenere utili sempre maggiori, ponendo se stesso ed i propri dipendenti al servizio del capitale. Per ottenere tale risultato deve saper risparmiare, usare razionalmente forze, tempo e produzione e saper valutare i rischi.

Per disporre di mano d'opera salariata è necessario che scompaia la servitù della gleba, per modificare i metodi di produzione è necessario che cessi il rigido controllo delle corporazioni perché si possano acquistare terre deve cessare il vincolo dell'inalienabilità, per prestare o prendere a prestito denaro non devono essere vincolanti i divieti della Chiesa contro l'usura.

Gradatamente tali condizioni si verificano: il servaggio scompare, il sequestro dei beni della Chiesa e le "enclosures" (terreni demaniali che, in Inghilterra, passano ai privati) consentono l’acquisizione di notevoli quantità di terreno; le proibizioni della Chiesa contro l'usura sono eluse; le corporazioni sono ancora potenti in città, ma non nelle campagne dove gli imprenditori forniscono materie prime ed attrezzature ai laboratori familiari extraurbani (sistema domestico) e, a volte, insegnano sistemi di lavoro più rapidi, ritirano il prodotto finito e lo immettono sul mercato. Tale sistema permette di produrre merci più economiche e quindi più facili da vendere.

Nel XVI secolo nascono le manifatture (attività tipografica, metallurgica, mineraria e fabbriche di armi) che abbandonano il sistema dei laboratori familiari (che adattavano al sistema capitalistico la produzione artigianale) e concentravano la manodopera salariata in fabbriche, attrezzate con strumenti forniti dal capitalista. Tale sistema permette di risparmiare sulle spese generali e consente la collaborazione sociale (le forze dei lavoratori vengono usate più razionalmente) Compare la divisione del lavoro che permette di accelerare la produzione e limita l'apprendistato al periodo necessario ad imparare poche, semplici operazioni (ben più complesso è l'apprendistato di un artigiano)

Nel XVI secolo si verifica un netto incremento demografico, soprattutto nelle città, che sono i centri della produzione e degli scambi. Ad Anversa nel 1513 nasce la prima borsa per il commercio dei titoli e, fino al 1560, la città resta il più importante centro finanziario europeo. Le attività speculative prevalgono su quelle produttive, le banche raccolgono e distribuiscono i capitali e, pur essendo di per sé improduttive, fanno pagare per i propri servizi. I grandi banchieri sono in rapporto con il potere politico, al quale concedono prestiti ottenendo, appalti e privilegi e, non di rado influenzano le scelte politiche. Il capitale finanziario dipende dalle vicende politiche e quindi, quando i sovrani non ottemperano agli impegni finanziaria assunti, gravi crisi sconvolgono l’attività finanziaria determinando una serie di fallimenti e una recessione generale (è ciò che accade nel 1557, quando il re di Spagna e il re di Francia pagano i creditori non in oro, bensì in titoli di stato svalutati) altri capitali sono sperperati in attività improduttive o distruttive, inoltre aumenta la popolazione improduttiva (funzionari, cortigiani etc.),

La crisi economica della seconda metà del 1500 permette ai feudatari di riprendersi e rallenta l'affermarsi del capitalismo. Alla fine del XV secolo, il Mediterraneo aveva ancora un'importanza preminente nel commercio europeo, ma le scoperte geografiche spostano l'asse economico europeo verso l'Atlantico ed acquisiscono importanza Siviglia, Cadice, Anversa, Londra ed Amsterdam. Nonostante ciò i banchieri italiani restano i più attivi ed abili in Europa, la produzione della seta nel XVI secolo è quasi un monopolio italiano, Firenze e Venezia producono pregiate vetrerie e nel Milanese e nel Bresciano sono assai sviluppate la metallurgia e la fabbricazione di armi. Carrara esporta i suoi marmi, edilizia, tipografia ed editoria (Manuzio a Venezia) sono le più progredite d'Europa. L'agricoltura, grazie alle estese opere di bonifica consente un incremento della produzione, e l'Italia può esportare cereali.

La Spagna importa dall’America oro e argento, che poi affluiscono in tutta Europa provocando una grave inflazione, infatti, le miniere americane sono assai produttive e la manodopera schiava costa pochissimo e quindi oro ed argento perdono valore (e, conseguentemente, anche le monete coniate con tali metalli). Inoltre l’aumento della quantità di moneta circolante e la crescita demografica, provocano un aumento della domanda di prodotti, alla quale non corrisponde incremento della produzione ed i prezzi, durante il XVI secolo, quadruplicano. La borghesia trae vantaggio dell'aumento dei traffici, ed aumenta i prezzi, adeguandoli all’inflazione, però i salari non aumentano in proporzione, quindi i nobili che vivono di rendite fisse, i salariati ed i contadini vedono peggiorare le proprie condizioni economiche, mentre aumentano i guadagni dei grossisti e degli intermediari. La classe feudale si indebolisce e fra salariati e contadini serpeggia il malcontento (nell’Europa orientale però la nobiltà è ancora legata alla terra e trae vantaggio dalla situazione).

See also: Capitalismo, 1513, 1557, 1560, Amsterdam, Anversa, Argento, Biodiversità, Biologia, Brevetto