Arthur Schopenhauer

right|200px|thumb|Arthur Schopenhauer, marzo 1859, dagherrotipo

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"Il filosofo non deve mai dimenticare che la sua è un’arte e non una scienza ..."
(A.Schopenhauer)

Arthur Schopenhauer (Danzica, 22 febbraio 1788 - Francoforte sul Meno, 21 settembre 1860) fu uno dei più eminenti filosofi tedeschi.

Figlio di un ricco mercante, Heinrich Floris, e di una scrittrice, Johanna Henriette Trosiener, nel 1805, alla morte del padre, si stabilì a Weimar con la madre. Qui conobbe Christoph Martin Wieland e Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Contrario ad ogni mondanità, si ritirò in solitudine per portare a termine gli studi. Nel 1809 s'iscrisse alla facoltà di medicina a Gottinga. Due anni dopo, nel 1811, si trasferì a Berlino per frequentare i corsi di filosofia. Ingegno molteplice, sempre interessato ai più diversi aspetti del sapere umano (frequentò corsi di fisica, matematica, chimica, magnetismo, anatomia, fisiologia, e tanti altri ancora), nel 1813 si laureò a Jena con una tesi Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente e, nel 1818, pubblicò la sua opera più importante, Il mondo come volontà e rappresentazione che ebbe tuttavia scarsissimo successo. Anche le successive edizioni del trattato furono accolte assai sottotono, nonostante fossero giunti, da più parti, persino riconoscimenti ufficiali, primo fra tutti la vittoria di un concorso indetto dalla Società delle Scienze norvegese, che egli conseguì nel 1839 con un trattato Sulla libertà del volere umano.

Dopo aver girato in lungo ed in largo l'Europa, e dopo una breve parentesi da libero docente universitario a Berlino (1820), dal 1833 decise di fermarsi a Francoforte sul Meno dove visse da solitario borghese, celibe, misogino. La vera affermazione del pensatore si ebbe solo a partire dal 1851, data della pubblicazione del volume Parerga e paralipomena, inizialmente pensato come un completamento della trattazione più complessa del Mondo, ma che venne accolto come un'opera a sé stante, uno scritto forse più facile per stile e approccio e che, come rovescio della medaglia, ebbe quello di far conoscere al grande pubblico anche le opere precedenti del filosofo. Fondamentalmente in pieno accordo con i dettami della sua filosofia, manifestò un sempre più acuto disagio nei confronti dei contatti umani (ciò che gli procurò, in città, la fama di irriducibile misantropo) e uno scarso interesse, almeno in via ufficiale, per le vicende politiche dell'epoca quali furono, ad esempio, i moti rivoluzionari del 1848); i tardi riconoscimenti di critica e pubblico servirono, suppositivamente, ad attenuare i tratti più intransigenti del carattere del filosofo, ciò che gli procurò negli ultimi anni della sua esistenza una ristretta ma interessata e fedelissima cerchia di (come egli stesso amò definirli) devoti "apostoli", tra cui il compositore Wagner. Morì di pleurite, nel 1860.

Indice

Cronologia

Le opere

Il pensiero

Il grande pensatore sosteneva che non esistesse un rapporto diretto tra percezione e realtà, ma tutto ciò che il soggetto avesse dedotto dal suo rapporto con l'esterno, sarebbe appartenuto alla rappresentazione del soggetto stesso. La volontà era il fondamento della rappresentazione. In contrasto con l'idealismo di Georg Wilhelm Friedrich Hegel e di Johann Gottlieb Fichte (del quale fu allievo a Berlino), Schopenauer elaborò una nuova interpretazione della filosofia kantiana, contrapponendo al mondo fenomenico di apparenza ed illusione, la vera realtà identificata con un'oscura volontà di vivere, “una” ed infinita per tutto l'Universo, la quale era alla radice anche dell'essere umano.

L'uomo è una carica energetica volitiva che spinge il suo essere alla continua affermazione della materialità contro la spiritualità. L'individuarsi della volontà nelle forme particolari di esistenza porta nella vita il dolore, eliminabile radicalmente solo con la negazione progressiva della volontà di vivere e, temporaneamente, con la contemplazione dell'arte (architettura, pittura, scultura, poesia, la tragedia e la musica), con la giustizia, nonché con la compassione, per giungere al completo distacco dal mondo identificato nell'ascesi.

Ogni forma artistica offre la conoscenza del mondo ideale, ma la musica ha uno statuto speciale, in quanto non ha bisogno di alcun supporto sensibile. Essa esprime tutto l'arco di sentimenti e la loro conoscenza, espressa nel linguaggio musicale, provocando nell'ascoltatore una liberazione dal condizionamento materiale. La musica e l'arte sono le forme artistiche che meglio realizzano la terapia di liberazione dal male del mondo tramite il vivere da asceta. Il pensiero di Schopenauer viene quindi contrassegnato in modo silente dal pessimismo, dal platonismo e dalle filosofie orientali.

Egli inquadrò in termini filosofici i motivi favoriti dell'estetica romantica. Tra le sue opere principali, Il mondo come volontà e rappresentazione (1818), I due problemi fondamentali dell'etica (1841) ed, infine, Parerga e Paralipomena (1851), un'opera filosofica di facile accesso diretta ad un pubblico più vasto, con la quale, dopo essere stato ignorato per anni, Schopenauer divenne improvvisamente una celebrità letteraria. I temi dell'irrazionalismo e del pessimismo eserciteranno un forte influsso sulla cultura europea sia in letteratura che in filosofia.

Dopo aver girato in lungo ed in largo l'Europa, dal 1833 decise di fermarsi a Francoforte dove visse da solitario borghese, celibe, contro i suoi stessi principi, e si disinteressò completamente pure delle vicende politiche (anche dei moti del 1848). Morì di pleurite, nel 1860.

Elaborazioni

L'attività speculativa schopenhaueriana assume forme decisamente nette già a partire dall'elaborazione del trattatello del 1813 Sulla quadruplice radice del principio di ragione sufficiente, ciò che pur gli valse la laurea in Filosofia e che, in certo modo, costituisce la chiave di volta per la comprensione di tutto il suo sistema filosofico successivo.

Il titolo dell'opera, come dichiarato dall'autore stesso, intende riferirsi a <<un'espressione comune di più conoscenze date a priori>>, conoscenze che di seguito illustro. Basterà qui ricordare la definizione che Wolff dà dello stesso principio di ragione sufficiente, definizione che Schopenhauer riprende in via provvisoria e che io riporto: <<Niente è senza una ragione per la quale sia piuttosto che non sia>>, ovvero: niente è senza una ragione per cui sia. In buona sostanza, "principio di ragione sufficiente" indica sempre, qui e in Schopenhauer, il diritto a chiedere: <<Perché?>>, ciò che poi a ben vedere risulta essere una delle prerogative principali delle scienze comunemente intese. Nell'approcciare ognuna delle seguenti classi di rappresentazione sarà sempre possibile, dunque, applicare tale principio, chiedendosi effettivamente ogni volta il perché, nello specifico, del divenire, del conoscere, dell'essere, dell'agire.

Principium rationis sufficientis fiendi

Principio di ragione sufficiente del divenire, noto anche come legge di causalità (modificazione reciproca degli stati della materia), che il filosofo inserisce, assieme a tempo e spazio, tra le forme date a priori nell'intelletto umano. Tutti gli oggetti che contribuiscono a creare il complesso della realtà sperimentale sono, rispetto al cominciare e cessare dei loro stati, legati tra loro per mezzo di tale principio; se subentra un nuovo stato di uno o più di questi oggetti “reali”, bisogna che un altro lo abbia preceduto, e che ad esso faccia seguito uno nuovo, il tutto nella più perfetta necessità. Tali seguire e conseguire rappresentano ciò che più comunemente si usa indicare sotto il concetto di rapporto causa-effetto. Se ad esempio un qualsiasi corpo inizia un processo di combustione, è necessario che tale stato sia stato preceduto da uno stato:

Poiché, non appena questi stati della materia si verificano, deve immediatamente conseguirne la combustione, e però essa si manifesta solo adesso e non può dunque essere stata sempre presente, essa dev’essersi verificata solo ora: questo prodursi di un’alterazione nello stato originario della materia viene solitamente indicato con il termine modificazione. Dunque la legge di causalità sta in rapporto esclusivo con le modificazioni e ha sempre e solo a che fare con queste. Ogni effetto è, nel suo verificarsi, una modificazione e dà un’indicazione pressoché infallibile su un’altra modificazione ad essa precedente che, in relazione all’effetto stesso, rappresenta la causa ma che a sua volta, in relazione ad una terza modificazione anteriore ad entrambe, si chiama nuovamente effetto: questa concatenazione logica è ciò che si intende quando si fa riferimento alla catena causale. Le singole diverse determinazioni che solo considerate assieme completano e costituiscono la causa possono essere dette momenti causali o anche condizioni, e perciò si può scomporre la causa in tali sue parti costituenti (ciò che poi auspicano di conseguire le scienze tutte comunemente intese). Tali modificazioni degli stati della sostanza (e non mai della sostanza stessa, che come si sa è perenne) divengono successivamente percepibili (dunque rappresentabili) in quanto affezioni che ineriscono agli organi costituenti il nostro sistema sensoriale che, inviando una serie di impulsi lungo la corteccia cerebrale, fornisce al nostro intelletto la capacità di rappresentazione della realtà oggettiva. Ciò stabilito, Schopenhauer è a questo punto libero di portare il filo logico alle sue estreme conseguenze, attaccando direttamente Cartesio - che tenta di negare la necessità di trovare una causa per la stessa esistenza di Dio attribuendogli il vago concetto dell’immensitas - e Spinoza che, nonostante sia allievo di Cartesio, non viene in chiaro con il pensiero del maestro e preferisce definire Dio come causa sui, la causa di tutte le cause, il che equivale a dire: una causa che si pone al di fuori della stessa catena causale; ovviamente una contradictio in adjecto. Dalla legge di causalità risultano inoltre due importanti corollari: la legge di inerzia e la legge della persistenza della sostanza. La prima afferma che ogni stato della materia, dunque tanto la quiete quanto il suo moto di qualsiasi tipo, persevera senza crescere né diminuire anche per tutta l’eternità del tempo e per tutta l’infinità dell’universo se non interviene una qualsiasi causa ad alterarlo o farlo cessare. La legge di permanenza della materia consegue invece dal fatto che la legge di causalità è applicabile solo e soltanto agli stati della materia, agli stati dei corpi, cioè alla loro quiete o al loro movimento, alla loro forma e qualità d’ogni genere, al nascere e al perire nel tempo dei fenomeni (e solo dei fenomeni), e nient’affatto all’esistenza del “portatore” di questi stati, la sostanza appunto: Essa persiste, non può né nascere né perire, il suo quantuum non può cioè essere aumentato o diminuito (conoscenza di cui, afferma Schopenhauer, noi siamo dotati a priori). Dall’infinita catena delle cause e degli effetti rimangono perciò intatte due sole cose:

Principium rationis sufficientis cognoscendi

Principio di ragione sufficiente del conoscere, noto come Ragione e definito come capacità di concatenazione o opposizione di concetti astratti (il che vuol dire lontani nel tempo e nello spazio) nella forma sintetica d'un giudizio, da cui discende necessariamente la relativa conferma della giustezza di esso per affinità ad una delle quattro verità:

  1. Principio di identità [es: "il triangolo è uno spazio delimitato da tre linee"];
  2. Principio di non contraddizione [es: "nessun corpo è senza estensione"];
  3. Principio del terzo escluso [es: "ogni giudizio è vero o non-vero"];
  4. Principio di ragione sufficiente del conoscere [es: "se esprimo un giudizio, devo per necessità motivarlo" o, più sinteticamente, affirmanti incumbit probatio];
  1. Un soggetto è uguale alla somma dei suoi predicati, per cui A = A;
  2. Non si può negare e al contempo attribuire un predicato a un soggetto, ovvero A = -A = 0;
  3. Di due predicati contraddittori opposti, uno dev'essere attribuito ad ogni soggetto;
  4. La verità è il rapporto di un giudizio con qualcosa posto al di fuori di esso, che noi indichiamo come ragione sufficiente.

Che questi giudizi siano espressione della condizione di ogni pensare sano e lucido, afferma Schopenhauer, risulta chiaro dal fatto che pensare in contrasto con essi è così poco possibile come il pretendere di muovere le proprie membra in senso contrario rispetto alle relative articolazioni.

Principium rationis sufficientis essendi

Principio di ragione sufficiente dell'essere, costituito dalla parte formale delle rappresentazioni complete ed empiriche già viste nella prima classe, dunque dalle intuizioni date a priori delle forme del senso interno ed esterno, spazio e tempo. Esse sono di per sé, in quanto intuizioni pure, oggetti della facoltà di rappresentazione, ma differiscono dalla prima classe di oggetti empirici appunto per il grado di purezza e dunque per il fatto di non richiedere l'intervento della materia (e delle sue relative modificazioni di stato) affinché risultino intuibili; ovvero: se nella prima classe di rappresentazioni (intuitive, empiriche) le forme di spazio e tempo vengono intuite in quanto "riempite" dalla materia, in questa terza classe la facoltà rappresentativa rinuncia alla sostanza per divenire pura intuizione di rapporti spazio-temporali, che dunque si riduce qui a manifestazione di quei rapporti indissolubili che caratterizzano le interazioni fra queste due forme del conoscere. Più nel dettaglio, il principio di ragione dell'essere viene sviluppato da Schopenhauer nel modo seguente:

Principium rationis sufficientis agendi

Questa quarta classe di oggetti della facoltà di rappresentazione è particolarmente cara al sistema schopenhaueriano, in quanto ad esser preso qui in considerazione è un oggetto soltanto, immediatissimo, oggetto per il soggetto interno che, come tale, si prefigura come soggetto del volere.

Schopenhauer parte da questa considerazione: ogni conoscenza presuppone imprescindibilmente un soggetto conoscente e un oggetto conosciuto; la cosa si ripete anche passando nell'ambito dell'autocoscienza, sicché anche qui abbiamo un conoscente e un conosciuto: quest'ultimo è adesso solo ed esclusivamente Volontà. Discende da ciò che il soggetto conoscente conosca qui se stesso soltanto come soggetto volente, mai come soggetto di conoscenza, in base al principio che l'Io portatore di rappresentazioni, soggetto del conoscere, essendo condizione delle stesse rappresentazioni, non può divenire esso stesso rappresentazione e dunque oggetto.

Tale principio è del resto già enunciato nei testi sacri dell'induismo, le Upanishad, con queste parole: <<Non lo si può vedere: vede tutto; e non lo si può udire: ode tutto; non lo si può conoscere: conosce tutto; e non lo si può comprendere: comprende tutto. Oltre a questo che vede, e ode, e conosce, e comprende, non v'è altro ente>>. Il soggetto del conoscere non può dunque mai essere conosciuto, mai può esso divenire rappresentazione. Poiché tuttavia noi disponiamo non solo di una conoscenza esterna (grazie all'intuizione sensibile), ma anche di un'autoconoscenza interna, e però anche qui si dà come necessaria la copresenza di conoscente e conosciuto, ad essere conosciuto è adesso il soggetto volente, la Volontà. <<Se noi guardiamo alla nostra interiorità>>, dice Schopenhauer, <<ci troviamo sempre come volenti>>; il volere ha ovviamente molteplici gradi di intensità, dal desiderio tenue e fugace fino alla più ardente passione.

L'identità assoluta fra soggetto che vuole e soggetto che conosce, in virtù della quale il pronome singolare di prima persona "Io" include e designa entrambi, è dunque il nodo cosmico: una completa identità di ciò che conosce con ciò che è conosciuto come volente è data immediatamente. Come dunque il correlato soggettivo della prima classe di rappresentazioni è l'intelletto, quello della seconda la Ragione, quello della terza la pura sensibilità, troviamo come quello di questa quarta il senso interno, o autocoscienza. Il volere è la più immediata di tutte le conoscenze, quella la cui immediatezza getta luce su tutte le altre: queste ultime sono a noi note solo per una via in fondo indiretta, mediata se vogliamo, qui dai sensi, là dalla ragione; noi vediamo bene cioè che questa causa produce quell'effetto, ma come possa in realtà farlo, questo non veniamo a saperlo: vediamo che gli effetti meccanici, fisici e chimici conseguono ogni volta dalle loro rispettive cause, ma la totalità del processo ci rimane oscura, col che noi giungiamo infine con l'attribuirla alle proprietà dei corpi, alle forze della natura, anche alla forza vitale, le quali sono poi mere qualitates occultae.

Nella sfera della Volontà il discorso cambia radicalmente: noi sappiamo cioè, in base a un'esperienza interna fatta in noi stessi, che quello è un atto di volontà provocato dal motivo; l'azione del motivo viene da noi conosciuta non solamente, come quella di tutte le altre, da fuori e quindi mediatamente, ma insieme da dentro, del tutto immediatamente. Ne scaturisce l'importante proposizione: la motivazione è la causalità vista dal di dentro. La Volontà obbliga dunque il soggetto conoscente a ripetere rappresentazioni che gli sono state presenti già una volta, e a rivolgere in genere l'attenzione a questo o a quello. È la Volontà dell'individuo che mette in moto tutto il meccanismo, in quanto, in conformità ai suoi scopi individuali, spinge l'intelletto a procurare alle sue rappresentazioni presenti altre che sono con le medesime logicamente o analogicamente affratellate, o hanno con esse vicinanza spazio-temporale.

Tutto questo la Volontà svolge, per così dire, in incognito, silenziosamente e inavvertitamente; e ciò nonostante, ogni immagine che improvvisamente si presenta nella nostra fantasia, e anche ogni giudizio che non segue da una sua ragione prima presente, devono essere stati suscitati da un atto di volontà che ha un motivo, sebbene esso e poi l'atto che necessariamente ne consegue, causa la loro repentina affinità, spesso non vengano percepiti.

Collegamenti esterni

Schopenhauer, Arthur Schopenhauer, Arthur

See also: Arthur Schopenhauer, 1747, 1766, 1788, 1793, 1797, 1799, 17 aprile, 1800