Alto Medioevo

Questo articolo necessita di essere "wikificato", ovvero formattato secondo gli standard di Wikipedia (vedi l'elenco degli articoli da wikificare). Contribuisci anche tu a rendere questo articolo pienamente fruibile seguendo le linee guida e poi rimuovi questo avviso.

Indice

Sacro romano impero

Il Sacro romano impero sorse nell'800 e si dissolse nel 1806.
Sebbene, nei secoli, i confini abbiano subito grandi trasformazioni, fulcro dell'impero fu sempre la regione tedesca.
Dal X secolo furono sempre i re di Germania, nominati dai grandi elettori, a essere incoronati imperatori dai papi di Roma.
Il Sacro romano impero rappresentò un tentativo di ricostituire l'impero romano d'Occidente, la cui struttura giuridica e politica si era deteriorata durante il V e VI secolo.
La carica imperiale restò vacante dopo la deposizione di Romolo Augustolo nel 476.
L'impero bizantino mantenne la sovranità nominale sui territori appartenuti all'impero d'Occidente e molte delle popolazioni germaniche che vi si erano stanziate riconobbero formalmente l'autorità del sovrano di Costantinopoli.
In seguito al formarsi di regni germanici cristianizzati indipendenti, durante il VI e VII secolo, gli imperatori bizantini persero ogni autorità effettiva in Occidente, mentre si affermò il potere della Chiesa d'Occidente, in particolare durante il pontificato di Gregorio I (590-604).
Il papato cominciò a opporsi alle interferenze dell'imperatore di Costantinopoli nelle questioni dottrinali e politiche della Chiesa di Roma.
Il conflitto si acuì sotto il regno dell'imperatore bizantino iconoclasta Leone III (717-741), che proibì l'uso delle immagini sacre nelle cerimonie religiose causando la rottura con il papato (730-732).
Sciolti i legami con la corte imperiale, il papato mirò a riportare in vita anche formalmente l'impero d'Occidente e ad assumerne la guida.
Mancando di una forza militare e di strutture politico-amministrative proprie, la Chiesa conferì lo status imperiale a Carlo Magno, salito sul trono franco nel 768.

Il 25 dicembre dell'800 papa Leone III incoronò l'imperatore Carlo Magno a Roma.
Questo atto stabilì un importante precedente, conferendo al papa il diritto, spesso esercitato nei settecento anni successivi, di scegliere, incoronare e perfino deporre gli imperatori.
Nella sua prima forma di entità politica unitaria, l'impero d'Occidente sopravvisse meno di venticinque anni alla morte di Carlo Magno (814), infatti, il regno del figlio e successore Ludovico I il Pio fu funestato dalla lotta tra gli eredi.

Ludovico I il Pio (814-840) stabilì l'ordine di successione al trono tra i suoi figli: Lotario I, Ludovico II il Germanico e Pipino d'Aquitania; più tardi, però, volle includere fra i successori anche Carlo II il Calvo, avuto in seconde nozze. Gli altri figli si ribellarono alla decisione del padre e combatterono per la supremazia. Alla morte di Pipino (838), l'Impero fu suddiviso tra i fratelli sopravvissuti con il trattato di Verdun (843). Il trattato metteva fine alla lotta per il possesso del regno franco creato da Carlomagno, stabilendone la divisione in tre parti: a Lotario I, successore del padre sul trono del Sacro romano impero, furono assegnate le regioni centrali comprendenti l'Italia, i Paesi Bassi, l'Alsazia, la Lorena e la Borgogna; a Ludovico II il Germanico il controllo del regno franco orientale (Germania) Carlo il Calvo (imperatore del Sacro romano impero con il nome di Carlo II) ricevette la parte occidentale del regno franco, che divenne il regno di Francia.

Dopo il regno di Berengario I del Friuli (905-924), re d'Italia, incoronato imperatore da Giovanni X, il trono imperiale rimase vacante per quasi quarant'anni.
In questo periodo il regno franco orientale (Germania), sotto il governo di Enrico I l'Uccellatore e del figlio Ottone I, si impose come il più potente d'Europa.
Ottone fu un fidato alleato della Chiesa, e nel 951 (?) combattè in favore di papa Giovanni XII contro Berengario II, re d'Italia che aveva imprigionato la regina Adelaide, vedova di Lotario, che ne aveva usurpato il trono.
Sconfitto Berengario, Ottone sposò Adelaide, facendosi incoronare re d'Italia. Nel 962 fu incoronato imperatore del Sacro romano impero dal papa Giovanni XII; l'anno successivo, però, il pontefice cospirò contro di lui e Ottone, che ambiva a subordinare la Chiesa all'autorità imperiale, lo fece deporre e sostenne l'elezione al soglio pontificio di Leone VIII.

L'impero d'Occidente, prima come unione instabile tra i regni di Germania e d'Italia, e successivamente costituito solo da regni tedeschi, esistette da allora ininterrottamente per oltre ottocento anni. Durante la fase italo-tedesca, peculiare fu la contesa tra i papi (in particolare Gregorio VII) e gli imperatori (Enrico IV) per la lotta per le investiture, cui pose fine il concordato di Worms (1122) stipulato dall'imperatore Enrico V e da papa Callisto III.
Sebbene tutti gli imperatori fossero anche re tedeschi, trascurarono gli interessi locali, di conseguenza in Germania non potè formarsi uno stato forte e centralizzato di tipo moderno, come avvenne in Francia, Inghilterra e Spagna, invece, si rafforzò l'autorità feudale, che diede origine ad una miriade di piccoli regni. Tra papato e impero, nel XII secolo si inasprì la lotta per il predominio.

Nel 1157 Federico I Hohenstaufen (Barbarossa) designò ufficialmente come "sacro" l'impero da lui guidato, intendendo accentuare il mandato religioso di cui si sentiva investito.
Questo fatto compromise le relazioni con il papato.
Adriano IV, infatti, sosteneva che l'impero retto da Federico fosse un feudo di proprietà del papato, e contestava l'affermazione dell'imperatore (appoggiato dai vescovi tedeschi, molti dei quali erano suoi feudatari) di aver ricevuto il titolo imperiale direttamente da Dio.
Federico I cercò di piegare sia l'insofferenza della nobiltà tedesca verso una superiore autorità politica, sia l'autonomia di governo dei comuni italiani.
I suoi interventi armati in Italia si scontrarono con la resistenza opposta dalla Lega lombarda.
La vittoria della Lega su Federico Barbarossa a Legnano (1176) garantì l'autonomia dei comuni, indebolendo nella penisola italiana l'autorità imperiale, restaurata parzialmente dal figlio di Federico, Enrico VI, che riuscì a imporre con le armi i propri diritti dinastici in Sicilia (1195 – aveva sposato Costanza d'Altavilla).
Il potere dell'imperatore si ridusse notevolmente durante il "grande interregno" (1254-1273).
L'indebolimento dell'autorità imperiale favorì il papato, che dagli scontri tra i pretendenti al trono acquisì nuova forza.

Dal 1273, con Rodolfo I, capostipite della dinastia degli Asburgo, i re tedeschi avanzarono pretese dirette al titolo imperiale, spesso riconosciute dai papi.
La carica tuttavia era ormai poco più che onoraria, poiché istituzionalmente l'impero si era organizzato come una confederazione di stati sovrani, poco coesa e con un'autorità imperiale soltanto nominale.
Quando Ludovico IV, assunse il titolo nel 1314, sembrò aumentare il prestigio dell'istituto imperiale, ma nel 1356 la promulgazione da parte di Carlo IV della Bolla d'Oro, tesa a regolarizzare la procedura per l'elezione dell'imperatore, accrebbe l'importanza dei principi elettori a scapito del ruolo svolto dal pontefice.

Nei centocinquant'anni successivi, il titolo imperiale fu legato alla casa d'Asburgo.
Durante il regno di Carlo V l'estensione dell'impero raggiunse il suo apice ma gli elementi di coesione della struttura imperiale erano dinastici e assai labili.
L'idea tipicamente medievale di uno stato che esercitasse sia l'autorità temporale sia quella spirituale sopravvisse in teoria, ma era contraddetta dalla realtà e fu definitivamente affossata dal diffondersi della Riforma protestante.
L'unità dell'impero fu indebolita quando, nel 1555, la pace religiosa voluta dagli Asburgo permise a tutte le città libere e a tutti gli stati della Germania di scegliere se adottare il luteranesimo o il cattolicesimo.
Con la pace di Vestfalia (1648), che pose fine alla guerra dei Trent'anni, l'impero perse ogni autorità effettiva sugli stati membri.
Furono avvertite come espansionismo asburgico, non come rinascita imperiale, le acquisizioni dei territori italiani nel secolo successivo.

Quando con la pace di Presburgo (1805), la Francia napoleonica favorì e garantì il distacco di Baviera, Baden, Württenberg e di altri principati minori, il destino del Sacro romano impero fu segnato, infatti, a causa dei fondati timori in merito a possibili pretese al titolo imperiale di Napoleone Bonaparte, Francesco II lo sciolse ufficialmente il 6 agosto 1806 per costituire l'impero d'Austria.

I barbari

I Romani chiamavano barbari popoli che non facevano parte dell'impero.

I primi a migrare verso l'Occidente furono i Goti, spinti dagli Unni che, dall'Asia, avevano raggiunto la Russia.

I Germani, che si erano stabiliti nell'Europa centrale, oltre il Reno ed il Danubio, vivevano di caccia, razzie, allevamento e dei prodotti di un'agricoltura arretratissima.
Anche la loro religione era assai primitiva.
Col tempo gli scambi commerciali nelle zone di confine e la diffusione del Cristianesimo ariano produssero un certo incivilimento, ed alcune popolazioni barbare ottennero il permesso di stanziarsi nei territori dell'impero come foederati (alleati).
Essi avevano alcuni diritti dei provinciali, coltivavano la terra, e s'impegnavano a difendere i confini, era però proibito il matrimonio tra barbari e Romani.

Durante il V secolo d.C., alcuni popoli barbari approfittarono dell'indebolimento dell'impero per invaderne i territori.

La società dei Germani

La società dei Germani era organizzata in base a criteri del tutto diversa rispetto alla società romana, fondata sul riconoscimento di un'autorità pubblica, lo stato, fonte del diritto, e caratterizzata dalla presenza di un apparato burocratico e di un sistema fiscale; soprattutto i popoli germanici erano popoli non stanziali, in cui il nomadismo era correlato con la ricerca di maggiori risorse, e in particolare erano popoli guerrieri, alla ricerca di comunità e villaggi da depredare. Si comprende allora la semplicità di un ordimento sostanzialmente "primitivo" fondato prevalentemente da norme consuetudinarie, che riflette l'assenza di un potere definito cui rispondono i membri della comunità. Al contrario, hanno un ruolo decisivo i rapporti di tipo personale, o parentale, che determinano la coesistenza di diversi momenti aggregativi della società. Ad esempio, la Sippe, che rappresenta una unità parentale, aggregato di famiglie legate da vincoli di sangue che provvedeva alla difesa e al sostentamento comune, coesisteva con una altra forma di legame, il comitatus, un seguito di armati che circondava un guerriero più valoroso: questi offriva parte del bottino delle scorrerie, in cambio di fedeltà e aiuto in battaglia. Tale vincolo di fedeltà era forte per lo più in tempo di guerra, ma anche nei periodi di pace doveva restare ben saldo. Inoltre i processi di ricomposizione tra due membri della comunità, in seguito ai reati, ovvero alla violazione delle norme vigenti, non avvenivano attraverso il ruolo attivo di una autorità pubblica che garantiva essa stessa la giustizia, bensì la corte di giustizia, presieduta da un'assemblea di liberi, vigilava sul corretto svolgimento della ricomposizione. Questa pertanto si svolgeva in modo privato ovvero il processo ha uno scopo esclusivamente dichiarativo. Le più diffuse forme di giustizia erano la "faida", la vendetta privata, per cui si aveva il diritto di infliggere lo stesso torto subito; e il guidrigildo, ovvero la ricomposizione tramite una somma di denaro.

La struttura fondamentale della società germanica, nonostante le varie forme associative, era comunque di tipo militare, nel senso che si trattava di un "esercito popolo" perennemente organizzato in funzione della guerra: i capi militari guidavano ciascuno un numero variabile di uomini liberi in battaglia, mentre in pace assicuravano la protezione di tale comunità, e presiedevano la corte di giustizia che rispondeva alla comunità che a lui faceva capo: questi erano pertanto detentori del "banno", il diritto di giudicare e di punire. I conti erano i più importanti tra i capi militari, ma erano presenti anche capi alla guida di contingenti più ridotti, come i millenari, centenari o decenari. Il re naturalmente rappresentava il capo militare più importante dell' intero popolo e aveva un ruolo non diverso dagli altri capi militari, ma era più attivo soprattutto quando guidava l' esercito alla conquista di nuove terre. La corte popolare che egli presiedeva, ovvero la assemblea dei liberi, era la più importante poichè ciascun libero, pur dipendente da un altro capo militare, poteva appellarsi ad essa. Tali cariche militari erano generalmente elettive, ed erano scelte dalla assemblea dei liberi che in origine accoglieva tutti i membri della comunità del popolo ovvero delle singole comunità se era convocata da capi minori: in seguito però iniziò ad essere preclusa ai liberi di minor rango sociale, considerando che il possesso della terra, generava elementi più importanti economicamente.

I regni romano-barbarici

Si veda anche Regni latino-germanici

A seguito della penetrazione dei popoli germanici nelle regioni occidentali dell' impero si formano delle unità politiche particolari che contribuiscono alla definitiva divisione dell' Europa, e all' incontro tra la civiltà classica, mediterranea, e il mondo nordico e germanico. I primi regni romano-barbarici si caratterizzano per una limitata presenza degli elementi germanici e per un riconoscimento formale dell' autorità del re da parte di Bisanzio che conferiva una parvenza di legittimità allo stanziamento ( oltre ad altri aspetti che verranno trattati oltre ). I Visigoti, stanziatisi in Aquitania giunsero a controllare anche la penisola Iberica, ma, sconfitti dai Franchi nel 507, abbandonarono il mezzogiorno francese, per formare il Regno visigotico di Toledo, che avrà fine nel 711 con l' invasione araba. Il regno dei Burgundi viene cancellato dai Franchi nel 534 con la vittoria di Autun, mentre i Vandali stanziatisi nel nord Africa vengono sconfitti da Bisanzio nel 535. Il regno degli Ostrogoti, ha inizio nel 493 con la sconfitta degli Eruli di Odoacre, da parte di Teodorico con la approvazione dell' imperatore Zenone; a seguito dell' uccisione della figlia di Teodorico, Amalasunta da parte del cugino Giustiniano inizia una guerra di conquista ( guerra greco-gotica ) che vede la conquista della penisola italiana soltanto nel 555. Caratteristica principale di questi regni consiste principalmente nella permanenza delle istituzioni e delle cariche romane, che continuavano ad operare per le popolazioni conquistate e che pertanto assicuravano una certa continuità con l' ordinamento tradizionale; d' altra parte, i Germani continuavano ad essere organizzati secondo la loro organizzazione dell' esercito popolo in cui i capi militari guidavano singole comunità, così come i romani rispondevano alle proprie cariche e istituzioni. Perciò la giustizia era regolata in base alla personalità del diritto, ovvero alla scelta dell' ordinamento giuridico in base alla appartenenza etnica: i germani ad esempio, continuavano ad utilizzare la varie forme di giustizia, la faida, l' ordalia. Numerosi erano i codici che regolavano le consuetudini romane e germaniche: l' Edictum Theodorici ( del re visigoto Teodorico II 453-466 ), la Lex Romana Wisigothorum, la Lex Romana Burgundorum etc. Il Re aveva dunque una duplice funzione: da una parte era responsabile delle cariche romane, dall' altra continuava ad esercitare le funzioni di guida dell' esercito popolo, mantenendo soprattutto la sua carica militare tradizionale. Il riconoscimento da parte dell' imperatore di Bisanzio e il titolo di patricius purpureus, non sta a significare che il re recuperava le funzioni dell' imperatore, bensì che il re riteneva importante tale riconoscimento in quanto gli consentiva di legittimare il possesso delle terre di cui si era appropriato dopo la conquista e soprattutto dinastizzare questi possessi assieme alla carica: pertanto le interpretazioni che hanno spesso attribuito ai primi regni una forma statualistica di tipo romano-bizantino, che vedeva al vertice un re, fonte del diritto, non sono sostanzialmente accettabili.

Questo processo è maggiormente evidente nel Regno dei Franchi Merovingi, e nel Regno dei Longobardi: il re iniziò ad assumere importanza oltre che come guida degli uomini liberi dell' esercito popolo, anche in quanto più importante possessore fondiario, comportando, di fatto una patrimonializzazione della propria carica miltare. Questo ad esempio comportò presso i Longobardi un cambiamento nella figura del re. Inizialmente il re, dopo la morte di Clefi attorno al 580, non venne più scelto dai duchi, ma soltanto dieci anni dopo venne eletto di nuovo come guida per contrastare i Franchi, pertanto egli era considerato come suprema carica militare; mentre alla fine del VII secolo, avendo il re un possesso fondiario vastissimo, aveva un controllo su vasta parte della popolazione contadina inquadrata nel regime del colonato, nelle sue proprietà fondiarie: questo gli conferiva maggiore importanza anche in quanto era a capo di numerosi agenti signorili che gestivano i fondi del patrimonio regio ed amministravano una giustizia di tipo signorile, non più legata all’ ordinamento tradizionale ma condizionata dal rapporto di coercizione del proprietario fondiario e chi era legato da vincoli di tipo patronale. In tal senso, alla fine del VII secolo erano frequenti gli scontri tra i gastaldi, agenti regi che imponevano nuove forme di giustizia nelle proprietà regie, e gli sculdasci, capi militari che erano preoccupati di far rispettare l’ ordinamento dei liberi. Inoltre il re longobardo, soprattutto nel secolo VIII, iniziò ad avere ruoli attivi anche di tipi assistenziale: sostentamento degli indigenti, delle vedove etc. Allo stesso modo i re merovingi, acquisendo con le conquiste un patrimonio consistente, acquisirono importanza non soltanto come capo militare di tutte le comunità di Franchi, ma anche come maggior possessore fondiario. Oltretutto il re, a disposizione di un patrimonio più vasto di altri signori fondiari ( i cui più potenti erano i capi militari, conti, duchi etc. ), aveva più terre da cedere in beneficio, pertanto legava a sé gran parte dell’ aristocrazia franca: in tal modo il suo potere non era tale non solo in virtù della sua carica popolare germanica, ma anche poichè legava maggiormente a sé i membri più importanti dell’ aristocrazia franca. Tale sistema sarà maggiormente consolidato da Carlo Magno, sotto il cui regno i rapporti vassallatici avranno maggior rilievo nel legare il re in modo diretto ai conti e ai duchi.

Come si può dedurre anche nel regno franco e longobardo le cariche dell’ esercito popolo mantennero la loro funzione tradizionale: i duchi longobardi, stanziati nelle città italiane, non differivano nelle funzioni di guida della comunità dai conti merovingi. La differenza sostanziale, rispetto ai primi regni, consisteva nel fatto che l’ elemento germanico e l’ elemento romano hanno visto una fusione più consistente, specialmente nel regno franco, dove l’ immediato abbandono dell’ arianesimo favorì una più conciliante politica di convivenza; ciò comportò la scomparsa delle cariche romane ( ovvero spesso la fusione: il “conte” merovingio nasce dalla fusione tra il capo militare franco il “graphio” stanziatosi nelle città, e il “comes civitatis” romano ad esso preesistente ), ma soprattutto lo sviluppo di un sistema di giustizia che faceva unicamente riferimento al modello germanico, con la fusione delle norme romane e germaniche in un unico diritto consuetudinario, tutelato dalle cariche popolari germaniche e secondo la prassi della giustizia privata. Un altro elemento di novità, che si è accennato, consiste nello sviluppo di un regime di tipo curtense. Innanzitutto è importante osservare che in seguito allo stanziamento nelle terre conquistate, i capi militari acquisirono almeno due terzi delle terre dell’ aristocrazia romana; pertanto nella società germanica iniziò la rottura di una organizzazione sociale teoricamente egalitaria, in cui tutti gli uomini che possono combattere sono liberi: infatti i possessori romani e i nuovi possessori germanici formarono un aristocrazia fondiaria dai contorni sempre più definiti ( a partire soprattutto dal VII sec.), mentre ai romani già inquadrati nelle ville romane, legati al padrone da regime colonico, si aggiungevano elementi germanici di rango più basso. Pertanto la fusione ci fu su due livelli, delle aristocrazie,e delle popolazioni rurali, inquadrati nelle curtes. La conseguenza maggiore fu la difficoltà dei capi militari nelle tutela dell’ ordinamento tradizionale contro una giustizia che il possessore fondiario applicava in modo autonomo, senza ricorere alla assemblea dei liberi e alla guida della comunità: pertanto spesso, ricorreva all’ impiccagione o ad altre forme di giustizia diretta, senza tener conto delle forme di giustizia consuetudinaria. Ma il problema è che spesso, proprio chi presiedeva la corte di giustizia popolare infrangeva la prassi della tradizione germanica, nell’ ambito dei suoi possessi fondiari. Pertanto il controllo sociale che il signore fondiario esercitava sulle comunità rurali, nell’ ambito delle sue curtes, andò lentamente ad esautorare l’ autorità delle cariche tradizionali, sempre meno capaci di esercitare il banno e far rispettare la giustizia tradizionale: i contadini, che rispondevano a un conte, autorità popolare, erano però sottomessi ad un regime colonico e a una signore fondiario che spesso presiedeva una corte di giustizia domestica, del tutto autonoma.

In seguito alla divisione dell’ Impero carolingio, e in particolare alle invasioni di Ungari, Saraceni, Vichinghi nel IX-X secolo, le cariche militari tradizionali, in particolare il re, cessarono sostanzialmente di esistere nella forma propria dell’ ordinamento germanico, infatti il potere pubblico, nella incapacità del re di convocare il popolo in battaglia contro i nuovi invasori, nella incapacità delle autorità tradizionali di difesa delle comunità minacciate, andò frazionandosi nelle mani dei signori fondiari più intraprendenti, che si appropriarono dei titoli della tradizione germanica, dinastizzandoli, per conferire legittimità alla propria autorità.

Principali regni romano-barbarici

vedi Regni latino-germanici

Regno visigoto

I Visigoti, che erano già stati fermati dal generale Stilicone nel 402, nel 410 scesero nuovamente in Italia, guidati da Alarico e saccheggiarono Roma (1° sacco di Roma), ma quando Alarico morì, il suo successore decise di risalire l'Italia, attraversò la Gallia e si stanziò in Spagna.

La lex Visigothorum (506) è una delle prime leggi scritte formulate dai barbari.

Il Regno Visigoto sopravvisse fino all'invasione araba del 711.

I Goti

I Goti giunsero nell'Europa centrale dalla Svezia, attraversando il mar Baltico e spingendosi sino al bacino della Vistola, nel III secolo d.C. migrarono verso sud, stanziandosi nelle regioni percorse dal Danubio e sul mar Nero dopo aver depredato Tracia, Dacia e numerose città dell'Asia Minore tra le quali Atene (267- 268).

Per circa un secolo, le guerre tra gli imperatori romani e i Goti devastarono i Balcani e la regione nordorientale del Mediterraneo.
Alcune tribù si unirono ai Goti, portando sotto il re Ermanarico alla fondazione di un regno che si estendeva dal mar Baltico al mar Nero (IV secolo).

Nel 370 i Goti si divisero in due gruppi: gli Ostrogoti ("Goti dell'est") stabilirono un vasto regno a est del fiume Dnestr alle sponde del mar Nero, i Visigoti ("Goti nobili") occuparono il settore tra il Dnestr e il Danubio.

I Visigoti

Nel 376 i Visigoti, sospinti dagli Unni, cercarono la protezione dell'imperatore romano Valente, che concesse loro il permesso di stanziarsi nella provincia imperiale della Mesia, a sud del Danubio, in cambio dell'impegno a contribuire alla sua difesa.

Una rivolta dei soldati goti, provocata dai maltrattamenti inflitti dagli ufficiali romani, si trasformò in una guerra (378), nel corso della quale Costantinopoli fu minacciata.

Teodosio (379-395), successo a Valente come imperatore d'Oriente, si riappacificò con i Goti e incluse il loro esercito in quello imperiale.
In questo periodo il vescovo Ulfila tradusse la Bibbia in gotico, impegnandosi poi nella conversione dei Goti all'arianesimo.

Ulfila (311-382) fu attivo per più di trent'anni nella Bassa Mesia (parte della Bulgaria) ai piedi degli Haemus (Balcani).
Si recò a Costantinopoli nel 360 e nel 381 per difendere gli interessi degli ariani.
La sua traduzione della Bibbia segnò l'inizio della letteratura germanica.

Alla morte di Teodosio, nel 395, i Visigoti si ribellarono.
Alarico invase la Grecia e l'Italia, saccheggiando Roma nel 410 (1° sacco di Roma).
Durante la giovinezza di Alarico I (395-410), i Visigoti emigrarono verso occidente, incalzati dall'invasione degli Unni, molti si arruolarono nelle truppe ausiliarie di mercenari al servizio dell'imperatore romano Teodosio I.
Nel 394 Alarico è attestato come comandante di una di queste truppe.

Quando, alla morte di Teodosio (395), l'impero fu diviso fra Arcadio (Oriente) e Onorio (Occidente), i Visigoti non si ritennero più vincolati all'impero e proclamarono proprio re Alarico, che guidò le sue truppe in Grecia, saccheggiò Corinto, Argo e Sparta e risparmiò Atene in cambio di un ingente tributo.
Accordatosi con Arcadio, ottenne il governo della provincia romana dell'Illiria.

Nel 400 Alarico invase l'Italia, ma fu sconfitto (402) dal generale Flavio Stilicone, ministro di Onorio.
Alla morte di Stilicone (408), Attila organizzò una nuova spedizione pose l'assedio a Roma.
Perché Attila desistesse dall'assedio, Onorio dovette pagare una notevole somma in oro e liberare circa 40.000 schiavi barbari.
Poco dopo, Onorio infranse gli accordi di tregua, e Alarico lo attaccò nuovamente, prima a Ravenna, dov'era stata trasferita la capitale dell'impero d'Occidente, e quindi a Roma (410).
La città fu saccheggiata e incendiata e Alarico pretese come parte del bottino anche Galla Placidia, sorella di Onorio.
Quindi proseguì verso sud, con l'intenzione di invadere la Sicilia e l'Africa settentrionale, ma ammalatosi, morì nei pressi di Cosenza.

Gli succedette il cognato Ataulfo (410-415 d.C.) che condusse i visigoti in Provenza e in Aquitania, dove sconfisse, insieme a Costanzo, generale di Onorio, gli usurpatori Giovino e Sebastiano.
Nel 414 d.C. sposò Gallia Placidia che, rimasta vedova l'anno seguente, tornò a Ravenna, dove sposò il generale Costanzo.
Poiché Onorio non aveva eredi, designò a succedergli Valentiniano III, nato da tale matrimonio.

Ataulfo, dopo aver occupato parte della Spagna, fu assassinato nel 415.

I Visigoti conquistarono, tra il 415 e il 418, buona parte della penisola iberica e della Gallia meridionale, ponendo a Tolosa la capitale.

Nel 507, il re franco Clodoveo, sconfisse i Visigoti presso Poitiers, uccidendo il loro re Alarico II e respingendoli in Spagna ed impadronendosi di Tolosa e dell'Aquitania (Provenza).

L'ultimo re visigoto, Roderico, fu sconfitto dagli Arabi nella battaglia di Rio Barbate nel 711.
I Visigoti si ritirarono nel regno delle Asturie.

Gli Ostrogoti

Nel 476 Odoacre aveva deposto Romolo Augustolo e spedite a Costantinopoli le insegne imperiali in segno di sottomissione.

Odoacre governò l'Italia col titolo di Patrizio, ma l'imperatore Zenone, preoccupato dalla forza del nuovo regno, nel 489 convinse Teodorico, re degli Ostrogoti, ad invadere l'Italia.

Teodorico, nel 493, prese Ravenna ed uccise Odoacre e Zenone lo riconobbe suo rappresentante nella penisola.

Teodorico era un uomo colto, cresciuto alla corte di Costantinopoli, pertanto conosceva la cultura e l'amministrazione latine e cercò di conservarle scegliendo come suoi collaboratori uomini di grande cultura, quali Cassiodoro, Simmaco e Boezio, pur riservando ai Goti il potere politico e militare.
Teodorico si limitò a confiscare un terzo delle terre dei latifondisti, conciliandosi la popolazione locale.
Con l'Editto di Teodorico cercò di dare un'unica legge a Goti e Latini.
Pur essendo Ariano Teodorico cercò di mantenere buoni rapporti con il pontefice, quando però l'imperatore di Bisanzio riprese a perseguitare l'arianesimo, Teodorico, sospettando un accordo a danno dei Goti, tra papa e imperatore, imprigionò il pontefice e condannò a morte Simmaco e Boezio.

Nel 526 Teodorico morì e salì al trono il nipote Atalarico, ancora bambino, sotto la reggenza della madre Amalasunta, figlia del re defunto.
Atalarico morì qualche anno dopo in circostanze poco chiare e salì al trono Teodato, secondo marito di Amalasunta e capo dei Goti più intransigenti, che rifiutavano ogni collaborazione con i Romani: Amalasunta fu prima imprigionata e poi fatta uccidere da Teodato.

L'imperatore Giustiniano, col pretesto di vendicare Amalasunta e di combattere l'arianesimo, nel 535 inviò in Italia il generale Belisario a capo di un esercito.

La Guerra Gotica

Tra il 535 ed il 553, i Bizantini combatterono in Italia contro i Goti.
Vitige, successore di Teodato, dovette arrendersi ai Bizantini.

Il suo successore Totila vietò massacri e saccheggi, espropriò i beni della Chiesa e liberò gli schiavi ed i servi, lasciando loro i terreni che avevano coltivato per i padroni e procurandosi in tal modo dei sudditi fedeli e disposti a combattere per lui, mentre i grandi proprietari terrieri fuggirono nelle città bizantine. Totila cercò anche di trasformare la guerra contro i Bizantini in guerriglia, evitando azioni di ampio respiro e limitandosi piuttosto ad attività di logoramento delle unità greche in Italia. La tattica ebbe inizialmente successo ma a Totila vennero a mancare le basi economiche per poter sostenere questo tipo di confronto, prolungato nel tempo.

Nel 552 a Gualdo Tadino Totila fu sconfitto dal generale Narsete che aveva sostituito Belisario.

L'ultimo re dei Goti, Teia, cadde combattendo nel 553 ai piedi del Vesuvio.

Il regno Goto si dissolse e in Italia tornò il dominio bizantino.

Giustiniano, con la Prammatica sanzione (554) estese alla penisola le leggi del Corpus iuris civilis, abolì le confische e le liberazioni di schiavi volute da Totila e restituì le terre ai precedenti proprietari.

Narsete restò in Italia e trattò il paese come terra di conquista.

Longobardi

Vedi Longobardi

Franchi

Vedi Franchi

L'apporto culturale delle tribù germaniche

Con l'inizio del Medioevo cominciò un inevitabile confronto tra l'antica e raffinata cultura romana e quella più rozza, ma allo stesso tempo più energica, dei Germani. Poiché nei nuovi regni i Romani più colti furono impiegati nell'amministrazione della legge, dell'economia e come insegnanti, le usanze germaniche si imposero in modo particolare nel campo bellico e nelle abitudini quotidiane, mentre lingua e giurisdizione rimasero tendenzialmente su base latina. Tuttavia, sono numerosissimi gli esempi di vocaboli di origine germanica che già prima dell'anno Mille entrarono a far parte, nel nostro caso, dell'italiano, quasi tutte inerenti all'arte bellica: agguato, guardia, guerra, schiera, spia, trappola, zuffa eccetera. Dai Germani abbiamo importato molte delle pratiche e dei metodi che oggi sono diffusi in tutta l'Europa, nonché nei territori d'oltreoceano conquistati. Essi introdussero i pantaloni, sconosciuti ai Romani; mangiavano prevalentemente carne e prevalsero sulla tradizione del pesce; non consumavano i pasti comodamente sdraiati su triclini, ma sedevano a tavola su comuni sgabelli. Erano i migliori fabbri dell'Occidente e i loro spadoni lunghi e pesanti presero il posto delle lance e delle spade corte. Ciò nonostante, non sapevano usare pietra e mattoni – mentre l'abilità dei costruttori romani era proverbiale – e non avevano Stato. Essendo analfabeti difettavano di leggi scritte, e quelle tramandate oralmente erano poche e imprecise. Romani e barbari non erano però completamente differenti, ma avevano alcune usanze comuni, di poca importanza e slegate tra di loro: l'amore per i gioielli, per esempio, o l'assenza di sella e staffa per cavalcare. Insomma, la cultura germanica, fondata su secoli di saccheggi, non riuscì né sentì il bisogno di eliminare quella romana, fondata su secoli di politica, e ogni popolo donò le proprie caratteristiche migliori per dare vita ai regni romano-barbarici.

La Chiesa ed il monachesimo

La restaurazione bizantina in Italia mirò al controllo del papato, nell'ottica del tradizionale cesaropapismo orientale, suscitando la viva opposizione dei pontefici. Durante il V e VI secolo la decadenza economica, civile e spirituale che aveva travolto l'Occidente, non aveva risparmiato il clero, tuttavia la Chiesa riuscì a mantenere in efficienza la propria amministrazione ed i seminari, dove si preparavano i sacerdoti, i cosiddetti chierici, che furono i depositari della cultura di quel tempo. La Chiesa consiste sostanzialmente in una federazione di chiese episcopali che vengono riunite in province metropolitane: i vescovi designavano il clero locale, spesso in accordo con le autorità civili, di cui era la guida suprema; e spesso si consultavano con altri vescovi nei sinodi provinciali sulle questioni liturgiche e legate alla disciplina del clero. Spesso tuttavia, i vescovi rispondevano ad un capo politico, come il re visigoto, che era riuscito a legare a sè l' episcopato e riusciva a riunire tutti i vescovi del regno visigoto: questi spesso, tale la loro importanza assunta, erano influenti nella scelta dei nuovi sovrani. Il vescovo di Roma, diversamente dagli altri, andava acquisendo maggiormente quel ruolo di guida della gerarchia ecclesiastica che lo prorterà a frequenti confronti in materia teologica con la Chiesa d'Oriente, come la questione dell' iconoclastia nell' VIII sec.

Nel VI secolo in Europa si diffuse il monachesimo, una istituzione dai tratti originali, che si presenta come una novità rispetto alla tradizionale società cristiana fondata sul dualismo tra il clero e i fedeli. L'esperienza monastica vedeva nel raggiungimento di un modello di vita cristiana, unicamente una condotta di vita estremamente rigida, nella penitenza, nell'isolamento dal mondo, nelle preghiere, in un radicalismo religioso del tutto nuovo: questo nasceva sia dall'esigenza di una coerente imitazione di Cristo, sia in un percorso di salvezza immediato. I percursori erano gli anacoreti, individui che si ritiravano nell' isolamento più assoluto, rifiutando ogni contatto umano; in seguito però molti di essi compresero l' importanza di una comunità più allargata in cui la disciplina era regolata da norme comuni: S. Basilio e S.Pacomio furono gli iniziatori del primo cenobitismo in Oriente. Tra il IV e il VI sec. il monachesimo si diffonde inizialmente nelle regioni mediterranee, Catalogna, Provenza, Italia, quindi raggiunge le regioni interne del continente. S.Benedetto da Norcia, che nel 529 si stabilisce a Montecassino, è il primo ad aver elaborato una regola comune che nel corso dei secoli verrà impiegata in tutto l' occidente: il lavoro manuale diventa elemento importante nel percorso della comunità monastica. Il modello benedettino si impone lentamente, nel corso di un paio di secoli, su un altra grande tradizione monastica, quella irlandese, che fa capo a S.Colombano ( nato attorno al 530 ): nel suo peregrinare dall' Irlanda passando per la Gallia fino all' Italia settentrionale, fonda numerose comunità monastiche che rispettavano la regola irlandese: tuttavia questa, eccessivamente legata a tradizioni culturali estranee all' occidente latino, e poco attenta agli aspetti organizzativi della comunità, sarà appunto, abbandonata quasi ovunque in favore della regola di S. Benedetto. la tradizione irlandese, nata in un contesto originale, in una terra mai sottomessa a Roma e slegata all' Occidente, avrà importanza decisiva soprattutto nella attività missionaria presso gli anglosassoni, che ricevono una prima evangelizzazione. I monasteri si diffusero in Europa e divennero non solo centri religiosi, ma anche economici e di diffusione e conservazione della cultura.
Infatti, nelle biblioteche dei monasteri furono raccolti, conservati e copiati moltissimi testi classici che in tal modo si salvarono dalla distruzione.

Il monachesimo benedettino fu propagato e diffuso grazie all' opera di Gregorio Magno ( 590-604 ), il quale, monaco presso il monastero di S.Andrea a Roma, divenne vescovo di Roma. Il suo merito fu quello prevalentemente di aver compreso la distanza tra la Chiesa orientale e Occidentale: in tal senso, pur riconoscendo l' autorità di Bisanzio, legò maggiormente il vescovo di Roma all' episcopato occidentale, conferendogli in ruolo di guida; e rafforzò la sua autorità politica nel ducato bizantino di Roma. Si impegna inoltre nella conversione dei popoli ariani, i Visigoti, nel 587 ( il re Recaredo ), e i Longobardi, all' inizio del sec. VII, con il re Agilulfo, ma soprattutto invia in inghilterra S.Agostino, monaco benedettino, ad evangelizzare gli Anglo-Sassoni ancora pagani: ottenendo la conversione dei sovrani egli riesce a far ricostruire le antiche sedi episcopali ( egli stesso divenne vescovo di Canterbury ), fondare monasteri, e a favorire una cristianizzazione attenta a rispettare gli usi locali. La penetrazione a nord dell' isola, portò i missionari benedettini a scontrarsi presto con gli evangelizzatori irlandesi, che però a partire dal 664, su decisione presa in comune accordo dai sovrani dei regni anglosassoni, devono ripiegare. Dall' Inghilterra, dove più fertile è il movimento benedettino, inizia un percorso di evangelizzazione che interessa soprattutto il nord della Germania: l'anglosassone Winfrid ( S.Bonifacio ), nel sec. VIII, evangelizzò la Turingia, l' Assia, e fondò diverse abbazie. L' Inghiterra diventò così un centro propulsore di cultura cristiana e latina, ed ebbe il ruolo decisivo di propagare il cristianesimo in regioni culturalmente e linguisticamente più vicine, la Germania, e legarle maggiormente al nuovo occidente cristiano, romano e germanico insieme.

Carlo Magno

Nel 768, morto Pipino il Breve, il regno dei Franchi fu diviso tra i suoi figli: Carlo e Carlomanno, che trovarono conveniente accettare l'alleanza matrimoniale proposta da Desiderio, re dei Longobardi (Carlo sposò Ermengarda e Carlomanno Gerberga).

Nel 771, Carlomanno morì in circostanze oscure, e Carlo rivendicò per sé il regno del fratello (i figli di Carlomanno erano bambini e, per la legge salica, la vedova non avrebbe potuto essere reggente, né era accettabile la reggenza del principe longobardo Adelchi, fratello della regina Gerberga).
Desiderio, che nel frattempo aveva ripreso la guerra contro il papa, prese le difese dei nipoti contro Carlo.
Quando, nel 773, papa Adriano I chiese l'intervento di Carlo contro i Longobardi che assediavano Roma, il re franco non esitò a ripudiare Ermengarda e a scendere in Italia, dove pose l'assedio a Pavia che capitolò nel 774.
Desiderio fu portato prigioniero in Francia, Carlo si proclamò re dei Franchi e dei Longobardi, lasciò indipendenti i ducati longobardi di Spoleto e Benevento, onde evitare confini comuni con i Bizantini, e confermò al papa il possesso dei territori donati alla Chiesa nel 756 da Pipino.

Carlo condusse una serie di fortunate campagne militari contro i Sassoni, gli Avari e gli Arabi di Spagna.
I Sassoni e gli Avari furono convertiti a forza e gli Arabi respinti oltre l'Ebro.
Carlo assunse l'epiteto di “Magno”.

Al termine di tali campagne il dominio di Carlo Magno corrispondeva, in parte, ai territori dell'Impero d'Occidente, dissoltosi ormai da quattro secoli.

La notte di Natale dell'anno 800, papa Leone III incoronò Carlo Magno imperatore del Sacro Romano Impero (sacro perché l'imperatore riceveva la sua autorità dalla Chiesa, romano perché l'imperatore si considerava erede della tradizione imperiale romana).
Accettando l'incoronazione da parte del pontefice, Carlo Magno riconosceva la superiorità del papato sull'impero e da tale fatto derivarono gravi lotte fra papa e imperatore (lotta per le investiture: 1075- 1122).
L'imperatore di Costantinopoli rifiutò di riconoscere imperatore Carlo Magno; la lotta si protrasse fino all'812, quando l'Impero bizantino riconobbe Carlo imperatore e questi gli cedette allora Venezia.

Carlo strinse anche un accordo con il califfo abbaside Harun al-Rashid per ottenere l'onorifico incarico (del tutto formale) di protettore dei pellegrini e dei cristiani in Terra Santa.

Il Sacro Romano Impero

Carlo Magno era a capo di una federazione di popoli che conservavano i loro costumi.

Organizzazione

L' organizzazione del vasto impero creato da Carlo Magno si caratterizza per la permanenza delle cariche elettive della tradizione germanica, tra le quali i conti costituivano la più importante. Questi mantenevano le funzioni tradizionali dell' età merovingia: presiedevano l' assemblea dei liberi, esercitavano la giustizia e riunivano sotto il loro comando la comunità di liberi in caso di guerra. I conti, nonostante vengano indicati, per comodità, a capo di una circoscrizione, non governavano una unità territorialmente definita, bensì guidavano una comunità di individui che si riconoscevano come Franchi: in Italia infatti, essendo i Franchi poco numerosi anche dopo la conquista, si mantenebano attive le cariche longobarde, i duchi, così come in Sassonia prevalevano le autorità proprie di quel popolo. La maggiore differenza consiste nel fatto che i conti diventarono i possessori fondiari più importanti, sia per le proprie terre in allodio, sia per le terre concesse in beneficio, da parte del re o di un altro signore più potente, cui si legavano. Questo comportò una duplice funzione: carica popolare della tradizione germanica e signore fondiario di vaste curtes, che lo rendeva responsabile di una giustizia, nelle sue terre, di tipo signorile, che proprio egli nella tutela dell' ordinamento tradizionale, doveva combattere. In tal senso, i continui capitolari del re, e gli appelli inviati tramite i suoi emissari, i missi dominici, erano indirizzati ai conti nella necessità di richiamarli al rispetto delle consuetudini popolari nelle loro proprietà, e in favore delle comunità sottoposte al patronato di altri signori, nell' ambito della sua potestà.

La presunta centralizzazione dell'Impero carolingio pertanto, deve essere considerata in base al più frequente legame del re, la cui carica popolare era ora maggiormente legittimata nella nuova veste di imperatore cristiano, con i capi militari. La difficoltà da parte del re di gestire le terre fiscali in suo possesso lo portò a favorire la concessione di numerose curtes in beneficio, in favore di importanti elementi della nobiltà fondiaria, i quali, la maggior parte, ricoprivano le cariche popolari: i conti, dunque, oltre a rispondere al re come capo dell' esercito popolo, gli erano fedeli in quanto membri della sua clientela vassallatica, e in base a ciò erano legati ad alcuni obblighi che tale legame comportava, la fedeltà, particolarmente militare, il consiglio. D'altra parte è importante considerare che erano di versi gli elementi a capo di una clientela vassallatica, e la interpretazione tradizionale che trasferisce al Regno Franco una piramide feudale che fa capo al re, in cui tutti i funzionari erano suoi vassalli, non è accettabile, e si tratta di un trasferimanto all' età carolingia di un sistema organizzativo presente soltanto a partire dal XIII sec. quando il re, in effetti, lega a sè i principi territoriali tramite il suo riconoscimento di signore feudale di tutto il regno. Nel periodo carolingio il rapporto vassallatico ha una funzione importante, ( sarà decisivo mezzo di ricomposizione territoriale soltano tra il X e XII ) ma non costituisce un sistema definito, e soprattutto l' ordinamento prevalente, anche sotto Carlo Magno, resta quello tradizionale dell' esercito popolo. Il re inoltre disponeva di cariche imortanti come gli scabini, giudici che tutelavano la giustizia tradizionale e i marchesi. Questi ultimi erano posti alla guida delle regioni periferiche dell' impero, e avevano la funzione di guidare le autorità più importanti, raggruppando più contee, ed avevano funzione prevalentemente di coordinamento militare.

Economia

Mentre l'impero romano d'Occidente aveva basato la propria economia sugli scambi commerciali, soprattutto marittimi e sulla vita urbana, gravitando verso il Mediterraneo, il Sacro Romano Impero aveva come base economica l'agricoltura latifondistica, caratterizzata prevalentemente da una produzione di sussistenza. Le curtes erano articolate in base ad una distinzione tra la terra direttamente gestita dal propritario fondiario attravero manodopera servile direttamente alle sue dipendenze, il "dominicium", e la terra data in concessione ai coloni, ciascuno dei quali coltivava il suo manso ( "massaricium" ), una unità di terra che provvedegva al sostentamento di una unità familiare. Il regime del colonato consiste nella possibilità del colono di usufruire del prodotto della terra che lavora, in cambio di "oneri" in natura, ovvero una parte del raccolto che spettava al proprietario; in più, in determinate giornate, egli doveva prestare la sua opera nelle terre del signore. Le curtes non rappresentano territori compatti, ma risultano frammisti spesso a possessi di altri sigmori fondiari, indominicati o in concessione: i "villaggi" erano spesso collocati dove maggiore era la concentrazione di terre frammiste, e riunivano le abitazioni di coloni che rispondevano a diversi signori. Gli scambi erano quasi del tutto inesistenti, tuttavia viene valutato in modo piuttosto positivo il ruolo delle eccedenze della produzione fondiaria: nei villaggi o in centri più consistenti e di nuova formazione, erano frequenti piccoli mercati locali, dove lo scambio avveniva prevalentemente tramite il baratto, data la scarsità di monetazione. Perciò è indubbia la presenza di scambi spontanei, regionali: d' altra parte le rotte continentali nord-sud, vedevano commercianti arabi che dalle sponde occupate dell'Africa proponevano beni di lusso e merci pregiate, così come i frisoni, attivi nella regione moso-renana, e gli ebrei. È in questo periodo grosso modo ( per tutto il sec. IX ) che si assiste alla nascita di insediamenti più consistenti: questi erano prevalentemente collocati alla foce di corsi fluviali, presso sedi di zecche ( come nella zona moso-renana ), oppure presso sedi vescovili, e in generale in prossimità di nuclei più antichi di urbanizzazione romana ( in particolare nelle regioni mediterranee ). Soltanto oltre il sec. IX, nel X e XI l' incastellamento favorirà una concentrazione territoriale che vede la fine della dispersione in insediamenti sparsi propri del regime curtense, e l nascita, a partire dai castelli di città vere e proprie. Inoltre, è a partire dall' età carolingia che vengono applicate nuove tecniche agricole fondamentali per il futuro incremento produttivo del suolo: l' utilizzo del mulino ad acqua, il collare per buoi e cavalli posto in posizione più comoda, l' abbandono dell' aratro in legno in favore di quello in ferro, la rotazione triennale. In sintesi, in un ottica più ampia, è a partire dall' inizio del sec. IX, nonostante le invasioni, che inizia quel movimento che comporterà un aumento della resa agricola e conseguentemente demografico, fondamentale per la rinascita dell' occidente medievale. Certamente, nel periodo carolingio, l' elemento più rilevante, rispetto al quadro desolante dei due secoli precedenti, sembra limitarsi ad una riorganizzazione della produzione agricola nella nascita della villa classica carolingia: le vie di comuicazione sono sempre prive di manutenzione, e le vie fluviali e marittime sono privilegiate.

Rinascita Carolingia

Carlo Magno sostenne una ripresa culturale ( rinascenza carolingia ), favorita dall' influenza della cultura anglosassone, che si concretò nell'istituzione della scuola palatina, presso il palazzo reale di Aquisgrana: fu favorito l' insegnamento delle arti secondo la divisione nel trivium, e nel quadrivium, in un rinnovato interesse per gli studi classici. In generale ripresero vigore le scuole presso le sedi vescovili, le scuole cattedrali, e nei monasteri. I più importanti autori contemporanei ( e vicini ) a Carlo Magno sono ricordati prevalentemente per opere storiche: Eginardo, scrisse un importante l' unica biografia di Carlo "Vita Karoli", in cui il sovrano è tratteggiato prevalentemente secondo la tradizionale regalità germanica; e Paolo Diacono, longobardo, che fu autore dell' "Historia Langobardorum", opera fondamentale per la storia del regno longobardo. Alcuino di York, fu importante per la direzione della Schola Palatina. E' nel periodo carolingio inoltre, che viene elaborata una nuova forma di scrittura, detta appunto, carolina.

Nascita della società feudale

Con Carlo Magno ed i suoi successori nasce la società feudale, caratterizzata da rapporti politici basati sulla fedeltà personale e sulla concessione di terre.
Tale sistema era stato inaugurato da Carlo Martello, onde formare un'agguerrita cavalleria da opporre agli Arabi.
Pipino e Carlo Magno ripresero tale consuetudine, fondata sulla concessione, da parte del sovrano, di un beneficio (feudo) ad un suo fedele che si dichiarava vassallo. Il beneficio non era ereditario ed il vassallo doveva combattere per l'imperatore, fornire uomini armati, scorte e tributi. Quando il feudo era molto vasto il vassallo poteva assegnarne una parte a uomini di sua fiducia (valvassori) e questi a loro volta potevano assegnare parte dei territori ricevuti ai valvassini.

Gli Stati nazionali in Occidente

Alla fine dell'VIII secolo, dopo le invasioni barbariche e la breve riconquista operata da Giustiniano, si consolidarono il regno dei Franchi a occidente; il regno dei Longobardi nell'Italia settentrionale; l'Impero Bizantino nel sud dell'Italia e nei Balcani.

La Chiesa si riorganizzò e grazie al prestigio politico e morale e all'accentramento esercitò un fermo controllo sulla popolazione.
L'unità dell'impero carolingio fu ben presto minata dalle lotte fra i successori e dalle spinte disgregatrici delle aristocrazie.

Nell'XI secolo, in Europa si verificò un notevole sviluppo economico, frutto della rivoluzione agraria, della ripresa degli scambi commerciali e di un rinnovamento culturale, nato nelle università e nei monasteri.

Ungari, Cechi e Polacchi si stanziarono nelle regioni dell'Europa centrale e si convertirono al Cristianesimo, creando una barriera difensiva contro i nomadi delle steppe.

Il cuore dell'Europa era l'Occidente plasmato dal sistema feudale e riorganizzatosi in unità politiche su base regionale o nazionale: comuni, signorie, stati regionali, città-stato patrizie, repubbliche mercantili, regni nazionali.
Tra queste forme di dominio le monarchie dinastiche con ampia giurisdizione territoriale erano destinate ad esercitare un ruolo preminente, grazie al monopolio della forza militare, all'assoggettamento del territorio, all'impiego di funzionari al servizio dello stato.

Nel XIII secolo si svilupparono e si consolidarono gli stati nazionali di Francia, Inghilterra ed Aragona che riuscirono a superare i particolarismi dell'età feudale.
I sovrani accentrarono l'amministrazione grazie a funzionari stipendiati, limitando l'arbitrio della nobiltà laica ed ecclesiastica.
Non si trattava, però, di Stati moderni dove la fonte d'autorità è unica ed inequivocabile e i cittadini, in linea di principio sono uguali di fronte alla legge, negli stati nazionali degli esordi, il sovrano, la Chiesa e le corporazioni erano le fonti d'autorità spesso un contrasto fra di loro, mentre esistevano forti sperequazioni tra i diritti delle differenti classi sociali, inoltre i sovrani avevano ancora una concezione patrimoniale dello stato (lo stato è considerato proprietà privata del sovrano).
Le aspirazioni universalistiche dell'impero e del papato erano ormai avvertite come anacronistiche e messe in discussione.

In Italia analoga funzione fu svolta dai Comuni e dalle Repubbliche Marinare, che affermarono la loro indipendenza politico-economica in conflitto con le forze tradizionali.

Regno d'Inghilterra

Nel 1035, muore re Canuto e si scatena la lotta tra Sassoni e Normanni, gli Anglosassoni portano al trono Edoardo il Confessore, cugino del padre di Guglielmo il Conquistatore, alla morte del quale la lotta per la successione si riaccende e sale al trono re Aroldo, figlio di Canuto.

Aroldo, nel 1066, è sconfitto ad Hastings da Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia (1027-1087), che nel 1086 fa redigere il catasto delle proprietà, fondamento dell'imposizione fiscale.

Nel 1106, si stabilisce che un vescovo non può essere consacrato se prima non ha giurato fedeltà al sovrano come feudatario.

Nel 1113, Enrico I conquista la Normandia ed il re di Francia Luigi VI riconosce la supremazia inglese su Bretagna e Maine, nel 1152, Eleonora di Poitou, erede di Aquitania è ripudiata dal re di Francia Luigi VII e sposa Enrico Plantageneto, conte di Angiò cui porta in dote i propri possedimenti.

Nel 1153, Enrico Plantageneto diviene re d'Inghilterra (Enrico II) iniziando la dinastia dei Plantageneti che uniscono alla corona inglese il possesso della Francia occidentale.
Enrico II, tra il 1154 ed il 1189, consolida il regno imponendosi ai feudatari.
L'Inghilterra mira ad espandersi sul continente.
I figli di Enrico II, Riccardo Cuor di Leone (1157-1199) e Giovanni Senzaterra, non riuscirono a continuare la politica del padre.

Giovanni Senzaterra, perse quasi tutti i possedimenti francesi e, nel 1215, fu costretto dai baroni a sottoscrivere la Magna Charta libertatum, con la quale accettava il controllo della nobiltà e dell'alto clero.
Tale documento è il punto di partenza del processo storico che porta, nel 1689, all'affermarsi in Inghilterra della prima monarchia costituzionale.

Regno di Francia.

In Francia, Filippo II Augusto (11801223) riuscì a strappare molti territori a Giovanni Senzaterra ed a imporre il dominio francese sulle Fiandre, dove si lavoravano le lane inglesi.

I successori continuarono la politica espansionistica e Carlo d'Angiò, fratello di Luigi IX conquistò l'Italia meridionale strappandola agli Svevi (battaglia di Benevento, contro Manfredi, figlio di Federico II, 1266).

Stati Iberici

Nella penisola Iberica, si affermarono i nuovi stati cristiani, impegnati nella lotta contro gli arabi.
Attaccati da Portogallo, Castiglia ed Aragona, i musulmani dovettero retrocedere, alla fine del ‘400, restava in loro possesso solo il Regno di Granada.

Gli Arabi

Nel VI secolo, la penisola arabica era abitata, nelle sue aree centrali e settentrionali, da tribù nomadi indipendenti mentre in quelle meridionali erano attive, sotto il nome di Himyariti (i latini Homerites), gli eredi dei grandi regni sabei, del Hadramawt, del Qataban, di Awsan e dei Minei, tutte culture sedentarie estremamente progredite nelle conoscenze idrauliche e assai attive fin dal secondo millennio a. C. nel commercio dei cosiddetti "aromata", fra cui il famoso incenso, assai richiesti in area mediterranea, mesopotamica e iranica.

I beduini, abitanti della steppe arabe, erano invece dediti al piccolo e grande nomadismo a causa del loro speciale modo di produzione che si legava strettamente all'allevamento di ovini e del dromedario (arabo jamal, collettivo ibil) e assaltando altri gruppi nomadi o le carovane dei mercanti. Erano politeisti e il santuario della Mecca era forse il più importante centro di incontro sia religioso sia commerciale, quanto meno nella regione del Hijàz.

All'inizio del VII secolo, Maometto riuscì a fare degli Arabi una Nazione, fondando uno Stato teocratico.

Maometto (570632)

Per la vita di Maometto vedi: Maometto.

Quando Maometto morì nel 632, già per disposizione del primo califfo, Abu Bakr, ma assai più per volontà del terzo califfo 'Uthmàn ibn 'Affàn furono raccolte le tradizioni orali e i pochissimi appunti scritti relativi al Corano, il libro sacro dell'Islam, ma anche la sua legge, perché nello Stato Islamico la sovranità appartiene a Dio.

Il Corano, tra i tanti altri precetti etici, autorizzava e in certi casi ordinava la “guerra santa” (jihàd) per difendersi dai propri nemici ma anche per diffondere la religione di Allah.

I successori di Maometto, chiamati Califfi, avviarono una fortunata e rapida espansione territoriale, occupando Gerusalemme e Damasco e annientando l'Impero Persiano sasanide.
Costantinopoli fu assediata, ma nel 717 riuscì a distruggere la flotta araba, fermando l'espansione verso i Balcani.

Nel 711, gli Arabi conquistarono la Spagna, ponendo fine al regno Visigoto, e passarono i Pirenei, ma nel 732 furono fermati a Poitiers dai Franchi di Carlo Martello.

Nel Mediterraneo gli Arabi (detti talora Saraceni) conquistarono la Sicilia, toccarono la Sardegna e la Corsica, oltre che un tratto della costa provenzale e parte della Calabria, della Puglia e della Campania.

La diffusione del dominio arabo-musulmano non fu solo frutto di organizzazione militare ma fu favorita dal fatto che molte popolazioni, soggette ai Bizantini o ai Persiani, preferirono sottomettersi agli Arabi, piuttosto che pagare le fortissime tasse dai loro dominatori.
Secondo la legge coranica, inoltre, i convertiti ottenevano i pieni diritti civili ed erano tenuti solo al versamento dell'elemosina legale (zakàt), mentre coloro che, come gli Ebrei, preferivano restare fedeli alla propria religione erano tenuti a pagare tasse non esorbitanti mantenendo libertà assoluta di culto e, con qualche limitazione, di commercio, seguitando autonomamente a gestire il proprio statuto personale (matrimonio, divorzio, eredità).

Un importante tramite fra le aree islamiche e quelle cristiane furono gli ebrei e in Spagna, ad esempio, proprio gli Ebrei Sefarditi formarono una classe di mercanti e di scienziati che potevano, con reciproco vantaggio, commerciare i prodotti arabi nell'Europa centrale dove agli Arabi era proibito l'ingresso, ed importare in Spagna i prodotti centro-europei, oltre che esercitare (come i cristiani) le proprie attività liberali, venendo spesso coinvolti anche nella struttura burocratico-amministrativa islamica, fino ai più alti livelli.

Gli Arabi portarono in Occidente nuove conoscenze e tecnologie (tecniche agricole, alcune piante, mulino ad acqua e a vento, carta, lavorazione del legno, cuoio e tessuti, assegno e lettera di cambio, società d'affari, nuove elaborazioni del sapere matematico (algebra e trigonometria, numerazione decimale, il concetto di zero). Svilupparono la medicina, la chimica e l'astronomia. Studiarono i grandi filosofi e gli scienziati d'età ellenistica che si erano espressi in greco, trascrivendone le opere e, spesso, salvandole dall'oblio e dalla distruzione. Crearono biblioteche e università grazie alle acquisizioni — spesso rielaborate in modo dinamico e originale — dell'antica saggezza antico-persiana e indiana. Furono in occidente famosi i medici Avicenna e Razi, il filosofo Averroè e Geber, considerato per secoli il più grande alchimista, anche in ambito cristiano.

Classi sociali nelle zone conquistate dagli Arabi:

  1. Arabi conquistatori: avevano tutti i diritti politici e civili.
  2. Musulmani convertiti: avevano tutti i diritti civili ma, per tutto il primo secolo islamico (VII-VIII d. C.), non quelli politici seguitando a pagare tributi cui dovevano essere esentati.
  3. Non musulmani: avevano diritti civili ridotti e pagavano tributi non eccessivi.
  4. Schiavi: erano servitori o, a partire dal IX secolo d. C., soldati

Dalla morte di Maometto, nel 632, fino al 661 si succedettero alla guida dei musulmani quattro califfi elettivi che mantennero la capitale a Medina e che i musulmani definiscono "ortodossi" (al-rashidun).
Intorno al 661 i musulmani cominciarono a differenziarsi. Dapprima con il kharigiti, con l'alidismo (poi evoluto nello sciiti, con il mutaziliti e, infine col sunniti. Punto di grande divergenza fu a chi competesse guidare la Umma islamica, coi kharigiti che indicavno il migliore dei musulmani, a prescindere dalla sua razza e dalla sua condizione sociale, con gli alidi (poi sciiti) che limitavano alla sola famiglia stretta del Profeta Maometto (la Ahl al-Bayt) tale diritto e con i sunniti che, pur preferendo che il califfo fosse arabo e della stessa tribù del Profeta, non indicavano tutto questo come conditione dirimente e assoluta (tant'è vero che nel XIII secolo Ibn Taymiyya, un noto pensatore hanbalita, pensava possibile un califfato mamelucco (e quindi turco) per il fatto che proprio i Mamelucchi erano stati in grado di avanzare la catastrofica avanzata mongola con la vittoria inattesa di Baybars a ‘Ayn Jalùt (La fonte di Golia), in territorio palestinese.

Nel 661 fu fondata la dinastia degli Omayyadi, il califfato divenne ereditario e la capitale fu spostata a Damasco: nel 750 prese il potere la dinastia degli Abbasidi e la capitale fu portata a Baghdad, anche se per qualche decennio fu edificata una nuova capitale a Samarra, nell'attuale Iraq.

I califfi "ortodossi"

Maometto morì nel 632, dopo aver realizzato l'unità religiosa degli Arabi della Penisola Arabica: ogni opposizione interna fu battuta e già le prime spedizioni si avventuravano in territorio bizantino siriano o nelle aree mesopotamiche sottoposte al dominio persiano sasanide.
Dopo la morte di Maometto, la certezza di una missione da compiere nel mondo circostante spinse gli Arabi ad una tumultuosa azione di conquista, dovuta di volta in volta alle iniziative di capi diversi che attaccarono l'Impero Bizantino e quello Persiano, alla testa dei loro piccoli ma veloci eserciti di cavalieri.

Il primo successore di Maometto fu Abu Bakr (632-634), che ebbe il titolo di califfo, cioè di vicario del Profeta.
Abu Bakr regnò due anni, e tutto il suo governo fu impegnato nella cosiddetta "guerra della ridda", per domare le tribù beduine che pensavano di poter recuperare la loro libertà d'azione precedente alla loro conversione o alla loro sottoscrizione di un accordo con la Umma islamica di Medina.

Col successivo califfo 'Omar ibn al-Khattàb (634-644) gli Arabi, dopo una serie di vittorie sui pur agguerriti eserciti bizantini, occuparono Damasco e Gerusalemme, e, nel 642, conquistarono l'impero persiano.

Dopo la morte di ‘Omar, sotto la guida del terzo califfo elettivo 'Othmàn ibn 'Affàn (644-656) l'espansione continuò verso l'Armenia, e lungo la costa africana del Mediterraneo fino alla Tunisia.
In quegli anni gli Arabi, che avevano perfezionato, grazie al contatto con le popolazioni semitiche siriane e con quelle cristiane copte d'Egitto, le loro già buone tradizioni marinare, si avventurarono anche nel cuore del Mediterraneo dove, battuta la flotta bizantina, occuparono Cipro. Iniziò così la talassocrazia araba, almeno nel quadrante centrale e occidentale del Mediterraneo, mentre in quello orientale il controllo dei mari fu sembre aspramente conteso ai Bizantini che coi loro dromoi (flotte) conservarono un'eccellente capacità dissuasiva.

All'immenso dominio costituitosi attorno all'area mediterranea era necessario dare strutture amministrative sempre più ordinate e il califfo ‘Omar affrontò tale compito.
Stabilì con l'istituto del diwàn (amministrazione scritta) che gli infedeli "protetti" versassero un'imposta personale (jizya) e una tassa fondiaria (kharàj), mentre i musulmani e i convertiti all'islam pagavano una sola tassa, l'elemosina obbligatoria (zakàt). Le terre abbandonate dai proprietari fuggiti di fronte all'avanzata araba passarono allo stato; i proprietari rimasti nelle loro sedi poterono invece conservare i loro campi, pagando la tassa fondiaria; venne anche istituito un efficiente organo amministrativo, che aveva il compito specifico di pagare il soldo ai combattenti e le pensioni alle vedove dei caduti e ai loro figli rimasti orfani (diwàn al-harb, cioè "amministrazione militare").

Al tempo di Othman cominciarono a delinearsi contrasti e conflitti nel mondo arabo.
Il califfo fu accusato di favorire i propri potenti famigliari, gli Omayyadi.
Contemporaneamente, poiché ‘Othman aveva provveduto ad una definitiva redazione scritta del testo coranico, si ribellarono i Qurrà, o "recitatori" del Libro sacro, che contribuirono (con le insoddisfatte popolazioni egiziane e di Kufa) a provocare nel 656 un complotto che finì con l'assassinio dello stesso califfo.

Per alcuni anni il califfato fu retto da 'Alì ibn Abi Tàlib, cugino e genero di Maometto, che dovette lottare contro gli Omayyadi ed affrontare la rivolta scismatica del kharigiti, culminata nel 661 nell'assassinio dello stesso ‘Alì, ucciso da un kharigita avverso tanto ad ‘Ali quanto al suo antagonista Mu'àwiya ibn Abi Sufyàn, che chiedeva si punissero i responsabili dell'omicidio del suo parente ‘Othmàn e che sarà il fondatore della dinastia omayyade.
L'uccisione di ‘Alì causò la nascita di un forte sentimento alide che più tardi evolverà nello Sciismo, che sosteneva per Alì e i suoi diretti discendenti il legittimo potere califfale.

Dal 661, fino al 750, il califfato diventò dinastico e fu retto da una serie di califfi appartenenti tutti alla famiglia degli Omayyadi, del ramo sufyanide dapprima e di quello marwanide poi.

Il califfato arabo degli Omayyadi

Dalla città di Damasco, loro capitale, gli Omayyadi governarono l'impero arabo per quasi un secolo, venendo a formare la prima dinastia califfale islamica.

I califfi, diluito il carattere prettamente religioso dei primi quattro califfi, divennero i capi politici di un immenso impero che dall'Oriente persiano si estendeva, agli inizi del secolo VIII, fino alla penisola iberica.
Dalla metà del VII secolo alla metà dell'VIII, l'espansione continuò.
Verso nord l'impero bizantino fu ripetutamente attaccato e Costantinopoli fu spesso in pericolo (pur cadendo solo coi Turchi ottomani musulmani di Maometto II solo nel 1453).
Verso Oriente gli Arabi giunsero fino al lago Aral e, più a sud, raggiunsero il fiume Indo.
Verso occidente, dopo aver occupata tutta l'Africa mediterranea, penetrarono nel 711 in Spagna, dove posero fine al Regno Visigoto.
Con la dinastia omayyade, le flotte musulmane nel giro di poco tempo conquistarono Creta, la Sicilia e misero piede in Sardegna e in Corsica che però non furono stabilmente conquistate, salvo uno sporadico tentativo dell'andaluso di Denya, Mujàhid ibn Abi ‘Àmir (Mugetto nelle fonti medievali italiane), dopo la caduta del califfato ommayade di Cordova.

A causa della sua vastità l'impero, verso la metà dell'VIII secolo entrò in crisi.
La dinastia degli Omayyadi dovette affrontare l'opposizione alide e il crescente malumore dei convertiti non arabi (mawàli), insofferenti del sistema burocratico e fiscale con il quale gli Omayyadi controllavano l'impero.
Entrambi contribuirono al successo della rivolta guidata dalla famiglia meccana degli Abbasidi che nel 750, dopo una serie di vittorie militari, presero il potere e sterminarono gran parte della famiglia degli Omayyadi.
L'unico superstite si rifugiò in Spagna dove fu acclamato come emiro dopo aver sconfitto il vecchio governatore che s'era reso in quei frangenti autonomo.
I suoi discendenti, nel X secolo, ripresero il titolo di Califfo con 'Abd al-Rahmàn III.

Il califfato degli Abbasidi

Trasferita la capitale a Baghdad, gli Abbasidi continuarono la politica espansionistica, ma dettero al loro dominio un carattere non più specificamente arabo, bensì musulmano, in quanto si servirono soprattutto di una classe dirigente formata da iranici, curdi, turchi , berberi e spagnoli, mentre la tradizione araba fornì la necessaria coesione linguistica e religiosa. Da al-Mansur ad al-Mutawakkil il califfato conobbe la sue epoca d'oro, con un impero vastissimo che toccava da una parte l'Atlantico e dall'altra penetrava nel sub-continente indiano. L'eccessiva ampiezza fece lentamente collassare il sistema, con un'amministrazione fiscale sempre più preocupata a drenare risorse per forze armate pletoriche e relativamente efficienti e disciplinate. Questo aveva perso le sue caratteristiche nazionali e, se già con la caduta degli Omayyadi s'era persa la caratterizzazione araba a vantaggio di quella iranica, con il califfato di al-Mu'tasim aveva fatto il suo prepotente ingresso sulla scena l'elemento turco. Inizialmente schiavo, l'elemento turco prese via via consapevolezza della sua forza e della sua centralità nella risoluzione delle continue tensioni che muovevano la periferia contro il centro.

L'enorme dilatazione del califfato e la sempre minor efficienza dell'amministrazione favorirono rivendicazionismi nazionali e, dopo l'autonomia di governo riconosciuta dagli Abbasidi ad Aghlabidi e Tahiridi, si ebbero le prime esperienze indipendentistiche, prima delle quali fu quella dei Tulunidi in Egitto e Siria. Si formarono così, con l'andare del tempo, emirati e sultanati indipendenti, non di rado in lotta fra loro. Tutto ciò moltiplicò le corti dando nuovo respiro all'economia (in grado ora d'investire sul posto e di non essere costretta ad arricchire il solo centro dell'impero), oltre che alla scienza e alle attività culturali in genere grazie a una vivace committenza da parte dei vari sovrani.

Gli Arabi in Sicilia

La grande offensiva araba che investì il Mezzogiorno d'Italia nel corso dell'VIII e del IX secolo ebbe come protagonista la dinastia degli emiri Aghlabidi, consolidatasi a partire dall'800 in quel periodo in quella regione che gli Arabi chiamavano Ifriqiya e che era costituita in pratica dalla Tunisia, da parte dell'Algeria occidentale e piccole parti della Cirenaica.

L'ormai secolare tradizione di razzie dei Saraceni in Italia si inquadrò allora in un disegno più ampio che mirava a contendere a Costantinopoli e ai Longobardi il controllo delle città e regioni del sud ed in particolare della Sicilia.
La penetrazione araba in Sicilia ebbe inizio nell'827, sostenuta dal nobile locale Eufemio in chiave anti-bizantina, ma l'esercito arabo-berbero, guidato inizialmente dall'anziano giureconsulto Asad ibn al-Furàt, impiegò numerosi decenni prima di superare la forte resistenza locale e quella dei Bizantini che avevano il controllo dell'isola.
In Sicilia, dopo la caduta di Palermo nell'831, sorse così un emirato che, nell'899, diventò di fatto autonomo per quasi un secolo dal potere dei Fatimidi che, nel frattempo, avevano sostituito in Ifrìqiya gli Aghlabidi.

Mediante una lenta conquista prolungatasi per tutto il secolo e completata nel 902 con la caduta di Taormina, gli Arabo-Berberi d'Ifrìqiya si insediarono stabilmente in Sicilia, sostenuti con una consistente immigrazione dal Nord Africa e da una riuscita opera di islamizzazione delle popolazioni isolane, soprattutto nella zona occidentale dell'isola, pur se maggioritario rimase comunque l'elemento latino e greco e anche se non deve essere trascurato il ruolo delle comunità ebraiche che abbandonarono l'isola solo molti secoli dopo, per disposizione spagnola.

Nel resto del Meridione, ad eccezione dell'emirato di Bari, che peraltro non si orientò mai verso la costruzione di un dominio regionale, e di quello di Taranto, in Puglia e in Campania la presenza araba ebbe il significato solo di un'espansione al fine di realizzare bottino. Per questo i musulmani talora dettero vita a insediamenti stabili che potessero fungere da basi e sostenere le loro azioni militari nell'entroterra e sui mari (in particolare si ricordi la base sul Garigliano, o del Traetto). Non migliore fortuna ebbero i tentativi di espansione islamica verso la Calabria sul finire dell'VIII secolo.
Il dominio arabo sulla Sicilia ebbe termine nel 1091 ad opera dei Normanni.
Il periodo della dominazione araba ebbe influssi positivi sull'isola sia in campo economico (introduzione di forme di agricoltura a causa dell'introduzione di più avanzate tecniche di coltivazione e per l'eliminazione del precedente latifondo, con miglioramento della produttività che contribuì a dare un forte impulso ai già attivi commerci) sia in quello culturale (Palermo conobbe una splendida fioritura artistica e fu ricordata come la principale città islamica del Maghreb, dopo Cordova, per il suo alto numero di moschee, di bagni pubblici hammam e di istituzioni scolastiche).

I Normanni

Dopo la morte di Ludovico il Pio (840), gli eserciti provenienti dalla penisola danese continuarono a compiere razzie e saccheggi nelle regioni costiere dell'impero carolingio in decadenza, nella penisola iberica e in Provenza.

Nel 911, con l'accordo di Saint-Clair-sur-Epte il re franco Carlo III il Semplice concedette in feudo al capo vichingo Rollone, stanziato sull'estuario della Senna, il primo lembo di quel vasto territorio della Francia settentrionale che da loro prese il nome di ducato di Normandia.

L'impero danese

Nell'XI secolo il re Canuto II creò un impero scandinavo del Mare del Nord, comprendente Inghilterra, Danimarca e Norvegia.

Avventurieri norvegesi e danesi sottomisero l'intera Inghilterra settentrionale e vi si stabilirono come agricoltori e commercianti, fondando grandi città mercantili come York.
Conquistarono poi le Shetland, le Orcadi, le Ebridi e buona parte della terraferma scozzese, mentre in Irlanda fondarono vari centri, tra cui Dublino.
Di lì partirono per esplorare e popolare le terre disabitate dell'Atlantico (le isole Fær Øer, l'Islanda, la Groenlandia).

È quasi certo che nel 986 ca. il navigatore vichingo Bjarni Herjólfsson abbia avvistato la costa orientale dell'America settentrionale, cui diede il nome di Vinland, scoprendo il Nuovo Mondo ben cinquecento anni prima di Cristoforo Colombo.

L'impero danese creato da Canuto ebbe breve durata e i popoli scandinavi, cristianizzati non prima dell'XI secolo, quando cominciarono a formarsi dei regni abbastanza stabili in Danimarca, Svezia e Norvegia, ebbero un ruolo di protagonisti soltanto dopo la Riforma protestante, nel XVII secolo.
Ma l'influenza vichinga sulla storia d'Europa fu ugualmente immensa, a oriente grazie ai variaghi e a occidente ai normanni.

I Variaghi a est

Tra l'800 e l'850 le tribù scandinave meridionali, che i finnici chiamavano variaghi, creando una serie di fortezze intorno al lago Ladoga soggiogarono le tribù slave e le aprirono ai commerci.

Il capo Rjurik, chiamato a dirimere una contesa tra slavi e finnici a Novgorod, le riunì in un principato e i suoi seguaci Hoskuld e Dyrl, scesi sulla "via dai variaghi ai greci", fondarono il principato di Kiev e minacciarono Costantinopoli (vedi Bisanzio).

Il loro successore Igor (912-945), fermato dai bizantini, si convertì al cristianesimo nella forma ortodossa.
Quindi, con dure lotte intestine e contro bizantini, cazari e bulgari, Vladimiro I il Santo (978-1015) e Jaroslav il Saggio (1019-1054) unificarono i principati, dando vita alla Russia, che, pur stentando a lungo ad avere vita unitaria, garantì davanti alle invasioni mongole e turche e al crollo dell'impero bizantino, la sopravvivenza della religione greco-ortodossa e del patriarcato, cioè di quella cultura che fa tuttora considerare le terre e i popoli russi appartenenti all'Europa.

Espansione normanna a ovest

Dalla Normandia il duca Guglielmo conquistò l'Inghilterra, su cui vantava diritti in quanto lontano erede di Canuto il Grande, sconfiggendo a Hastings il re Aroldo II.
Da allora i feudatari normanni, che erano ormai francesizzati, modellarono sull'esempio franco la società e il regno inglesi, dando una forte impronta anche alla lingua, frutto di una duttile mescolanza di anglosassone (germanico) e di francese (neolatino).

Alla corte anglo-francese normanna si sviluppò il ciclo di chansons de geste in francese antico che, poiché ambientato in Britannia (cioè in Inghilterra), va impropriamente sotto il nome di "ciclo brettone".

L'assunzione della corona d'Inghilterra da parte dei duchi di Normandia creò il paradosso per cui il re d'Inghilterra si trovò a essere feudatario del re di Francia, fatto che avrebbe poi contribuito a scatenare la guerra dei Cent'anni.

Espansione normanna a sud

Dalla Normandia veniva anche, qualche anno prima, il condottiero Rainulfo Drengot, che si pose al servizio dei duchi di Napoli nelle loro guerre contro i longobardi del principato di Capua, ottenendo in feudo nel 1027 la contea di Aversa.
Di qui egli partì alla conquista di Amalfi e Gaeta, fiorenti città marinare.
Ben presto fu raggiunto dai fratelli Altavilla, feudatari minori di Hauteville-le-Guichard, che si inserirono con intraprendenza e astuzia nelle contese feudali dell'Italia meridionale fino a ottenere dal papa i ducati di Puglia e Calabria con Roberto il Guiscardo (1057-1085), mentre suo fratello Ruggero (1062-1101) scacciava dalla Sicilia gli arabi e otteneva dal papa il titolo di conte; suo figlio Ruggero II, domando ogni contesa feudale, trasformò la Sicilia in regno nel 1130, unificando tutta l'Italia meridionale.
Di questa i normanni fecero un trampolino per ampliare i propri domini anche di là del mare. Un altro Altavilla, Boemondo, duca di Taranto, li guidò nella prima crociata in Siria, dove nel 1099 conquistò Antiochia, facendone un principato, retto dai suoi eredi fino al 1268.

Anche in Italia meridionale e in Sicilia, come nelle altre terre in cui erano penetrati gli antichi vichinghi, i normanni finirono per mescolarsi definitivamente alla popolazione locale, ma lasciandovi un'impronta profonda sia nell'organizzazione sociale (tipico esempio le baronie) sia nella cultura, soprattutto con l'eccezionale fioritura della "scuola siciliana" alla corte dello svevo-normanno Federico II a Palermo (1198-1250), dove per la prima volta il volgare italiano assumeva dignità culturale.

Federico II

La politica di ristabilimento dell'autorità imperiale sugli altri poteri politici, sulla Chiesa e sui comuni perseguita da Federico Barbarossa fu ripresa dal figlio Enrico VI, che aveva sposato Costanza d'Altavilla erede del trono normanno di Sicilia, ma la sua morte improvvisa ne impedì la realizzazione, provocando un periodo di eclisse della potenza della casa imperiale di Svevia.

Alla morte di Enrico VI, il figlio Federico, a soli quattro anni, fu proclamato re di Sicilia (1198) sotto la reggenza della madre, Costanza d'Altavilla.
Costanza, vedova di Enrico VI, riconobbe la signoria feudale del papa, con il quale concluse un concordato rinunziando all'impero per conto di Federico ed affidando al papa la reggenza per il figlio e poco dopo morì.
Appoggiato dal papa, che per arginare l'eccessiva potenza del regno di Germania si era fatto promettere che egli non avrebbe mai riunito le corone di Germania e di Sicilia, nel 1212 Federico fu eletto re di Germania e, nel 1220, fu consacrato imperatore da papa Onorio III, dopo aver promesso di tenere fede agli impegni assunti con il suo predecessore.
Avendo poi disatteso le promesse di partecipazione alle crociate, fu scomunicato dal nuovo papa Gregorio IX, ma nel 1228 guidò una spedizione in Terrasanta e con un accordo diplomatico ottenne la restituzione di Gerusalemme (V crociata).

Raffinato e moderno uomo di cultura, oltre che abile politico e esperto diplomatico, lasciò in Germania larga autonomia ai grandi feudatari, rivolgendo il suo interesse soprattutto all'Italia meridionale.
Valendosi di validi collaboratori e di una solida e rinnovata burocrazia, diede al regno di Sicilia un nuovo assetto amministrativo ed economico, combatté le autonomie dei vescovi, dei baroni e delle città, fondò una importante università a Napoli (1224) e stabilì la sua corte, ricca e raffinata, a Palermo.
Qui, luogo di incontro di tradizioni culturali arabe, ebraiche e greche, nacque la prima scuola poetica in lingua volgare, detta Scuola siciliana, della quale lo stesso imperatore fece parte.

Nel 1231, con le Costituzioni di Melfi, raccolta di leggi in parte da lui emanate, gettò le basi in Sicilia di uno stato accentrato, permeato dalle idee dell'assolutismo regio.
Sostenitore dei ghibellini, tentò di ricondurre all'obbedienza i comuni del nord Italia, e nel 1237 sconfisse a Cortenuova una seconda lega lombarda, annullando poi le disposizioni della pace di Costanza siglata dal nonno Federico Barbarossa e sottomettendo i comuni dell'Italia centrale e settentrionale al controllo di funzionari imperiali.

Nuovamente scomunicato (1239) e poi deposto (1245) da papa Innocenzo IV, fu duramente sconfitto dai comuni a Parma nel 1248 e a Fossalta nel 1249.
Morì dopo aver designato come erede il figlio Corrado IV re dei Romani.

Manfredi (1232-1266), principe di Taranto, figlio naturale di Federico II, alla morte del padre (1250) divenne reggente sul trono di Sicilia per il fratellastro Corrado IV, che si trovava in Germania.
La sua reggenza fu osteggiata da papa Innocenzo IV, che aveva scomunicato Federico II e si era battuto per l'affermazione del potere temporale della Chiesa sull'impero.
Alla morte di Corrado, nel 1254, Manfredi accettò la reggenza della Sicilia per il nipote Corradino, ma il nuovo pontefice Alessandro IV lo scomunicò ed egli dalla Puglia, con l'aiuto di truppe saracene, dichiarò guerra al papa.

Nel 1257 sconfisse l'esercito del papa e il 10 agosto 1258, dopo aver diffuso la falsa notizia che Corradino era morto, fu incoronato a Palermo re di Sicilia (1258-1266).
Insediatosi sul trono proseguì la politica del padre e cercò di tessere alleanze prendendo posizione all'interno di ogni faida cittadina o nobiliare.
Dopo essere stato scomunicato da papa Alessandro una seconda volta, si schierò in Toscana con i ghibellini e prese parte alla battaglia di Montaperti (1260) che si concluse con una grave sconfitta per i guelfi.
Per rafforzare la propria posizione combinò il matrimonio tra la figlia Costanza e l'infante Pietro d'Aragona.
La scomunica gli fu rinnovata dal nuovo papa, Urbano IV, il quale si appellò al conte Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX, e forte del suo sostegno bandì una crociata contro Manfredi.
Il conte scese in Italia e nella battaglia di Benevento (1266) Manfredi fu sconfitto e ucciso.
Manfredi, uomo di non comuni doti intellettuali e poeta, fu un generoso mecenate e accolse alla sua corte scienziati, poeti e artisti. Fece tradurre numerosi testi dall'arabo e dal greco e scrisse versi in volgare.

See also: Alto Medioevo, 'Omar ibn al-Khattàb, 1000, 1015, 1019, 1027, 1035, 1054, 1057